LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio
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14.11.08
E' stato un raptus La parola libertà la vedo scritta sulle antiche mura della vecchia State House, dei vecchi palazzi americani che si vantano di aver inventato la democrazia, e nel frattempo si ricordano di quanto spesso l'abbiano ferita, ignorata, oltraggiata, la loro e talvolta quella altrui. "Ma in fondo la democrazia è una grande cosa, ma è solo una faccenda di uomini, una cosa umana e fallibile, una delle tante" mi spiega una vecchia guardia giurata mentre mi conduce tra i tappeti blu dell'aula del Senato, parlandomi di istituzioni e parlandomi di Dio. Rileggo la parola libertà. E' una parola meravigliosa, no? Poi certo dipende da come si declina. Leggo i giornali italiani che parlano di sentenze, a lungo attese, a lungo ritardate. Sono tutti liberi da colpa i funzionari di polizia che ordinarono la mattanza nella scuola Diaz la notte fra il 20 e il 21 luglio 2001 a Genova. La sentenza arriva con sette anni e quattro mesi di ritardo. Commento di De Gregorio, direttore dell'Unità: "Si è stabilito che la colpa è solo di chi tiene il manganello, non di chi glielo ha dato, d’ora in poi la cura di chi in divisa aggredisce sarà quella di coprirsi meglio il volto e non farsi riconoscere, di muoversi veloce e venire sfocato nelle foto. Gli altri, quelli negli uffici possono stare tranquilli". Un'altra sentenza, di un'altra corte di giustizia, dice che libera è anche Eluana, inchiodata a vegetare nel suo calvario su un letto d'ospedale. La Cassazione ha detto che esiste "un diritto di autodeterminazione terapeutica in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale". Cioè che si è liberi, anche di morire. Certe volte la morte è un sollievo. Forse questo chi non ha davvero sofferto, e molto, non lo sa. La sentenza arriva dopo quindici lunghi anni di attesa da parte della famiglia di Eluana. Alcuni politici, molti preti, ribattono che questa non si chiama libertà, si chiama omicidio. Poi leggo un articolo di Giuseppe D'Avanzo su Repubblica, ancora a commento della sentenza-Diaz. Rimango colpito quando a un certo punto spiega in che cosa consiste "lo stato di eccezione". Quando un governo non vuole governare in nome della legge bensì in nome della "necessità concreta", dietro l'alibi di "emergenze" più o meno vere, più o meno artefatte. Bisogna decidere dice il governo, il popolo lo reclama: non è democrazia, questa? E il sistema di regole viene avvertito come una camicia di forza che impedisce il raggiungimento dell'obiettivo del (buon) governo. Il capo carismatico del governo, democraticamente eletto, urla: lasciatemi lavorare. Buona parte del popolo risponde convintamente: lasciatelo lavorare. In fondo il maggior partito italiano è intitolato alla "libertà", ed è pur sempre una bella parola. Rimane anche in me la sensazione che in tanti ci stiamo acconciando a pensare che godere di un po' meno di democrazia non sia poi questo gran male, perchè la democrazia che conosciamo è farraginosa, eccessivamente formale, per certi aspetti persino controproducente. Come scrive lui, "per stanchezza o per convizione poco importa". | ||