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17.11.08
 
Depliant di Las Vegas

Su un banco di scuola fino a pochi minuti prima popolato da entusiasti studenti coreani trovo abbandonato un depliant turistico di Las Vegas tutto stropicciato. Lo sfoglio. Ammiro la pullulante visione di slot machines, tettone bionde, finte colonne romane, finte gondole veneziane, altre slot machines, una finta torre Eiffel, alberghi da cinquemila stanze, alberghi da settemila stanze, altre tettone bionde, ulteriori slot machines, palcoscenici di musical così patinati da sembrare scivolosi, tavoli del blackjack, ancora slot machines, leoni africani che si fanno fotografare a pagamento, piramidi egizie in omaggio, tettone non più solo bionde, una copia della statua della libertà, un colosseo artificiale, vestiti e cappelle in affitto per matrimoni last minute, sosia di Elvis o forse lui stesso ancora vivo, bicchieri di daiquiri alti mezzo metro, annunci pubblicitari "Girls Direct To You In 20 Minutes" con accanto un numero di telefono e ovviamente una tettona ammiccante, di nuovo e sempre slot machines, chissà se ogni tanto capita a qualcuno di tirare la leve e vincere, ma vincere davvero. Scorro l'elenco degli alberghi: il Paris è la copia di Parigi, ha il suo Arco di Trionfo, la sua Tour Eiffel, le sue stazioni di Montmartre e Concorde, i suoi bistrò, il suo acciottolato; il Venetian è la copia di Venezia, ha il canale, i ponti, le gondole, il cielo la cui luminosità sembrerebbe essere regolata sul fuso orario italiano. Il Bellagio ha il lago, contornato di olivi. Il Caesar's Palace imita Roma, i suoi corridoi portano nomi come Appian Way e in mezzo ci si trova una copia fedele del David di Michelangelo, scolpito nello stesso marmo dell’originale, anche se non è il caso di sottilizzare che l'originale in realtà sta a Firenze. Tutto attorno, il deserto del Nevada. Mi viene in mente che l'85% degli americani non ha il passaporto, vanno a Las Vegas e credono di essere andati a Parigi, o sul lago di Como. Chissà i coreani invece che effetto gli fa, secondo me gli piaceva. L'altro giorno la mia cugina americana mi ha detto: "Se non riesco ad andare a Venezia allora andrò a Las Vegas?". "Non è proprio lo stesso" le ho risposto. "Lo so, ma basta il pensiero". Chissà come deve essere triste vivere a Las Vegas, ho pensato. Potresti viverci e morirci, senza uscirne mai, senza che perlomeno ne esca mai l'anima. Il blogger Squonk recentemente c'è stato in viaggio di lavoro e scriveva: "Tutto ciò che potevamo fare era ridere, perchè o ridi, o cerchi una mazza ferrata e ti trasformi nel Michael Douglas di 'Un giorno di ordinaria follia'". Posa questo depliant che è meglio.