LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio   

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20.11.08
 
Cattedrali di carta

La Chiesa degli Scienziati di Cristo predica che l'esistenza di Dio nega l'esistenza del peccato, della malattia, della morte, del mondo materiale. Racconti di guarigioni miracolose sono diffusi tra gli aderenti a questa chiesa protestante, e talvolta i suoi aderenti rifiutano le cure mediche tradizionali. Sono una congregazione religiosa molto potente, e la loro sede è nel cuore di Boston, in Massachusetts avenue. Un tempio enorme, con marmi e colonne. Accanto c'è un palazzo poco più dimesso che è la redazione del Christian Science Monitor. E' un giornale atipico: posseduto da una chiesa ma senza condizionamenti più o meno mistici, appena un articolo al giorno su temi religiosi, non profit, a uscita quotidiana per cinque giorni a settimana, con pochi lettori ma ricco di articoli interessanti, una reputazione di giornalismo impegnato e indipendente, sette premi Pulitzer alle spalle. Poche settimane fa il suo direttore ha annunciato che il Monitor ha deciso di non stampare più e di spostare tutto il suo lavoro quotidiano sul web. Crolla accanto a una cattedrale di mattoni la vecchia preghiera laica del mattino. Dal prossimo aprile il Christian Science Monitor sarà venduto per abbonamento in formato pdf. I lettori riceveranno ogni mattina una mail con il quotidiano e alcuni aggiornamenti nel corso della giornata. Per il numero sempre più declinante di persone che ancora vogliono leggerlo su carta, il Monitor ha deciso di pubblicare un settimanale domenicale. Senza grandi speranze di farci dei soldi, ma tant'è. La notizia del Monitor che dice addio alla cara vecchia carta è di quelle che scuotono. E' come un tornado a lungo previsto e atteso, ma sempre sconvolgente quando comincia ad abbattere le prime case. Il Monitor è il primo giornale di rilevanza nazionale (americana) ad abbandonare la cellulosa come strumento di diffusione. "Abbiamo il lusso, l'opportunità di fare il salto che la maggioranza dei giornali sarà costretta a fare nei prossimi cinque anni", ha detto al New York Times il direttore John Yemma: "Tutti parlano di nuovi modelli. Questo è il nuovo modello". Così ci si torna a chiedere se il futuro dei giornali di carta così come li conosciamo è ormai dietro le loro (e le nostre) spalle. Se ne discute in convegni, dibattiti, taglienti analisi di bloggers, prolissi editoriali di riviste. Mentre l'editoria (non solo americana) affronta da anni una crisi che è non solo economica e di tirature, ma soprattutto di identità. C'è quel professore emerito di giornalismo, Philip Meyer, che un paio di anni fa aveva scritto un libro nel quale aveva previsto: l'ultima copia del New York Times sarà venduta in un edicola una mattina di inizio 2043. Poi basta. Poi solo web. Adesso Meyer ha scritto un articolo (dove, su un blog? No, su una rivista, è più influente) dove spiega di aver sottovalutato gli effetti della Rete. Forse il 2043 è una data troppo lontana. Ormai è chiaro che questi ultimi anni sono stati sconvolgenti per i giornali di oggi, allo stesso modo in cui l'invenzione di Gutemberg dei caratteri mobili per la stampa lo era stato per i banditori che nel quindicesimo secolo giravano di città in città urlando in piazza le ultime notizie. Meyer prova a tracciare alcuni suggerimenti per la sopravvivenza dei vecchi quotidiani di carta. Riporto l'ottima sintesi di Marco Pratellesi sul sito del Corriere: "1. I giornali dovranno essere meno 'pesanti', cioè ridotti non solo nel formato ma anche nel numero di pagine e inserti; 2. potranno avere una cadenza non più necessariamente quotidiana; 3. dovranno contenere principalmente analisi, interpretazioni e inchieste; 4. dovranno abbandonare la copertura di incontri pubblici, comunicati e agenzie raccontati senza approfondimento per dedicarsi principalmente a informazioni elaborate che sono il valore aggiunto dell'era dell’informazione; 5. dovranno collocare i fatti nei loro contesti, spiegarli in cornici teoriche, suggerire al lettore strade per agire rispetto ad essi; 6. dovranno sperimentare una sempre più stretta interazione con il lettore sul web". Puntare sulla credibilità, insomma, se ne hanno. Forse funzionerà, forse no. Nel glorioso palazzo accanto alla Chiesa bostoniana si avverte un po' di malinconia. Chissà con quali mattoni costruiremo le cattedrali di domani. "La verità è che non ce ne importa più di tanto", ha risposto Arthur Sulzberger Jr, presidente del gruppo che pubblica il Times, il Boston Globe e una ventina di altri quotidiani. "Per noi l'importante è arrivare alla gente che vuole le informazioni". Dove l'ho letta questa notizia, direte voi? Su Internet, ma non importa.