LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio
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16.10.08
Joe The Plumber Per vedere il terzo - e ultimo - dibattito della campagna elettorale americana mi perdo tra i palazzi e i corridoi del Mit, sorpasso schiere di nerds e cervelloni indaffaratissimi, infine approdo nella sala intitolata alla Black Students Union, sede dell'antica confraternita universitaria Alpha Phi Alpha, edificio numero 50 primo piano. Platea in prevalenza di black people, quadro di Luther King alle pareti, cartoni di pizza in omaggio accatastati sulle sedie, intenti no-partisan ("Everyone's opinion is welcomed; please let your voice be heard!"). Però sono quasi tutti per Obama, e solo all'inizio della serata spunta un professore di scienze politiche - giacca verde a quadrettoni, camicia chiara, foulard al collo, aspetto da dandy un po' imbolsito - che invita i democrats presenti a fare meno i lagnosi, che tanto loro sono i primi a commissionare spot pieni di attacchi e negatività verso l'avversario, per non parlare di quell'organizzazione non governativa pro-Obama che ha fatto iscrivere al voto pure i morti, i carcerati e qualche cittadino inesistente tipo Mickey Mouse. Una studentessa gli risponde spazientita ricordandogli i mille ostacoli per chi vuole iscriversi alle liste elettorali e non è gradito, soprattutto negli swing states dove decine di migliaia di elettori sono stati respinti dai seggi per un cavillo, e insomma è proprio con questi metodi che gli afroamericani del Sud non sono riusciti a votare per un secolo, caro professore. Intanto sulla Cnn la giornalista al focus group di cittadini normali che segue il dibattito chiede: "Quanti di voi hanno paura di perdere la casa?" e molte mani si alzano. Comincia il dibattito: candidati seduti, schermo diviso in due come in un film in cui Doris Day e Rock Hudson si parlano al telefono. McCain, anche detto "il re leone della casa di riposo", ci prova: ruggisce, sogghigna, attacca, si alza sulla sedia, alza gli occhi al cielo. E chiarisce una volta per tutte con tono indignato: "Io non sono Bush, se volevi candidarti contro Bush dovevi farlo quattro anni fa". Ma Barack sorride e insiste: "Sull'economia tu proponi altri otto anni della stessa robaccia". Tutti e due i candidati a un certo punto fissano la telecamera e si rivolgono, guardandolo dritto negli occhi, a Joe the plumber, insomma Peppino l'idraulico, che esiste davvero, vive in Ohio e ha tanta paura delle tasse di quel socialistone di Obama. "Ascolta Joe, abbasserò le tue tasse e ti permetterò di comprare la tua attività". "Parlo direttamente a te Joe, se sei lì e ci stai guardando: sai di quanto ti alzerò le tasse? Zero. E le taglierò a chi ha bisogno". "La verità è che finiremo per prendere i soldi di Joe, li daremo al senatore Obama e lui li distribuirà in giro". "Ascoltami Joe, in fatto di sanità starai meglio con me". E un certo punto il mio vicino di sedia sbotta: "Ma insomma, che cazzo ce ne importa di questo Joe?". In mezzo alle fanfaronate sulle tasse e alle promesse che nessuno potrà mantenere piomba anche una domanda sull'aborto, e lì si vede chiara la differenza: Obama favorevole alla scelta delle donne, McCain conservatore e contrario. Poi arriva l'ora degli attacchi. La domanda del saggio moderatore su questa campagna piena di troppi insulti diventa la miccia che accende altri petardi tra le gambe dei candidati. E McCain reagisce sofferente alle accuse di razzismo (in effetti lui aveva appena annunciato di voler frustare il culo nero di Obama, in un paese con una storia di schiavismo non è bello). E Obama è costretto a spiegare certi suoi passati legami con tale Bill Ayers, esperto in pubblica istruzione, effettivamente ex terrorista. Ecco, più guardo Obama più penso che deve avere azoto liquido nelle vene, per riuscire a non perdere mai la pazienza, la freschezza, la sua coolness. Non si innervoscisce mai, a alla fine calcola tutto e vince, sarebbe bello essere come lui. Con tutti i telefilm che abbiamo visto, un presidente specialmente nei momenti di crisi dovrebbe essere così: uno che non perde la pazienza, e sa quale è la cosa giusta da fare, e pure l'obiettivo giusto della telecamera da fissare, mica un nonnetto a cui pare stiano sempre per saltare la calma e qualche valvola. Poi - vabbe' - la realtà è sempre più pazzesca di ogni telefilm, e di questo pure ci siamo accorti. Obama è calmo, professorale, come un ricercatore dell'università mandato a spiegare la fisica quantistica in una classe di fuoricorso. E proprio qui in questa aula di università, nella platea della confraternita black, ci tengono tutti a dire che sono con lui "ma perché è il più bravo, non perché è il più nero". Vorrà dire che ha ragione Obama, uno che se lo guardi bene sembra che "doesn't care to be black", non gli importa di essere nero. Però tutti cominciano ad avere paura di sentirsi troppo ottimisti, i più saggi non si sentono sicuri, e temono l'effetto "Like a rolling stone", come quella canzone di Bob Dylan il cui protagonista è caduto precipitevolissimevolmente dopo essere troppo in alto salito. Comunque sia il vento pauroso della crisi economica che soffia lì fuori sembra candeggiare, agli occhi di molti americani, pure quel colore della pelle che spaventa ancora tanti, anche se non hanno il coraggio di confessarlo. Dopo il dibattito c'è Hillary sulla Cnn che smentisce telefonate malandrine con McCain, e tutti i canali di news alle calcagna di Joe the plumber. | ||