LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio   

[ home ] . [ about me ] . [ parole ] . [ immagini ] . [ video ] . [ link ] . [ ] . [ @ ]


sito Ludik web

powered by FreeFind


[ cfr. tumblr ]
[ gaeta ] . [ tmo ]
[ mesi americani ]
[ appiedati ]
[ spaghetti spin ]


:: Post precedenti ::

Morde? Si è cattivissimo
Partisan Partying
Del nostro meglio
I bostoniani
Desperate Diet
Intensive English
La stangata
The first debate
Rumori americani
La casa è di legno giallo


:: Archivio ::





This page is powered by Blogger. Isn't yours?




6.10.08
 
Bailout Bailout

Un diluvio di monete da un quarto di dollaro mi crolla addosso mentre tento di infilarle nella scatola dei giornali, non ho affatto voglia di raccoglierle. Qui in America c’è molta gente che paga con la carta di credito anche il caffè del mattino. Fanno dei caffè molto lunghi e molto forti, peraltro. I titoli sparati sulle prime pagine dei giornali, sorpassati dalla fretta dei passanti che iniziano un’altra giornata, ripetono tutti da giorni quella stessa parola: bailout. Bruciano le finanze, le banche, le borse, le volontà dei presidenti. E loro: bailout, bailout. A Harvard Square, proprio al centro della piazza, c’è un’edicola che ha giornali da tutto il mondo. Certe mattine assomiglia a un vecchio mausoleo, altre mattine sembra una piccionaia da cui gli uccelli sono già scappati. Bailout, ancora: ogni volta che lo rileggo mi viene in mente un flipper, quel momento in cui tutte le biglie vengono risucchiate verso il basso, e non c’è più stecca che riesca a mantenerle, e stavi pure provando a giocartele tutte assieme, preso dall’euforia. Invece, da un momento all’altro: panico. E pensare che era un gioco, no? Anche nelle Borse si va per giocare. Ci si fa prendere dall’euforia, tutt’al più qualche disgraziato diventa ricco. E poi quando le cose vanno giù, ma giù davvero, allora scatta il panico, quello vero, e dunque si salvi chi può. Fottere tutto e naufragare, correre per non arrivare. Bailout dunque, oppure semplicemente game over. La crisi complica le cose ma ripulisce lo sguardo. Il broker di Wall Street che si porta appresso lo scatolone del licenziamento non è più un fila astratta di impulsi elettronici e contrattazioni senza tempo né spazio, adesso non abita più i numeri della finanza globale ma cammina per la città reale. Il consumatore si ritrova da solo con le mani in tasca, a far di conto sui costi del salvataggio delle banche americane fallite, suo malgrado si scopre denudato di tutti le avvolgenti carezze del marketing, che non erano politiche, che non erano sociali, e cerca uno Stato-Nazione cui rivolgersi, accorgendosi all’improvviso che non esiste più, scavalcato da flussi e bolle e reti, senza capi né code. Un pezzo di modernità – si scrive – sta saltando assieme alle banche d’affari. Se ne vanno quelli che dietro la loro scrivania credevano di essere i Padroni dell'Universo, al loro posto arrivano cassiere un po’ attempate con stipendi modesti, provviste di mazzette di banconote antirapina da consegnare ai rapinatori assieme al contante. Però quando il meccanismo si inceppa, i ricchi possono diventare più ricchi o cadere in disgrazia, i poveri sono rovinati e basta. Bailout, urla adesso l’anchorman della televisione americana annunciano l’approfondimento di seconda serata. Segue spot pubblicitario su un’agenzia specializzata che si prende il tuo oro e te lo ridà sotto forma di banconote. Semplice no? Comunque il governo assicura che c’è ancora liquidità sufficiente. E se non c’è, la stampiamo. Gli americani adesso provano a fare così: espropria la gente oggi, e promettigli il sestuplo domani. “Beninteso – scriveva Adriano Sofri su Repubblica qualche giorno fa – la civiltà non può essere così fragile. La crisi delle Borse non basterà a far rovinare dalle fondamenta una così bella e sofisticata macchinazione. Bè, non lei da sola. La questione è il panico. A un certo punto correrà una voce: O la borsa o la vita! E sarà come quando in una discoteca si alza un grido: Al fuoco! Allora la musica si spezzerà, cinque miliardi di persone, più o meno, smetteranno di colpo di ballare e correranno verso le uscite di emergenza calpestandosi e travolgendosi selvaggiamente. (L’altro miliardo e mezzo non ballava già, era rannicchiato e guardava i ballerini senza capire). Così può venire la fine del mondo. Non per l’incendio, che può scoppiare, o anche no: ma per il panico. Ecco perché conviene tenersi vicini all’uscita, in generale. Ho già avvistato, all’imbrunire, pattuglie di direttori di banca e commercialisti che si aggirano attorno al recinto del mio pollaio”. Intanto mi chino, raccolgo le monete cadute per terra, poi perdo ancora il conto. Potessimo fare tutti come i veri grandi finanzieri, quelli che un minuto prima di suicidarsi sorridono e si fanno vedere alle corse dei cavalli, e dicono: “Non c’è problema”.