LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio
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2.9.08
Il liberismo ha i giorni contati, più o meno Siamo frazioni di Pil. Funzioniamo a petrolio. Ora che il prodotto interno lordo s'è bloccato e che il petrolio sale alle stelle, la nostra vita può andare in bancarotta. E' diffile resistere al Mercato amore mio, come cantano quelli. E' inevitabile scrivere sui muri che la catastrofe è inevitabile? Da qualche parte riposa l'equazione che non ci fa più dormire, la fine dell'ipnosi collettiva, del denaro in plastica, dei debiti immateriali, dello sviluppo perpetuo, della speculazione infinita, dei mutui in saldo, del frigo pieno, dell'inflazione vuota. Il capitalismo ha cambiato il volto del mondo e ha sconfitto i suoi nemici, o più che altro li ha convertiti. Se tutta la storia umana fosse rappresentata in un grafico, all'incirca due milioni e mezzo di anni, salterebbe subito all'occhio il balzo stratosferico del suo ultimo 0,01 per cento, appena dal 1750 a oggi. Un battito d'ali durante il quale è stato creato il 97 per cento della ricchezza attuale dell'umanità. Sembra l'avvento di una nuova specie. Come ha scritto uno storico inglese, il cittadino inglese medio del 1750 era più vicino nella sua condizione materiale a un legionario di Cesare che a un suo pronipote del nostro tempo. Camminiamo sopra una curva verticale, e non siamo più in grado di guardare in basso. "Il capitalismo ha i secoli contati" è il titolo di un libro dove l'economista Giorgio Ruffolo ammonisce che "una civiltà che pretende di abolire il limite è perduta". Immense speculazioni finanziarie muovono capitali transnazionali con un solo impulso digitale. Il nostro cuore si nutre di oggetti, desideri, frustazioni. Il sistema "non si accontenta più di un uomo che consuma, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo" scriveva un profetico Pasolini già trentacinque anni fa. I leader del G8 piantano alberi e centrali nucleari, senza sospettare l'ossimoro, né immaginare una strategia per fermare la crisi planetaria. Il debito dei cittadini americani con le proprie carte di credito supera quello che il Terzo Mondo ha contratto con il Primo. Mentre il debito sulla bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti, che ha raggiunto la cifra stratosferica di novemila miliardi di dollari, è per metà sottoscritto dai paesi asiatici, Cina in testa. Qui da noi in Italia il governo propone una nuova "tessera del pane" per nuovi poveri, anche se in versione plastificata. Probabilmente non avremo mai più un lavoro migliore dei nostri padri, o un uguale welfare state, e forse nemmeno lo stesso ossigeno da respirare. Stiamo finendo di bruciare quel che resta del Pianeta. Noi siamo in quella fiamma. Siamo, secondo i migliori sociologi, dentro la società del rischio. Oppure galleggiamo in una modernità liquida. Ci aspetta lo sciame sismico lungo i dirupi del ceto medio. Ci consoliamo amando il low cost, consultando guide di viaggio per squattrinati che sono un inno alla povertà moderna: "stay poor, stay free!". Mentre nuove moltitudini non vedono l'ora di mettere mano sulla propria fetta di consumo, seguendo le nostre stesse grasse impronte. Forse bisognerebbe cominciare a credere pure "nel libero mercato delle emozioni" come disse una mattina Sean Penn a una stupefatta Guia Soncini, e lei ebbe giusto il tempo di scriverci sopra un libro, intitolato appunto "Elementi di capitalismo amoroso", mentre lui aveva già divorziato. Il liberismo avrà pure i giorni contati, amore mio, però non perde la sua aria seducente. E' un "mostro mite" come lo chiama Raffaele Simone nel suo libro interessantissimo: faccia sorridente, dispotismo morbido, imperturbabile egoismo. Un diavolo piacevole, veste Prada si direbbe, e perciò dissolve classi e lotta di classe, diluisce il popolo in utenti e clienti da fidelizzare, contrappone giovani e vecchi, stempera il reale nell'intrattenimento. E condanna la sinistra a stare lontana, lontanissima, dallo spirito dei tempi. Muore il Mercato per autoconsunzione - cantano ancora quelli - non è peccato, e non è Marx & Engels, è l'estinzione, è un ragazzino in agonia. Ognuno prenderà le sue contromisure, ognuno per suo conto. Se mai ci fosse una via d'uscita, starebbe in un cambio di sguardo. In una campagna elettorale di quarant'anni fa Bobby Kennedy pronunciò un discorso che oggi assomiglierebbe a un'eresia. "Non troveremo - disse - né uno scopo a livello nazionale né soddisfazione personale nella mera continuazione del progresso economico, nell'accumulare a non finire beni terreni. Non possiamo basare lo spirito nazionale basandoci sul Dow Jones, né i risultati della nazione basandoci sul Prodotto Interno Lordo. Perché del Prodotto Interno Lordo fa parte l'inquinamento dell'aria, fanno parte le ambulanze che liberano le nostre autostrade dopo ogni carneficina. Fanno parte le serrature speciali per le porte delle nostre case e le celle per coloro che le scassinano. Il Prodotto Interno Lordo comprende la distruzione delle sequoie e la morte del Lago Superiore. Aumenta con la produzione di napalm e missili e testate nucleari, include la trasmissione di programmi televisivi che, per vendere merci ai nostri figli, glorificano la violenza. E se il Prodotto Interno Lordo comprende tutto ciò, c'è anche molto che non comprende. Non rende conto della salute dei nostri cari, della qualità della loro istruzione, del loro piacere di giocare. È indifferente al carattere dignitoso delle nostre fabbriche come alla sicurezza delle nostre strade. Non include la bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l'intelligenza del nostro dibattito pubblico o l'integrità dei nostri pubblici funzionari. Il Prodotto Interno Lordo non misura né la nostra intelligenza, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra erudizione, né la nostra compassione, né la devozione al nostro paese. Misura tutto, insomma, tranne ciò che dà valore alla vita". Però ci sono mostri miti che aiutano a vivere meglio. Basta solo abituarsi e pagare il conto, magari a rate o con carta di credito.
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