LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio   

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28.8.08
 
Sulla fenomenologia del camminare

Qualcuno mi ha chiesto, prima che mi facessi male, se quest'idea del mettersi a camminare rappresentasse in qualche modo una piccola diserzione dalle responsabilità, una fuga dai disordini del mondo, magari pure una svolta new age, hai visto mai. Ma camminare non vuol dire mica scappare. Forse, come dice chi è più saggio di me, è un espediente per riprendere contatto con se stessi. Trovare sollievo nelle strade, nei sentieri, nei boschi, non ci esime dalle responsabilità che ci competono riguardo al mondo lì fuori, ma permette di riprendere fiato, di affinare i sensi, ravvivare la curiosità. Comunque sia ieri la Repubblica ha dedicato due paginoni centrali dei suoi (qui il pdf) al camminare, perché "sempre più spesso la gente decide di viaggiare a piedi", anzi di più, "milioni di giovani teorizzano e praticano il faticoso viaggio a piedi". Il quotidiano più letto del Paese non ha citato direttamente la nostra impresa - sarebbe stato troppo smaccato, no? - ma la grande attenzione riservata al fenomeno è il chiaro segnale che anche i nostri passi vanno a incidersi nel solco delle grandi questioni progressiste che gli sono care, tra i valori da impiegare nella grande battaglia culturale dei nostri tempi. Altro che vesciche, cari miei. E dunque, Giorgio Bocca collega l'arte del camminare coi pellegrinaggi antichi di santi ed eroi, da Sant'Antonio a Napoleone, dal nonno del signore della Nutella ai partigiani delle Langhe. Il professor Duccio Demetrio, autore a noi caro del libro "Filosofia del camminare", vede le allegorie dietro al gesto, il camminare come "critica allo spirito competitivo dominante"; e poi "ci educhiamo a desiderare l'imprevisto, ad accettarlo, ad andargli incontro: qualunque cosa ci si pari dinnanzi... esperire l'istinto che viene, senza l'ansia di un profitto". L'articolo centrale del Diario di Repubblica sul camminare è affidato a Francesco Merlo. Ebbene, sostiene lui che oggi, come nel Seicento, c'è romanzo solo per chi viaggia a piedi. Pure se a piedi è facile tanto delirare quanto deragliare. D'altronde che fine avrebbero fatto i Promessi Sposi se quel giorno don Abbondo fosse uscito - mettiamo - in Vespa oppure, meno anacronisticamente, in calesse. E cosa sarebbe successo al popolo ebraico dell'Antico Testamento se non avesse sfidato appunto a piedi le acque del mar Rosso, salvandosi solo per miracolo. Scrive Merlo che oggi "il camminare diventa prima ambientalismo e poi un bisogno ideologico, è la Natura contro la Storia, ma è anche una purificazione individuale, un mal di piedi e un luogo comune, il camminare ormai legittima aggregazioni culturali, fonda protocolli e alimenta ideologie, è la risposta al malessere dello stare al mondo, surroga la sfera fideistico - religiosa". Apo' che roba, direbbe il mio socio di camminata. "Pare che solo gli scarponi penitenziali offrano ancora una tiepida emozione vacanziera", e qui direi che ne so qualcosa di quel genere di tiepide emozioni. Una cosa mi colpisce, e spesso pare di sentirla nell'aria: "la strada non è più un mito di libertà, nessuno vi cerca più l'emancipazione e la vita, la strada non esiste più se non come discarica dell'umanità, come luogo di raccolta dei rifiuti; da 'On the road' di Kerouac a 'The road' di Cormac McCarthy". E passi pure questa. Alla fine ci si chiede "se tutta questa specie di 'neo-camminismo' dei giovani occidentali sia davvero la nuova frontiera del 'ribellarsi è giusto', sicuramente è pessimismo storico, è fare penitenza, è un camminare per comminare una stoica (e stolida?) sentenza di condanna della modernità occidentale, la tentazione di uscire dalla vita come dal recinto di una clinica, la solita vecchia voglia di sparire il più discretamente possibile". Sarà. Noi perlomeno abbiamo capito che a volte il mal di piedi è meglio del mal di testa.