LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio
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21.8.08
Pechino e la fuga degli eroi Ogni paese ha bisogno di muscoli, ogni supremazia ha bisogno di battaglie. Il presidente Bush è andato in Cina apposta per vedere il basket, "il nostro Dream Team è favoloso". Il presidente Hu Jintao ha confessato che il suo sogno sarebbe "vincere l'oro nel ping pong". Palloni e palline. Ogni paese poi va a letto con il nemico. Il più grande giocatore cinese di basket, soprannominato "la Grande Muraglia" per i suoi 2,29 centimetri di altezza, gioca nell'Nba. La nazionale americana femminile di tennistavolo è formata esclusivamente da quattro atlete nate in Cina. Il debito dei consumatori americani è mantenuto grazie agli investimenti delle banche cinesi. E gran parte del boom economico cinese trova il suo mercato grazie alla platea occidentale in cerca di buoni prezzi. Le televisioni di tutto il mondo inquadrano il braciere olimpico e un sole malato, offuscato da un cielo grigio. Il meteo di regime conferma: è una giornata di sole, questa è una splendida giornata di sole. Aspiranti reporters d'assalto sans frontières sognano di farsi arrestare dalla tosta polizia cinese, ma senza perdere lo stile, "devi entrare nel dolore di un popolo, così m'hanno detto, come si faccia non lo so". Poco più in là, nello stadio che per alcuni ricorda un nido d'uccello e per altri evoca un filo spinato, si vedono cose che noi umani non pensavamo proprio di poter fare: un uomo che corre alla velocità del pensiero, un altro che taglia l'acqua come un aliscafo carico di sponsor, una nazione che si trasforma da cenerentola a colosso con spietata precisione, un sistema che applica il capitalismo senza la democrazia, col partito comunista unico al potere e col popolo più numeroso del pianeta a lavorare. Innumerevoli specialità per programmabili medaglie: sportive, geopolitiche, economiche, urbanistiche. Quando qualcuno vuole dimostrare la ferrea capacità di mobilitazione della Cina di fronte ai grandi obiettivi della Storia allora si mette a raccontare della grande epopea dei passeri. Un giorno dei primi anni Cinquanta del secolo scorso tutti i capi-missione stranieri in Cina furono convocati d'urgenza dal ministero degli Esteri. Erano i tempi della battaglia di Dien Bien Phu e molti pensarono a qualche dichiarazione di guerra alla Francia o qualche grosso avvenimento del genere. Invece i dipolomatici, riuniti in udienza, furono gentilmente pregati di dare la massima collaborazione alla "Settimana del passero". Non si trattava di una delle gentili usanze dei popoli orientali che tanto piacciono agli europei. La "Settimana del passero" era una specie di guerra di sterminio indetta contro quei pennuti, cui si faceva colpa di danneggiare la produzione di cereali. Giunta l'ora della lotta tutti gli allora 600 milioni di cinesi, più alcune centinaia di diplomatici, scesero in campo: bambini muniti di bidoni di ferro e altri strumenti infernali capaci di suscitare i massimi rumori possibili; adulti armati di pertiche e picche; giovani abili mandanti a presidiare tetti e cornicioni. Tutti uniti nell'epico e comune sforzo di cacciare via i dannati passeri. Con l'inizio delle ostilità essi furono scacciati dai loro nidi e cominciarono a svolazzare qua e là, cercando inutilmente rifugio dato che tutta l'enorme superficie della nazione era vigilata da legioni di persecutori. A mano a mano che i volatili, esauriti dalla continua fatica del volo, cadevano a terra, decine di persone si precipitavano a finirli. La propaganda asserì, e qualche diplomatico confermò, che dopo quelle vittoriose operazioni in tutta la Cina non c'era più l'ombra di un passero. Intanto guardo ancora questa Olimpiade e penso: si può programmare tutto nella vita? Ne vale la pena? Quale ignobile baratto stiamo accettando tra "la libertà di circolare, la gioia di scoprire e l'impossibile certezza di non esplodere"? Tutto pianificato, tutto alla perfezione. Eppure. Eppure le cose non vanno come si sarebbe voluto. Nelle grande cerimonia si scopre che i fuochi non bruciavano, che la bambina non cantava, che le nuvole di pioggia le avevano spostate a colpi di missili, che molto di quello che si era vista era un'illusione. I grandi campioni, incaricati dagli dei del popolo di vincere medaglie per la patria, poi crollano all'improvviso, deragliano dalla pista, perdono la mira, si sparano sui piedi. Anche gli eroi a volte scappano, lasciano la prima corsia vuota, una smorfia e via. Pensavo che tornasse il tempo degli atleti che esplodono, che rovinano la festicciola al regime con un pugno alzato, una protesta, una diserzione. Invece no, di questi tempi gli atleti (pure loro) implodono, al massimo si esauriscono, si guastano, soffocano travolti dalle aspettative. Mentre sugli spalti delle gare più mirabolanti in molti vedono altri campioni sempre più veloci, in troppi scuotono silenziosamente la testa e non credono. Tutti noi, leader di noi stessi, come un qualunque leader cinese, capiremo che l'avvenire non si può disegnare a tavolino, l'addestramento non garantisce un risultato. Come ha scritto Gabriele Romagnoli: "la specie umana per sua natura scarta di lato, inventa percorsi, scova fallimenti o trionfi nelle pieghe dell'inatteso e su quelli fonda le svolte della propria storia". Abbiamo visto il futuro, ci è scappato davanti, inseguito da fantasmi.
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