LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio
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4.7.08
Nelle mani giuste L'Italia è una repubblica fondata sul ricatto. Si può indagare fino a un certo punto, svelare certi meccanismi, addirittura smantellare interi sistemi di corruzione all'insegna delle mani pulite. Ma quando la verità sta per essere raggiunta ecco pararsi davanti agli occhi un grumo denso e scuro di potere, opportunità, riservatezze. Ha l'odore di un patto antico e segreto, che sa di massone e di mafioso, che sembra presiedere alla nascita della Repubblica dallo sbarco degli americani in Sicilia nel '45, temprato agli sbalzi di termometro della guerra fredda, e poi finisce per sopravvivere anche alla fine delle ideologie. Il grumo nero emerge ogni volta che il Paese prova a voltare pagina, mostrando il volto feroce delle stragi, per riconsegnare il potere "nelle mani giuste". "Nella mani giuste" come il romanzo di Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore, ambientato nell'Italia tra il 1992 e il 1993, in quell'anno nero e convulso, tramonto di un'epoca, alba di un'epoca in cui siamo tuttora immersi. Seguito di quel "Romanzo Criminale" degli anni Settanta, ma senza nemmeno un residuo di vitalismo nazionale, evaporato nel Gotha del nulla. Inizio degli anni Novanta, col muro di Berlino appena caduto. Tempo sospeso tra speranze di paligenesi e paura di una rivoluzione alle porte. Le vecchia classe dirigente della Prima Repubblica, coi suoi partiti carichi di storia, decimata dalla bufera giudiziaria di Tangentopoli. Gli italiani corrono a dare qualche scossetta al camper del Tg4 con Brosio a bordo, davanti al Tribunale di Milano, credendo di fare una rivoluzione. Un imprenditore del nord racconta agli amici: "Avevano esagerato. Erano troppo affamati. Da che mondo è mondo si sa che per andare avanti bisogna ungere le ruote. Ma quando è troppo è troppo. Questi non si accontentavano più della solita tangente. Questi decidevano loro chi lavorava e chi no. Che infami". Craxi si difende come un leone, ma il suo destino è segnato. I postcomunisti provano il vestito buono, impazienti di fare irruzione nella stanza dei bottoni. L'antico obbligo di stare al centro saltato con il crollo dei vecchi blocchi americani e sovietici. I patti di una vita sciolti dal Semtex-4. Preoccupazione diffusa nei circoli economici e finanziari. Imprenditori che si sparano un colpo in testa. La vecchia lira colata a picco. Nessuna garanzia sugli assetti futuri. Incappucciati in fermento. Cattolici oscillanti tra destra e sinistra, il papa perplesso. La mafia come una forza in gioco. Molti destini si muovono nella Roma surreale di quei giorni, dove le inchieste svuotano i palazzi del potere e tutti si domandano chi sarà il prossimo padrone. Gli occhi di un Vecchio si illuminano di un lampo ilare: "Si è mai chiesto perché l'hanno chiamata P2, cioè Propaganda 2, quella dannata loggia? No? Be', perché evidentemente, da qualche parte, deve esserci una loggia Propaganda 1". Risuonano le bombe stragiste di Milano, Firenze, Roma, coi disegni misteriosi che si portano dietro. Nella torrida aria siciliana salta per aria il giudice Giovanni Falcone con tutta la scorta e un pezzo di autostrada. Due mesi dopo tocca al suo collega Paolo Borsellino. Muoiono come mosche, saltano palazzi custodi dell'arte e chiese, si salva per miracolo da un'autobomba il giornalista Costanzo, c'è chi pensa di far esplodere un ordigno per fare una strage di domenica all'uscita dello stadio Olimpico, in una notte di bombe una manina occulta stacca i fili del telefono di Palazzo Chigi come si niente fosse, si avvertono vaghi conati di colpo di Stato. "Falcone, Falcone... Borsellino, Borsellino... gli eroi... i modelli... le icone dell'Italiano Come Dovrebbe Essere. Come non sarà mai...". Pezzi di Stato cominciano a trattare con pezzi di Cosa Nostra. "Era ragionevole il giovane mafioso. Ragionevole e lucido. Capita sempre di scoprire, a un certo punto, che quelli che chiamiamo 'assassini' o 'terroristi' non appartengono al regno della follia, ma alla democrazia del raziocinio. E' la convenienza la strada maestra per tutti, per i 'nostri' così come per i 'loro'". Nel "gran Gotha del nulla" si agitano spioni e faccendieri, puttane e poliziotti, industriali e mafiosi, pennivendoli e killer. L'incubo - non si sa quanto vero o quanto immaginato - di carte e dossier che spuntano dalla montagna nera sempre al momento giusto, per stroncare uno e blandire l'altro, per impedire ogni autentico cambiamento. In quegli anni cade l'alibi delle ideologie. Rimane la lotta per il potere nuda e cruda, gli affari per gli affari. Una nomenclatura di deboli alla ricerca di un senso. Piccoli tossicomani del potere pronti a tradire, calunniare, rubare, uccidere pur di arraffare la dose che non basta mai. I risvegli della coscienza popolare si rivelano solo ipocrite parentesi. Sullo sfondo si alza la figura di Silvio Berlusconi, della sua discesa in campo, anno 1994. Il Brillante che avrebbe battuto i Burocrati. Ed ecco che, magicamente, tutte le tensioni, la voglia di rinnovamento, le speranze e le illusioni, avrebbero trovato uno sbocco. Non è un romanzo a tesi. Però a pagina 92 mi sono segnato questa frase con un segno di penna: "I camerati si erano lanciati sui libretti al portatore". Poi ci sono momenti, in questo Paese, in cui la consapevolezza di sapere e di non potere ti toglie il respiro. La sola invettiva che puoi lanciare è contro l'italiano medio, chiave di tutti i misteri: "Il buon, vecchio coglione che tutti conosciamo... vive di paure, si alimenta del sogno impossibile di un miracolo, ha bisogno di una madre protettiva e di un padre autorevole e severo... adora essere strigliato e allo stesso tempo compiaciuto, non gli dispiace essere garbatamente truffato ma detesta passare per fesso, e soprattutto non tollera che lo si sappia in giro". Anche per lui la Storia non si lascia imbrigliare dalla tenacia dei singoli. Anche per lui la Storia avrebbe consegnato l'Italia nelle mani giuste.
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