LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio
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1.7.08
Cuore di tenebra Seduto in balcone al tramonto, saziando fameliche zanzare col mio sangue, studio un libro sulla melanconia del vampiro, da portare per uno dei miei ultimi esami. Provo a fare mia una vecchia frase, un po' romantica: "I fantasmi sono crudeli, con la realtà ci si può sempre arrangiare". Mi chiedo se ha ancora un senso quando la cosiddetta realtà si rivela consistere della stessa sostanza di cui sono fatti i fantasmi (più o meno crudeli che siano). E di cosa è fatto un fantasma? Ombra, sogno, vapore, immagine, come quella della madre che Enea incontra nell'Ade ma quando cerca di abbracciarla dolorosamente svanisce. Ritorna il vampiro, morto e non morto, pronto a succhiarci il sangue e trascinarci nelle sue irrequiete prigioni, celato da mille vesti diverse. Un eroe romantico, un diavolo, un banchiere, un artista, un flaneur, un esule, un seduttore, uno straniero, un migrante. Proprio i tanti migranti che affollano le strade del mondo assomigliano loro malgrado a tanti spettri, individui sospesi a mezz'aria, a mezza parete, con la paura di essere divorati dai nuovi paesi, dalle nuove culture, con la paura di perdersi. Senza essere gli uomini giusti, spesso essendo giusto degli uomini. Il vampiro, in fondo, vive senza sentirsi vivo. Abita il suo mondo come in una bara. "Il vampiro contemporaneo - leggo - rappresenta l'alieno, il diverso, l'emigrato straniero che vive in mezzo a noi". Riflette, nelle sue vesti moderne, il sentimento della melanconia. Alcuni storici, come Pascal Bruckner, hanno parlato anni fa di "melanconia democratica" dell'Occidente, come una sorta di pervasivo disincanto, di tristezza, di crisi di identità, con l'unica soluzione di cercare nuovi nemici per sopravvivere. Uno storico e giornalista siriano, Samir Kassir, assassinato a Beirut nel 2005 per le sue idee che non lasciavano spazio ai sostenitori dello scontro di civiltà, aveva parlato di infelicità araba, come una sorta di melanconia orientale, dallo sguardo fondamentalista, radicata in milioni di persone per le quali "il futuro è una strada ostruita", e anch'essa ha bisogno di un nemico. Ma poi, a parte le analisi di Jean Baudrillard, l'iper-reale che ha rimpiazzato la realtà di simulacri, il nostro mondo è pieno di fantasmi, e tutti noi ci andiamo sottobraccio. La vita che ci frammenta, dentro ricordi e paure e notti brave che ci spengono, milioni di lotterie e profezie, e noi a mettere da parte. L'universo di copie e cloni che inonda la nostra vita tecnologica. Ma senza bisogno di internet, si parlava di fantasmi secoli prima di Kafka, a proposito delle lettere e della scrittura che rende presente gli assenti. In fondo anche il concetto marxiano di "alienazione" appare un arnese arcaico, come un qualunque romanzo di fantascienza paranoica di Philip K. Dick. Siamo tutti fantasmi, e in certe ore parecchio vampiri. Sospesi tra due pianeti opposti, nascosti ognuno bene in sè. Nel secolo dei Lumi, nei paesi balcanici che la storia mai sazia di sangue, esplose il terrore dei vampiri. Furono aperte centinaia di tombe per cercare i cadaveri sospetti. L'uccisione dei cosidetti vampiri coinvolse ampi strati della popolazione. Come fu, nel medioevo appena passato, per le streghe, e per gli eretici, e per gli indesiderati di ogni genere. L'illuminista Voltaire aveva le sue ragioni a dire che "le vere sanguisughe non abitano nei cimiteri, ma in palazzi assai confortevoli". I papi allentavano a seconda delle epoche i guinzagli della superstizione, sapevano che Dracula assomigliava a un Cristo distorto: se uno donava il sangue l'altro se lo prendeva, se uno conduceva alla vita eterna l'altro portava alla morte eterna che pure pareva eternamente vissuta. Ma i vampiri non cercano adepti, né vogliono instaurare imperi terreni. "Si convinca che in tutto questo affare sono i vivi che hanno torto" scrisse nel Settecento un papa un po' più razionale, tale Benedetto XIV, all'arcivescovo di Leopoli. La stessa superstizione teologica che oggi ritiene che a non decomporsi siano i corpi dei santi, pochi secoli fa sosteneva che a rimanere intatti nella tomba fossero i corpi dei diavoli. Nell'Ottocento il vampiro si allontanava dalla cronaca e dalle superstizioni popolari per farsi creatura letteraria, amante dei salotti e delle mondanità, come un eroe romantico e maledetto. Disposto, pure lui, a vendersi l'anima. Nel libro "Intervista col vampiro" quando la storia comincia il vampiro che racconta, Louis, narra di aver perso moglie e figlia e di voler, ora, "perdere tutto, specialmente la sofferenza di vivere". Poi appare il suo maestro, Lestat, e di tutto quello che dice resta impressa una frase: "Il male è un'opinione, Dio uccide in maniera indiscriminata". Ogni amore si nutre come un cannibale. Ogni uomo nasconde spesso la propria ombra dentro di sè. Oggi se la cultura di massa prospera sulla figura di vampiri, zombi, cloni e macchine viventi un motivo ci sarà. Freud, nel 1922, scriveva che i demoni sono "desideri cattivi, ripudiati, che derivano da moti pulsionali che sono stati respinti e rimossi". Ora, un sondaggio pubblicato dalla rivista Focus rivela che due italiani su tre ai fantasmi ci credono, e uno su due ne ha visti. Che cosa significa? In fondo, diceva Eduardo De Filippo, "siamo noi i fantasmi". E forse dovremmo abituarci a convivere. Mentre tutti noi su questo pianeta ci sentiamo un po' vampiri, un po' zombies, a colpevolizzarci per un mondo che va verso la rovina. La fine che ormai appare sempre meno annunciata, sempre più in atto. Certo, non c'è politico che lo dica. Al massimo alcuni filosofi. I politici sono amministratori che non ammettono nemmeno di parlare della morte. Allora, siamo noi i fantasmi? Vampiri di noi stessi? Sento citare questa frase di Kafka: "abbiamo fatto il positivo, ora resta da fare il negativo".
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