Antropologi da licenziare
Il mio primo esame universitario, febbraio 2002, nell'allora affollatissimo corso di laurea in scienze della comunicazione alla Sapienza fu quello di Antropologia Culturale col professor Massimo Canevacci. Presi trenta. Ma il voto d'esame, e i relativi quattro crediti d'ordinanza conseguiti, sono davvero ciò che conta di meno in tutta questa storia. Non scorderò mai la prima lezione di antropologia culturale nella penombra di un cinema semibuio. Seguire Canevacci - o Maxx come ci siamo abituati a chiamarlo - tra lezioni, seminari, performances extraurbane, concetti ibridi e corpi perforati, una scarpa in bacheca, happening notturni in facoltà, finti rapimenti di Luther Blisset, riunioni imprevedibili, capitoli di libri, ritagli di giornale e di codici a barre, in quei primi mesi da matricola come negli anni a seguire, è stata un'esperienza che mi ha cambiato lo sguardo. E mi ha insegnato a usare gli strumenti di un pezzo d'università, tra il perpetuo macinare di punti e di saperi, per crescere in maniera un po' più libera. Osservare l'altro ed osservarci nell'altro senza il rassicurante abbraccio dei libretti di tassonomie. Liberarsi dai vincoli ferrei dei moralismi e da quelli, ancora più vischiosi, della banalità. Rendersi conto che la comunicazione di massa ha radici molto più antiche e profonde che la Rai Tivù, Gutenberg o il Grande Fratello. Cannibalizzare i simbolismi, toglierci il panama da turista e capire che il "campo" è ovunque si generino nuovi simboli, nuovi pensieri. E che i "selvaggi" spesso e volentieri, siamo noi. Prendere confidenza con i concetti più radicali, con gli sguardi più straniati, che sono sempre anche quelli più illuminanti. Perchè la crescita, lo scambio, la circolazione delle idee non avviene solo in segreterie e aule, su libri e dispense da mandare a memoria. Così stamattina mi sento triste e nervoso a leggere la notizia che la facoltà romana di Scienze della Comunicazione ha deciso di fare a meno dell'Antropologia Culturale tra i suoi insegnamenti fondamentali e di relegare il corso di Canevacci in un angolino dei curricula in cui perde quasi di senso. Ottusità accademiche, burocrazie ministeriali. Decisioni come queste "addestrano gli studenti alla rinuncia all'innovazione e all'assenso disciplinato", scrive Canevacci in una lettera aperta che ha raccolto commenti e adesioni di molti studenti e docenti. Non è in ballo la semplice difesa di una cattedra o di un docente, peraltro prossimo alla pensione, non è nemmeno l'idea che un insegnamento debba essere proprietà di qualcuno, come una casa che se si va in vacanza si chiude, quanto piuttosto il segnale di un altro passo sulla strada dell'impoverimento culturale, della chiusura su se stessi. In una fase storica in cui ci sarebbe bisogno di tutt'altro. Chissà: forse vuol dire che ancora una volta quella strana facoltà di scienze della comunicazione si ritrova in sintonia con lo spirito del tempo, nel bene e nel male. Ricordo una frase di Oliviero Toscani, che una volta insegnò (per poco) pure da noi: "Sarebbe interessante poter leggere il giornale di domani; quello che è uscito oggi è già vecchio". Chissà se quelli che progettano una facoltà di comunicazione come la nostra lo hanno capito. L'antropologia come la insegna Canevacci non è più un percorso attraverso culture mummificate e madonne pellegrine, ma è trasformata in un viaggio nel cuore di tenebra della modernità, che passa dai balinesi e dai bororo per arrivare fino ai Sepultura, a Videodrome e ai corpi digitali. Concetti che poi, nelle situazioni della vita e del lavoro, si srotolano, si fanno carne e diventano concreti. Ora forse gli ordini dall'alto richiedono meno introspezione personale, meno critica sociale, più fiction generale. Meglio insistere su studi che assecondino il regime da appiccicoso infotainment provinciale in cui siamo avvolti. Guardo indietro, tirato avanti dall'inevitabile futuro, come in una delle metafore più suggestive che mi sono state insegnate.