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29.6.08
 
Il paese nel pozzo

foto di lievementenellaria su flickr.comPratoni orizzontali bruciati dal sole e da incubi verticali. Intorno ai prati ci sono case sparse, abusive, il paese in lontananza, la statale che corre. Un caldo di trenta gradi, un'aria da sassi e lucertole. Nel paese delle verità nascoste in fondo al pozzo, popolate di fantasmi dell'immaginario collettivo, c'è posto anche per un bimbo caduto in un buco nella terra, sepolto vivo in un cunicolo artesiano. Leggo pezzi del poderoso e paranoico "Dies Irae" di Giuseppe Genna: "è un paese che muore sui giornali, l'Italia, nella carta di pastastracci e senza collanti e umida di stampa dei quotidiani di giorno in giorno, con fatti oscuri che spaccano le leggi, incrinano la storia". In quel pozzo, largo appena 30 centimetri, a 16 metri di profondità, e poi a 27, e poi a 38, in località Vermicino, tra Roma e Frascati, alle 7 del pomeriggio di mercoledì 10 giugno 1981 scivola Alfredino Rampi, 6 anni, paffuto e felice, occhi vivaci e sorriso sereno. Diciotto ore di diretta televisiva raccontano la sua drammatica fine trasformandolo in un'icona mediatica, Alfredino. Anche l'Italia, dall'occhio impersonale e nitido dei satelliti atmosferici e dei satelliti spia, sembra un piccolo feto ripiegato su di sé, che tenta di allungarsi, prova a uscire nuotando verso l'alto. Una morte immensa e lentissima si consuma. Espansa dalla diretta televisiva, quella di cui Sergio Zavoli disse "una volta partito non si riuscì più a smontare il set", collegata a ogni singolo cuore dei 32 milioni di telespettatori. Un dolore collettivo in una forma inedita, come neanche per nessuna delle tante oscure stragi di cui pullulava la fresca memoria nazionale. L'Italia intera davanti allo specchio fluttuante di un terrore televisivo che per la prima volta scardina le gabbie dei palinsesti, ma anche le pareti dei tinelli dei nostri genitori, la sicurezza domestica, liberando i fantasmi dell'inconscio e moltiplicandoli nella solitudine della notte. L'Italia intera - è stato scritto - precipita in quel pozzo senza aria: tutti incastrati nel buio, scivolando nel fango e nel soffocamento claustrofobico di Alfredino che da laggiù grida, "Mamma ho freddo, aiutami". Un microfono è stato calato nel pozzo. Le esanimi parole arrivano in diretta. "Aspettiamo, dovrebbero salvarlo a minuti" dice il giornalista del Tg1, e invece si complica sempre di più, non vuole finire mai. Una folle notte di soccoritori rovinosi e improvvisati: nani, ragazzini volontari, fantini, uomini ragno, millantatori, esibizionisti, ingegneri scalcagnati, tombaroli, acrobati. Un "Portobello" sull'orlo del baratro. Quindicimila automobili parcheggiate lungo i pratoni polverosi di Vermicino. Preti che benedicono, carabinieri che spingono, medici, prefetti, pompieri, porchettari, venditori di dolciumi, camionisti, gente comune e curiosa. Il vecchio presidente partigiano Pertini che viene in nome del popolo italiano, senza mai perdere di vista folle e telecamere, come si va ai bordi degli incidenti stradali o dei lavori in corso. Per affacciarsi, guardare, stupirsi. Commuoversi e intralciare. Sugli schermi un flusso di immagini sfocate, un tg che non finisce mai, nei colori ancora reduci dal bianco e nero. Forse per la prima volta, nel nostro Paese, è la tv che cambia l'evento proprio mentre lo racconta. E raccontandolo lo infiamma. E infiammandolo ne fa uno spettacolo senza remore. Pure se al fondo della sua finzione, e al fondo di quel pozzo, c'è davvero un bimbo, in carne e ossa, Alfredino, di anni 6. E l'evento cambia la tv. La consacra altare dei riti collettivi, gorgo che attira lo sguardo, mano sulla spalla di una nazione smarrita. Che adesso ha voglia di entrare nello spettacolo, prendere la parola. Sfanculare le élite. In quegli anni l'etere comincia a pulsare di nuovi canali, varietà dialettali, massaie, divani, pentole, aste, pornodive, venditori di mobili, casalinghe mascherate che si spogliano la notte tentando il colpo grosso. L'Italia invisibile e minore, bigotta e pagana, è tutta lì, attorno al pozzo, e non se ne andrà più. Dice Carlo Freccero, testa fine della televisione, nel libro "Luoghi comuni" di Pino Corrias: "A Vermicino nasce la grande messa in scena, della vita comune, della politica, della morte. Il cambio di scena avviene in periferia, in un luogo desolato, in un prato senza storia". Negli stessi giorni: la scoperta delle liste della loggia P2, le sue oscure cospirazioni, il processo Calvi, l'edificazione della città satellite di Milano 3 a opera dei fratelli Berlusconi, le Br in circolazione, i terremoti a fondo perduto, l'eroina che comincia a portarsi via un pezzo di generazione, le veste bianca del nuovo papa polacco insaguinata un attentatore turco. Molto sangue, molti colpi di scena. Ma è l'alba di una nuova Italia, rammodernata e corretta. Nazione Titanic, ignara delle proprie ombre. Milioni di italiani che non prestano attenzione alla realtà annunciata, che sappiamo tutti come andrà a finire questa storia. Alfredino viene dichiarato morto all'alba di sabato 13 giugno. Si smontano i set, si chiudono i collegamenti tv. La salma, nel pozzo artificialmente invaso di azoto, un blocco di ghiaccio e terra, viene recuperata giorni dopo. Nel 2008 i Baustelle hanno cantato: "E Dio guardava il Figlio Suo, e in onda lo mandò".