LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio   

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30.4.08
 
Su al Sud

foto di gabriele nicoletti su flickr.comAlla fine a noi del Sud ci hanno fregato pure la Questione. A sentire il gran dibattere di esperti e di politici la questione meridionale, vecchio cruccio della nazione italiana dai tempi della sua unità, è diventata ormai settentrionale. C'è poco da fare. Quello che un tempo era considerato parametro s'è ribaltato in un nefasto contrappasso. Forse è il Sud che si sta squagliando nel Nord, va a sapere. "Il Sud? Dobbiamo parlare ancora del Sud? Sono cinquant'anni. Francamente non se ne può più", ha sentenziato Giuseppe De Rita del Censis, navigato interprete delle mille realtà locali italiane. Sarà che con l'arrivo delle nuove ondate migratorie, ben più globali e imponderabili delle vecchie frecce del sud, tutto è diventato migrazione: Parigi sembra Palermo, dentro Londra c'è già Napoli, figurarsi cosa non accade nell'Italia della mancata unità, dove già nelle caserme della vecchia naja era impresa difficile mettere insieme la diffidenza dei mangiatori di polenta con le sbracature dei cafoni sazi di pizza e pomodoro. Pure i meridionali hanno smesso di avere paura di Bossi e delle sparate dei leghisti, anzi sotto sotto quasi ammirano la Lega Nord, perlomeno capace di far valere le ragioni del suo territorio, delle sue corporazioni, in un mondo dove ogni orizzonte da generale è diventato particolare, con tanti saluti alle solidarietà nazionali. Già, perché quello che scriveva del Sud Antonio Grasmci quasi cent'anni fa ("L'Italia meridionale è una grande disgregazione sociale" in "La questione meridionale", appunto) è diventato un buon ritratto del Paese intero. "Quello che vediamo - spiega sempre il sociologo De Rita - è una competizione tra diversi localismi. Il problema è che il localismo del Sud è perdente, non funziona perché non fa sviluppo". C'è chi, come certi miei adorabili amici fondatori di "partiti del sud" dalle incerte fortune, ancora si vanta di essere l'ultimo combattente popolare di una causa persa, quella del Sud, che come tutte le cause perse poi rischia di diventare una sagra delle superstizioni, una nostalgia avvelenata, o semplicemente un alibi alle proprie pigrizie. Giancarlo De Cataldo in suo vecchio libretto dedicato ai "Terroni" - come lui, come noi - tentava di spiegare questa schizofrenia tutta meridionale, tra il desiderio di annullare se stessi, assimilarsi a "quelli del nord, quelli superiori!", oppure arroccarsi in orgoglioso arrocamento, nella più sterile delle rese, come una vena separatista che corre parallela all'autostrada dell'impossibile integrazione. Alla domanda su di chi sia la colpa dei problemi del sud la maggior parte dei meridionali dice che è dell'assenza dello Stato. Così nelle campagne elettorali ogni candidato adotta una sorta di terzomondismo verso il Sud, perpetua ancora in modo mal celato quel senso di superiorità che fa si che si continui a considerare i cittadini del Sud dei soggetti a responsabilità limitata, dei mutilati dalle mafie, degli eterni minorenni incapaci di realizzare qualcosa di positivo solo a motivo del male subito da parte dello Stato centrale. Il blogger Giuseppe Veltri, meridonale trasferito a Londra, tempo fa se la prendeva con la dannazione del "Mezzogiornismo": "Sono tutti pronti a promettere più soldi, maggiori investimenti ed infrastrutture ma nessuno punta l'indice verso le responsabilità dei meridionali dicendo: 'Sei stato trattato male in passato, ma poi hai continuato a sbagliare da solo per decenni'". Come a dire: il Sud è fatto così, pazienza. Si concede ai meridionali di essere vittime e allo stesso tempo non si deve prendere l'impegno di un vero e radicale cambiamento. Cosicché tutto si perpetui nel solito paradiso abitato da diavoli, dove le cose non assomigliano mai a loro stesse. Un sentimento di amore sfinito, o sfinimento d'amore per il Sud. E sempre una domanda cattiva e reale a cui restare inchiodati: e tu perché te ne sei andato? Perché ce ne andiamo sempre tutti via, appena possibile, dal nostro Sud? "Mi riconosco ancora - scrive De Cataldo - nell'andatura caracollante di un pensiero che appare sonnolento e ti regala improvvisi squarci di vitalità". Adesso ovunque, pure al Nord, non c'è terra che tremi, c'è però la brutta bestia della crisi in agguato. E se è vero che "si è sempre meridionali di qualcuno", stavolta non c'è più un altro Nord a cui aggrapparsi. Perché poi bisogna conoscere lo scirocco per capire. "Il Sud, se esiste, è un'isola". Puoi solo tornare indietro per andare avanti, e se c'è vento cattivo pazienza, ti perdi.