LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio   

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25.2.08
 
Seduto in panchina

manhattan di woody allenLe mie panchine preferite sono quelle verdi a onde di una volta, di legno, in via d'estinzione. Ma ormai si possono trovare solo in vecchi parchi pubblici o di fronte a laghi senza fantasia. Oppure, all'opposto, adoro le panchine all'ultima moda, quelle del lungomare di Barcellona, costruite come delle sdraio di pietra, rivolte con la direzione dei piedi verso il mare. Ogni tanto trovo una panchina pubblica, una di quelle poche sopravvissute, e mi ci siedo. E' il modo migliore per guardare e per non essere guardati. Tutti ormai distolgono gli occhi da un uomo seduto in panchina. Me ne sto seduto lì e in quel momento mi sottraggo non solo alle regole non scritte dell'efficienza, ma allo sguardo degli altri. Forse mi avete visto, magari di sottecchi. Oppure avete evitato di guardarmi. Se non si è anziani, donne incinta o con carrozzina, se si è maschi o femmine adulti, chi sta in panchina è poco raccomandabile. Nel migliore dei casi si è disoccupati, sfaccendati, vite di riserva. Alcuni sindaci del nordest hanno cominciato a eliminarle, le panchine, per tenere alla larga dal cuore delle loro città, e dai loro stessi occhi, i barboni, gli immigrati, i drogati. Un anno fa a Trieste alcuni sbottarono e presero a organizzare dei comitati di resistenza: "Come può venire in mente di segare delle panchine?". Lo scrittore Marco Paolini esortò i triestini a mettersi sulla schiena un bel numero "13", come i giocatori di calcio d'una volta quando dovevano restare fuori campo come riserve, e aggiunse: "Intorno a noi è pieno di gente pronta a toglierci di sotto il culo la tua panchina gratuita e a offrirci mille alternative a pagamento". Pure il protagonista di "Caos calmo", travolto dagli eventi, ferma il mondo, scende, si siede su una panchina e aspetta che sua figlia esca da scuola e il flusso della vita riprenda. Sarà la vita che sale e poi riscende. Lo scrittore Luciano Bianciardi raccontò che, nella Milano degli anni Sessanta, quella del boom economico e della vita agra, fu arrestato per strada perché camminava troppo lentamente, strascicando i piedi. Mica facile fermarsi. C'è chi si ferma e sa dove stava andando. Altri si fermano perché non lo sanno più. Una panchina è il posto adatto per starsene, un attimo o più, al centro dell'universo, appena il proprio, ai margini del caos, non necessariamente calmo. La poesia si abbina alle panchine, ma io non ho mai saputo scrivere poesie, e non ho nemmeno mai voluto. Perfino a Recanati, dove Leopardi attingeva al suo Infinito, "sedendo e mirando", oggi non c'è più la siepe di quel sublime sonetto, c'è solo un muretto e - appunto - una panchina, che guarda verso le montagne innevate. Certi amori sbocciano sulle panchine, e più passa il tempo più mi convinco che vorrei trovare l'amore per caso, senza cercarlo, che idea molesta e perfetta, come se bastasse solo riconoscersi e fermarsi, a margine di un mondo che corre. Georges Brassens cantava "les amoureux des banc publiques", i baci che raccolgono la disapprovazione dei passanti. C'è una panchina in bianco e nero, sulle rive dell'East River, dove si vede Woody Allen in smoking, seduto di schiena ad aspettare l'alba davanti allo skyline di Manhattan, con Diane Keaton al suo fianco. Oppure c'è "La venticinquesima ora" di Spike Lee dove il protagonista medita su una panchina il suo ultimo giorno di libertà prima del carcere. Sogna un'altra chance, intravede uno spiraglio. Forrest Gump, invece, era disposto a raccontare tutta la sua vita a chiunque si sedesse sulla panchina accanto a lui, aspettando l'autobus. Il commissario Maigret, una volta in un suo racconto, incrociò un uomo su una panchina, "un uomo come se ne vedono tanti nel quartiere", e riconobbe in lui l'epopea di un provinciale impressionato dall'agitazione della grande città, dalla folla in perpetuo movimento, ma anche commosso dalle vite umili e ordinarie che lottano ogni giorno per restare a galla. I posti sono storie. Destini di luce e poi di buio. La Juventus fu fondata fu una panchina di corso Re Umberto, a Torino. Perfino lo Zarathustra di Nietzsche se ne stava su una panchina, di fronte al lago di Sils-Maria, "seduto ad attendere, attendere ma senza attendersi nulla, al di là del bene e del male". Cosa c'è di più umano e universale di sedersi? Cosa c'è di più arduo di fermarsi? Seduti, senza pretendere di avere ragione.