Succede che arrivo a casa quando fischia la notte e non è ancora l'alba, con addosso una divisa da marinaio e le gambe indolenzite, e sul calendario il carnevale già sfuma nella quaresima, però accendo la televisione e vado sui siti dei giornali americani, e tutti stanno a dire che vince il fratello Obama, anzi no vince la signora Hillary, uno avanza e l'altra tiene, una si conferma e l'altro non si arrende, uno racimola delegati e l'altra si prende la California. La battaglia democratica non risolve la lotta che appassiona gli States ma la ingarbuglia ancora di più. Nella mia stanzetta romana non ci capisco tanto ma vado a dormire contento. Stato su stato, il meccanismo delle primarie americane si dipana in tutta la sua invidiabile assurdità. Da molte parti si vota, con la scheda, il seggio, l'urna e tutto quanto. Da altre parti si procede coi caucus, che non si capisce esattamente cosa siano, poi te lo spiegano e preferivi prima quando non avevi idea. Insomma questi sotto la neve si mettono a chiacchierare nelle palestre delle scuole medie e decidono - un po' pure per conto di noialtri resto del pianeta - che quel gruppetto di casalinge è più nutrito di quell'altro di operai, e allora si parlotta un po' e poi si vota. Tutti quelli per Obama da un lato dello stanzone, tutti quelli per Hillary dall'altro, bravi così. Oppure che alzino la mano quelli che vogliono il vecchio soldato McCain, e poi che la alzino quelli che preferiscono il mormone, o quegli altri che invece vogliono quell'altro lì, l'amico di Chuck Norris esatto. E ancora non basta, perché poi c'è la conta dei delegati, quei tipi che andranno fisicamente alla Convention del Partito a votare il candidato presidente, e scopri che 'sti americani hanno la democrazia più grossa del mondo ma anche loro in quanto a sistemi complicati non scherzano, roba che nemmeno certi proporzionali con premio di maggioranza all'italiana. I miei amici in viaggio in America dicono che ci sono delle volte che è il tempo dei simboli, delle volte in cui le parole non sono solo parole. E adesso pare essere una di quelle volte. Tutto parte da quegli Stati Uniti che ci anticipano sempre tendenze e paure, la politica che sa tornare viva quando riaccende la speranza, mentre tutt'attorno le stangate dell'economia cominciano a mordere la carne viva della vita delle persone qualunque, e si capisce che questo conta più di mille crociate moraliste, di mille allarmi rossi da montare sulla sicurezza nazionale. Mai è stata così forte la partecipazione alle primarie americane, dicono gli analisti. "Yes, we can!" urla il democratico Obama mentre dal palco alza lo sguardo lontano, oltre la folla adorante, per poi cercare gli occhi, gli sguardi, gli entusiasmi, uno ad uno. Dietro di lui c'è qualcosa di allarmante, quasi di rivoluzionario, per quell'America che da otto anni Bush governa: è l'ipotesi che l'America debba cambiare sè stessa, prima di pretendere di cambiare il mondo a propria immagine e somiglianza, che debba abbattere i suoi muri di civiltà prima di voler abbattere quelli degli altri. Per questo Obama, come stanotte, dice che "noi siamo quelli che aspettavamo". E cita Martin Luther King quando invocava "la feroce urgenza dell'adesso", e ribatte alla Hillary che lo accusa di incendiare "false speranze" spiegandole paziente che tutte le speranze nella loro alba sembrano false, "la fine della segregazione, il viaggio verso la Luna, il voto alle donne, l'idea che un bambino nero scaricato a due anni dal padre che piantò in asso mia madre costringendola a lavorare in fabbrica, potesse un giorno essere candidato alla presidenza degli Stati Uniti". La realtà si cambia con la speranza e con il coraggio di immaginare l'impossibile, non con il regolo. Non so chi vincerà dopo questo martedì grasso e decisivo ma vado a dormire contento, come un marinaio stordito. Fossi stato lì avrei votato, in modo convinto e appassionato come forse mai, il fratello Obama. Invece mi risveglierò mille miglia lontano, un qualunque mercoledì di ceneri, in un altro paese eternamente indeciso tra mascherine e penitenze. ludik alle 15:04 # 0 commenti