Le occasioni della storia a volte si presentano nei posti più impensati. E i germi della rivolta contro il sistema allignano dove meno te lo aspetti. Da qualche tempo, di fronte all'edicola sotto casa mia, un piccolo soviet di tardoni si da convegno per scambiarsi le figurine dell'Album di Famiglia del Manifesto. Proprio così: l'album delle figurine (e già che ci siamo, delle figuracce) del comunismo. Io per esempio Marx ce l'ho, Pol Pot mi manca; Togliatti ce l'ho, Dolores Ibarruri mi manca; Ho Chi Min ce l'ho, Pasolini mi manca; Veltroni ce l'ho, Sacco e Vanzetti mi mancano. Ecco, a questo siamo ridotti, sospirerà qualcuno. D'altronde nulla è regalato, tutto va conquistato nella lotta di classe. E poi, come è sottolineato tra le regole dello stesso album di quelli sregolati del Manifesto: "scambiando con altri compagni le figurine doppie vi libererete dal bisogno di comprarne di nuove". Ma nemmeno l'edicola sotto casa è un pranzo di gala. E' chiaro che lì dove non sono arrivati i rivoluzionari non arriveranno neanche i collezionisti. In fondo almeno su una cosa aveva ragione quel vecchio filosofo barbuto quando scriveva che "tutto ciò che è solido diventa aria". Voleva descrivere lui, nel 1848, come l'azione della borghesia dissolvesse le strutture premoderne ereditate dal feudalesimo. E però, fatte le debite proporzioni, lo stesso fenomeno non smette di avvenire nei nostri paesaggi. Paesaggi così moderni, così liquidi, così post. Il comunismo, quante volte s'è detto, il comunismo. "C'è mai stato il comunismo?" incalza un giovane del Pci sezione Testaccio ne "La Cosa" di Moretti, mentre tutt'attorno crollavano i muri. "Siete ancora comunisti?" chiede il regista Le Paige a Carlo, uno dei quattro militanti di un paesino della Toscana rossa seguiti passo passo per vent'anni in quel bel documentario che si chiama "Il fare politica". Il comunismo pretendeva di essere una visionaria e un po' paurosa scuola di ostetricia per far rinascere daccapo tutti gli uomini, anzi da cui far nascere il fantomatico "uomo nuovo". E' stato un disastro nella storia. Ma un disastro in cui ognuno ha pescato la sua dose di orgoglio, di utopia, di speranza. O forse solo un po' di compagnia, o una testa da non chinare. Un pezzo di Che Guevara e un pezzo di segretario di sezione, almeno dalle nostre parti. Si imparava ad attaccare un manifesto, o a capire il punto di vista degli altri. In quel gigantesco vaniloquio mondiale che era il movimento comunista - ho letto da qualche parte - prendevano la parola persone nelle cui vite la parola non era prevista. Bastava così tanto e così poco per poter dire che "qualcuno era comunista", come cantavaGaber... "come due persone in una". E poi, niente rimpianti, ma come "due miserie in un corpo solo". In Italia ognuno era comunista "a modo suo", e c'era tanto da imparare, e ce n'era un gran bisogno. Oggi se stai a sinistra collezioni figurine, oppure ti senti dire che le sfide non sono più quelle di ieri, che i mezzi toccherà reinventarli, che simboli e parole sono ferri da soffitta. Eppure le iniquità non sono meno dolorose, le ingiustizie non sono meno forti. Lavoro, sanità, clima, prezzi, energia, guerre sulle spalle dei poveri... sono questioni sociali anche queste, sempre che si voglia guardare, dietro le poltiglie e le mucillagini, dietro i sondaggi elettorali, le persone come vivono e come sperano. I lavoratori sempre più divisi dal lavoro, i cittadini sempre più divisi dalla polis. Oggi fanno ricerce sui geni per capire se uno nasce conservatore o nasce progressista. E' sempre colpa dei geni, si sa. Eppure c'è chi dice che basta un attimo nella vita per decidere. Basta magari trovare qualcuno che ti ascolta. "Sono i desideri su vasta scala a fare la storia" scrisse Don De Lillo tra i frammenti americani di Underworld, sul finire del Novecento. Che sollievo però, ammetto scambiando l'ennesimo doppione, non aver potuto essere comunista. ludik alle 14:52 # 0 commenti