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all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio


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24.1.08
 
La tentazione del vuoto

senatoI popoli, le nazioni sono in qualche modo delle intelligenze collettive. Anche se intelligenze, in alcuni casi, è una grossa parola. Forse - come ho letto su qualche blog - l'Italia di questi giorni assomiglia a una grande ottusità collettiva che si gratta i pidocchi. Non bastano le scene dei governi che si sfasciano, dei senatori che si azzuffano e poi svengono, dei capipartito che piazzano medici nelle Asl di provincia, non bastano le immagini della strade che affondano sotto strati di monnezza, dei bilanci familiari che saltano alla terza settimana, degli ultrà inferociti e dei delitti insensati, e ancora gli sguardi delle gerarchie cattoliche pronte a marchiare le proprie pecorelle, degli imprenditori che predicano un coraggio che non hanno, non basta tutto ciò a farcelo capire. Nemmeno basta pensare al mondo che viaggia come una scheggia e nel lasso di tempo di un dibattito parlamentare nelle borse di mezzo mondo vengono bruciati miliardi di euro. "Voglio guardarli negli occhi" dice Prodi a proposito dei parlamentari della sua ex maggioranza che si preparavano a votargli contro. Ma a che serve? Se anche tutti gli italiani si guardassero in faccia cosa vedrebbero? L'aria torbida che attraversa il Paese scivola sui palazzi della politica, si mischia con quelle stesse nebbie, ma poi passa oltre. In Italia anche il futuro, una volta, era migliore. Da qualche anno le classifiche sulla fiducia sono tornate a vedere agli ultimi posti tutti i soggetti di rappresentanza. Non solo i partiti, ma anche i sindacati, le associazioni di categoria, la magistratura, i sindaci. Come ha scritto il mio amico Peppuccio in una sua ottima analisi: "Tutto è diventato un muro contro muro che ci riporta indietro di decenni, che mina le basi della convivenza civile, che rende tutti immuni dalle ragioni dell'altro, che sta rendendo tutto manicheo. I laici contro i cattolici, il centro contro le periferie, i partiti contro l'interesse generale. Tutti ricattatori di qualcuno, tutti in ostaggio di qualcun altro". Anche la famosa antipolitica, che applaude i comici nelle piazze e fa vendere i libri sulla casta, è un fuoco che poi non sfocia in nulla, neanche un voto di protesta, diventa solo frustazione. Si inseguono slogan come farfalle, c'è sempre qualcuno pronto a spacciare come ideale collettivo l'estenuante pretesa di cambiare sostanza ad un Paese cambiando di tanto in tanto la sua forma elettorale, e magari il nome ai partiti. Intanto nei bar di piazza e nei bar della tivù viene sempre comodo scagliarsi contro "la casta". Casta che in realtà vuol dire clan, famiglia, clientela, salvaguardia degli interessi costituiti, che si tratti di pescivendoli che fanno incetta di licenze oppure deputati che si aumentano lo stipendio oppure professori universitari che assumono figli, mogli e parenti. Così la casta sono sempre gli altri, e a volte è solo puzza di invidia. Il presente soffre, ma il passato nessuno riesce ad archiviarlo: "i rifiuti che credevamo di aver differenziato e riciclato - scrive Leonardo - sono stati semplicemente nascosti in qualche discarica a cielo aperto dove qualcuno li andrà a ripescare per servirceli in tavola all'ora di cena". Potremmo scrutare il cielo e aspettare che qualcuno faccia una rivoluzione. Ma chi? I veri cambiamenti riguardano il popolo, e il popolo non è sembrato mai così rassegnato. Forse bisogna solo aspettare. Tanti pezzi di storia nostrana ci hanno insegnato che, a un certo punto, la debolezza sappiamo trasformarla in forza.