Tutto ciò che vive ha confini slabbrati. Tutte le scadenze sono date spanate. Lo leggevo in un libro e lo riporto qui, convincendomi che sia vero. Lo yogurt, per esempio. Sul coperchietto c'è scritto che scade il 15. Ma se lo mangio il 16 o il 17 non succede niente. E' buono lo stesso. Anche l'ozono nell'aria che respiriamo. L'ozono c'è sempre, ma sotto una certa soglia l'aria è fantastica, l'ozono è profumato, fa arricciare i capelli, cura le carie ai denti. Poi sale di una tacca e diventa mortale, tutti a casa. Annuisco da solo. Funziona anche con le storie d'amore. Oggi mi sono messa con Tizio, scrivono le ragazzine sui diari. Stiamo insieme da due anni e quattro giorni. Domani è il nostro primo anniversario. L'amore inizia e finisce in un dato momento, come una telefonata? Oppure c'è chi dice questa, sentite: "Una storia d'amore è una montagna, da una parte comincia e dall'altra finisce. Una storia d'amore è quell'istante in cui ti riposi dopo la salita e prima di iniziare a scendere". Comunque sia abbiamo bisogno di stabilire parametri, produrre inizi, generare biografie più o meno fantastiche. Basti pensare ai confini delle terre e delle nazioni, su cui pure tanto sangue è scorso. Nient'altro che una sbarra, o un muro, o un filo spinato, o una striscia bianca sul terreno. C'erano di quei paesi al nord, dopo la guerra, dove alcuni si ritrovarono la cucina in Italia e il bagno in Francia, oppure il salotto di casa a Trieste e il pollaio con le galline in Jugoslavia. Come con le epoche della storia. Il Medioevo, il Rinascimento. "Ci sarà gente nata nell'Illuminismo e morta nel Romanticismo. Chissà se se ne sarà accorta". Ma giorni come questi, un po' cristiani, un po' pagani, un po' fetenti, forse non sono adatti per lasciarsi andare a simili calcoli. Sull'inutilità del tempo. Siamo troppo indaffarati a lasciarsi andare in questo gregge disperso che siamo, possibilmente impegnati a farci trovare sorridenti e in posa, per un bacio sulla guancia e un goccio di spumante, quando arriverà la mezzanotte del trentuno. Siamo troppo indaffarati a eludere la trasparenza anziché mostrare i resoconti, a spiegare con pazienza i dettagli delle entrate e delle uscite. Ma ci saranno almeno i botti a stordirci, quel rito demenziale dei botti di Capodanno, con quel rumore che piace tanto a noi italiani. Con la sua prevedibile statistica di storpiati e orbati, di feriti e di morti. Ma quanto piace a questo Paese avere il primato del botto: tric e trac di sapienza e di furbizia, mortaretti di imbrogli e di pacchianeria, botti afasici e malati di nervi, ma anche miseri fischi in cerca di scompiglio, petardi raccomandati da lanciare tra le gambe degli zoppi, oppure mezzibotti che partono spavaldi rasoterra ma si fermano senza fare bum. C'è sempre un botto che riempie il vuoto e nasconde l'assenza di stile. Ancora una quindicina d'anni fa insieme ai botti resisteva, specie nelle città del sud, l'altra tradizione del Capodanno: arrivava l'anno nuovo e si buttava giù dalle finestre e dai balconi la roba vecchia. Cosicché quando la mattina dopo, da piccolo, percorrevo il corso affianco casa mia, con mamma che mi raccomandava di non toccare i petardi abbandonati, sembrava quasi il teatro di una guerra di pazzi, di un'intifada di sciuponi senza vergogna e senza timori. Materassi, pezzi di mobile, vecchi televisori, piatti di ceramica, perfino qualche lavatrice. In una famosa scena di un film di Fantozzi gliene piomba una sulla macchina, sfasciandola. Tutti giù per terra, insomma. Adesso non si usa più. Insistiamo a contare gli anni, e forse ci sentiamo tutti un po' come degli yogurt scaduti ma ancora commestibili. Il nuovo è un miraggio, del vecchio è meglio non buttare via niente. Anche stavolta, l'oroscopo pronostica sviluppi decisivi. Più che altro: ci vediamo l'anno nuovo, che sia o meno anche un nuovo anno.
30.12.07
Botti di fine anno
Botti di fine anno
Tutto ciò che vive ha confini slabbrati. Tutte le scadenze sono date spanate. Lo leggevo in un libro e lo riporto qui, convincendomi che sia vero. Lo yogurt, per esempio. Sul coperchietto c'è scritto che scade il 15. Ma se lo mangio il 16 o il 17 non succede niente. E' buono lo stesso. Anche l'ozono nell'aria che respiriamo. L'ozono c'è sempre, ma sotto una certa soglia l'aria è fantastica, l'ozono è profumato, fa arricciare i capelli, cura le carie ai denti. Poi sale di una tacca e diventa mortale, tutti a casa. Annuisco da solo. Funziona anche con le storie d'amore. Oggi mi sono messa con Tizio, scrivono le ragazzine sui diari. Stiamo insieme da due anni e quattro giorni. Domani è il nostro primo anniversario. L'amore inizia e finisce in un dato momento, come una telefonata? Oppure c'è chi dice questa, sentite: "Una storia d'amore è una montagna, da una parte comincia e dall'altra finisce. Una storia d'amore è quell'istante in cui ti riposi dopo la salita e prima di iniziare a scendere". Comunque sia abbiamo bisogno di stabilire parametri, produrre inizi, generare biografie più o meno fantastiche. Basti pensare ai confini delle terre e delle nazioni, su cui pure tanto sangue è scorso. Nient'altro che una sbarra, o un muro, o un filo spinato, o una striscia bianca sul terreno. C'erano di quei paesi al nord, dopo la guerra, dove alcuni si ritrovarono la cucina in Italia e il bagno in Francia, oppure il salotto di casa a Trieste e il pollaio con le galline in Jugoslavia. Come con le epoche della storia. Il Medioevo, il Rinascimento. "Ci sarà gente nata nell'Illuminismo e morta nel Romanticismo. Chissà se se ne sarà accorta". Ma giorni come questi, un po' cristiani, un po' pagani, un po' fetenti, forse non sono adatti per lasciarsi andare a simili calcoli. Sull'inutilità del tempo. Siamo troppo indaffarati a lasciarsi andare in questo gregge disperso che siamo, possibilmente impegnati a farci trovare sorridenti e in posa, per un bacio sulla guancia e un goccio di spumante, quando arriverà la mezzanotte del trentuno. Siamo troppo indaffarati a eludere la trasparenza anziché mostrare i resoconti, a spiegare con pazienza i dettagli delle entrate e delle uscite. Ma ci saranno almeno i botti a stordirci, quel rito demenziale dei botti di Capodanno, con quel rumore che piace tanto a noi italiani. Con la sua prevedibile statistica di storpiati e orbati, di feriti e di morti. Ma quanto piace a questo Paese avere il primato del botto: tric e trac di sapienza e di furbizia, mortaretti di imbrogli e di pacchianeria, botti afasici e malati di nervi, ma anche miseri fischi in cerca di scompiglio, petardi raccomandati da lanciare tra le gambe degli zoppi, oppure mezzibotti che partono spavaldi rasoterra ma si fermano senza fare bum. C'è sempre un botto che riempie il vuoto e nasconde l'assenza di stile. Ancora una quindicina d'anni fa insieme ai botti resisteva, specie nelle città del sud, l'altra tradizione del Capodanno: arrivava l'anno nuovo e si buttava giù dalle finestre e dai balconi la roba vecchia. Cosicché quando la mattina dopo, da piccolo, percorrevo il corso affianco casa mia, con mamma che mi raccomandava di non toccare i petardi abbandonati, sembrava quasi il teatro di una guerra di pazzi, di un'intifada di sciuponi senza vergogna e senza timori. Materassi, pezzi di mobile, vecchi televisori, piatti di ceramica, perfino qualche lavatrice. In una famosa scena di un film di Fantozzi gliene piomba una sulla macchina, sfasciandola. Tutti giù per terra, insomma. Adesso non si usa più. Insistiamo a contare gli anni, e forse ci sentiamo tutti un po' come degli yogurt scaduti ma ancora commestibili. Il nuovo è un miraggio, del vecchio è meglio non buttare via niente. Anche stavolta, l'oroscopo pronostica sviluppi decisivi. Più che altro: ci vediamo l'anno nuovo, che sia o meno anche un nuovo anno.
Tutto ciò che vive ha confini slabbrati. Tutte le scadenze sono date spanate. Lo leggevo in un libro e lo riporto qui, convincendomi che sia vero. Lo yogurt, per esempio. Sul coperchietto c'è scritto che scade il 15. Ma se lo mangio il 16 o il 17 non succede niente. E' buono lo stesso. Anche l'ozono nell'aria che respiriamo. L'ozono c'è sempre, ma sotto una certa soglia l'aria è fantastica, l'ozono è profumato, fa arricciare i capelli, cura le carie ai denti. Poi sale di una tacca e diventa mortale, tutti a casa. Annuisco da solo. Funziona anche con le storie d'amore. Oggi mi sono messa con Tizio, scrivono le ragazzine sui diari. Stiamo insieme da due anni e quattro giorni. Domani è il nostro primo anniversario. L'amore inizia e finisce in un dato momento, come una telefonata? Oppure c'è chi dice questa, sentite: "Una storia d'amore è una montagna, da una parte comincia e dall'altra finisce. Una storia d'amore è quell'istante in cui ti riposi dopo la salita e prima di iniziare a scendere". Comunque sia abbiamo bisogno di stabilire parametri, produrre inizi, generare biografie più o meno fantastiche. Basti pensare ai confini delle terre e delle nazioni, su cui pure tanto sangue è scorso. Nient'altro che una sbarra, o un muro, o un filo spinato, o una striscia bianca sul terreno. C'erano di quei paesi al nord, dopo la guerra, dove alcuni si ritrovarono la cucina in Italia e il bagno in Francia, oppure il salotto di casa a Trieste e il pollaio con le galline in Jugoslavia. Come con le epoche della storia. Il Medioevo, il Rinascimento. "Ci sarà gente nata nell'Illuminismo e morta nel Romanticismo. Chissà se se ne sarà accorta". Ma giorni come questi, un po' cristiani, un po' pagani, un po' fetenti, forse non sono adatti per lasciarsi andare a simili calcoli. Sull'inutilità del tempo. Siamo troppo indaffarati a lasciarsi andare in questo gregge disperso che siamo, possibilmente impegnati a farci trovare sorridenti e in posa, per un bacio sulla guancia e un goccio di spumante, quando arriverà la mezzanotte del trentuno. Siamo troppo indaffarati a eludere la trasparenza anziché mostrare i resoconti, a spiegare con pazienza i dettagli delle entrate e delle uscite. Ma ci saranno almeno i botti a stordirci, quel rito demenziale dei botti di Capodanno, con quel rumore che piace tanto a noi italiani. Con la sua prevedibile statistica di storpiati e orbati, di feriti e di morti. Ma quanto piace a questo Paese avere il primato del botto: tric e trac di sapienza e di furbizia, mortaretti di imbrogli e di pacchianeria, botti afasici e malati di nervi, ma anche miseri fischi in cerca di scompiglio, petardi raccomandati da lanciare tra le gambe degli zoppi, oppure mezzibotti che partono spavaldi rasoterra ma si fermano senza fare bum. C'è sempre un botto che riempie il vuoto e nasconde l'assenza di stile. Ancora una quindicina d'anni fa insieme ai botti resisteva, specie nelle città del sud, l'altra tradizione del Capodanno: arrivava l'anno nuovo e si buttava giù dalle finestre e dai balconi la roba vecchia. Cosicché quando la mattina dopo, da piccolo, percorrevo il corso affianco casa mia, con mamma che mi raccomandava di non toccare i petardi abbandonati, sembrava quasi il teatro di una guerra di pazzi, di un'intifada di sciuponi senza vergogna e senza timori. Materassi, pezzi di mobile, vecchi televisori, piatti di ceramica, perfino qualche lavatrice. In una famosa scena di un film di Fantozzi gliene piomba una sulla macchina, sfasciandola. Tutti giù per terra, insomma. Adesso non si usa più. Insistiamo a contare gli anni, e forse ci sentiamo tutti un po' come degli yogurt scaduti ma ancora commestibili. Il nuovo è un miraggio, del vecchio è meglio non buttare via niente. Anche stavolta, l'oroscopo pronostica sviluppi decisivi. Più che altro: ci vediamo l'anno nuovo, che sia o meno anche un nuovo anno.
28.12.07
Benazir
Benazir
Enrico Franceschini sul suo blog su repubblica.it. "Sono convinto che Benazir Bhutto sapesse che ci sarebbe stati attentati contro di lei in Pakistan, e che poteva morire. Eppure è tornata lo stesso, senza paura di morire. Mi viene in mente una battuta cinematografica, non ricordo di quale film, forse "Braveheart", forse "Troy", forse "300″, quando qualcuno avverte l'eroe di turno che, se farà una certa cosa, rischierà di morire e lo prega di non farla. Ma l’eroe risponde: "Tutti dobbiamo morire, prima o poi", e fa quello che ha stabilito, o che per lui ha stabilito il destino. La morte di Benazir Bhutto, in questo senso, contiene una lezione per tutti, anche per quelli che sono chiamati ad azioni e scelte molto più piccole, più normali, delle sue: fare quello che si crede giusto, quello in cui si crede, senza preoccuparsi all’infinito delle conseguenze, senza trovare ragioni, più o meno valide, per rimandare, rinunciare, arrendersi. E l'altra lezione offerta dalla sua morte è che la sfida a cui il mondo libero è chiamato, contro fanatismo, estremismo, terrorismo di matrice islamica, sarà molto più seria, dura e dolorosa di quanto ci siamo resi conto finora. Non esiste protezione da questa minaccia, né in Pakistan, né altrove: il ventunesimo secolo sarà il "tempo degli assassini", se non troveremo il modo di fermarli, e nella migliore delle ipotesi ci vorranno decenni".
Enrico Franceschini sul suo blog su repubblica.it. "Sono convinto che Benazir Bhutto sapesse che ci sarebbe stati attentati contro di lei in Pakistan, e che poteva morire. Eppure è tornata lo stesso, senza paura di morire. Mi viene in mente una battuta cinematografica, non ricordo di quale film, forse "Braveheart", forse "Troy", forse "300″, quando qualcuno avverte l'eroe di turno che, se farà una certa cosa, rischierà di morire e lo prega di non farla. Ma l’eroe risponde: "Tutti dobbiamo morire, prima o poi", e fa quello che ha stabilito, o che per lui ha stabilito il destino. La morte di Benazir Bhutto, in questo senso, contiene una lezione per tutti, anche per quelli che sono chiamati ad azioni e scelte molto più piccole, più normali, delle sue: fare quello che si crede giusto, quello in cui si crede, senza preoccuparsi all’infinito delle conseguenze, senza trovare ragioni, più o meno valide, per rimandare, rinunciare, arrendersi. E l'altra lezione offerta dalla sua morte è che la sfida a cui il mondo libero è chiamato, contro fanatismo, estremismo, terrorismo di matrice islamica, sarà molto più seria, dura e dolorosa di quanto ci siamo resi conto finora. Non esiste protezione da questa minaccia, né in Pakistan, né altrove: il ventunesimo secolo sarà il "tempo degli assassini", se non troveremo il modo di fermarli, e nella migliore delle ipotesi ci vorranno decenni".
27.12.07
L'isola dei cinesi
L'isola dei cinesi
"Noi abbiamo tutto, signole" mi dice la gentile commessa all'entrata, e non fatico a crederle. Nei tempi grami che stiamo attraversando, abbacchiati da crisi e inflazioni di vario genere, gli esercizi commerciali dei cinesi dovrebbero rappresentare una voce a parte dell'economia globale. Essi infatti non conoscono la crisi ma non conoscono nemmeno il successo: navigano in un eterno presente fatto di luci al neon e sol dell'avvenire. La prima tipologia di negozio cinese - molto diffusa nelle città, in espansione anche in provincia - è rappresentata dagli empori fornitissimi, bazar di inutilità a prezzi stracciati: dalle pentole ai collant, dai gingilli di plastica ai fiori finti, dai giocattoli con "velo malchio Ce!" alle valigette in similpelle, dalle mutande in pizzo alle tazzine per il caffè, e via dicendo. "Vendelemo anche le sigalette!" cinguetta uno che già prepara l'apposito scaffale. A dire il vero, in molti vanno a farsi un giro tra i corridoi di chincaglierie assortire, ma in pochi ne escono con le borse piene. Durante il periodo delle feste capita di imbattersi anche in pupazzi di Babbo Natale alti un metro che cantano inquietanti jingle bells con vocina elettrica e accento di Shangai. La seconda tipologia di negozio cinese - particolarmente diffusa nelle Chinatown metropolitane, come a Roma nei dintorni di piazza Vittorio - è quella dei locali vuoti. Negozi identici l'uno all'altro, le pareti chiare, le luci al neon. Poca merce in vendita: scatole di cartone piene di gingilli di plastica, sugli scaffali improbabili souvenir d'italie, alle pareti magliette e pantaloni di stoffa acrilica di colori acidi. Questi negozi di cinesi sono sempre vuoti. E se, mosso dalla curiosità, ti affacci dentro, vieni guardato con sospetto. La scrittrice Elena Stancanelli li ha ben descritti nel suo libro di racconti romani: "Loro sono lì, seduti su uno sgabello e intenti in conversazioni misteriose, e tengono d'occhio la porta. Quando qualcuno apre si voltano tutti insieme e tacciono. Spesso si dicono qualcosa a bassa voce, come se noi non potessimo sentirli e capire. Non vendono niente questi negozi, mai". Poi ci sono i ristoranti, altra tipologia a parte. E' difficile vederne qualcuno pieno, tranne forse la leggendaria Giada in via Cavour che si è ritrovata l'inspiegabile fortuna di diventare icona frocia della Capitale (cosicché coi suoi incassi si sarà già acquistata immensi latifondi in Manciuria). A Gaeta invece conosco un ristorante cinese che, causa penuria di incassi, si è convertito alla cucina italiana, lasciando tuttavia invariati sia il personale, sia le lanterne rosse penzolanti alle spalle del lungomare, sia la solita maligna leggenda sui cani e sui gatti squartati nelle cucine. D'altronde gli italiani, si sa, non amano molto la ristorazione cinese (chi non ha mai ascoltato, o raccontato, di dragoni volanti che sputano lapilli negli intestini dopo aver mangiato "il pollo" dal cinese?). E' evidente che le attività che si svolgono dentro negozi e ristoranti cinesi in molti casi non hanno niente a che fare col commercio. O almeno non col commercio di magliette acriliche, involtini primavera e souvenir. Lentamente i cinesi si stanno comprando intere strade, interi quartieri di città. Qualche agente immobiliare racconta che pagano sempre in contanti. Firmano davanti al loro notaio di fiducia e tirano fuori la loro valigia di soldi. Che se ne fanno i cinesi di tutte queste case e questi negozi? Da dove arrivano tutti quei soldi? I cinesi, scrive ancora la Stancanelli, "sono il grande mistero dell'onda migrante". Non si mischiano, si fanno i fatti loro. Le loro comunità all'estero tendono a rinchiudersi in tante piccole muraglie e a non aver rapporti con la comunità indigena. Si industriano a esser seppelliti in patria e c'è un giro di cadaveri in container che partono da Napoli alla volta della Cina, ne ha scritto perfino Roberto Saviano in un memorabile capitolo di "Gomorra". Di fatto, i morti cinesi ufficiali in Italia, dal 2000 a oggi, sono 30, su una comunità ufficiale di 150mila persone. Insomma la Grande Cina è tra noi, e in fin dei conti non possiamo che essere lieti di tanta potenza. Avete presente la storia del battito d'ali di farfalla a Pechino e via discorrendo? Siamo sicuri che pure il nostro gingillo di plastica sulla Tiburina contribuirà a saldare il debito pubblico degli Stati Uniti, e che pure col nostro involtino primavera sul lungomare ci compreremo un pezzo di Morgan Stanley a Wall Street. E certo, se incroceremo un dissidente o un Dalai Lama qualunque, per "ragion di Stato" faremo finta di non salutarlo.
"Noi abbiamo tutto, signole" mi dice la gentile commessa all'entrata, e non fatico a crederle. Nei tempi grami che stiamo attraversando, abbacchiati da crisi e inflazioni di vario genere, gli esercizi commerciali dei cinesi dovrebbero rappresentare una voce a parte dell'economia globale. Essi infatti non conoscono la crisi ma non conoscono nemmeno il successo: navigano in un eterno presente fatto di luci al neon e sol dell'avvenire. La prima tipologia di negozio cinese - molto diffusa nelle città, in espansione anche in provincia - è rappresentata dagli empori fornitissimi, bazar di inutilità a prezzi stracciati: dalle pentole ai collant, dai gingilli di plastica ai fiori finti, dai giocattoli con "velo malchio Ce!" alle valigette in similpelle, dalle mutande in pizzo alle tazzine per il caffè, e via dicendo. "Vendelemo anche le sigalette!" cinguetta uno che già prepara l'apposito scaffale. A dire il vero, in molti vanno a farsi un giro tra i corridoi di chincaglierie assortire, ma in pochi ne escono con le borse piene. Durante il periodo delle feste capita di imbattersi anche in pupazzi di Babbo Natale alti un metro che cantano inquietanti jingle bells con vocina elettrica e accento di Shangai. La seconda tipologia di negozio cinese - particolarmente diffusa nelle Chinatown metropolitane, come a Roma nei dintorni di piazza Vittorio - è quella dei locali vuoti. Negozi identici l'uno all'altro, le pareti chiare, le luci al neon. Poca merce in vendita: scatole di cartone piene di gingilli di plastica, sugli scaffali improbabili souvenir d'italie, alle pareti magliette e pantaloni di stoffa acrilica di colori acidi. Questi negozi di cinesi sono sempre vuoti. E se, mosso dalla curiosità, ti affacci dentro, vieni guardato con sospetto. La scrittrice Elena Stancanelli li ha ben descritti nel suo libro di racconti romani: "Loro sono lì, seduti su uno sgabello e intenti in conversazioni misteriose, e tengono d'occhio la porta. Quando qualcuno apre si voltano tutti insieme e tacciono. Spesso si dicono qualcosa a bassa voce, come se noi non potessimo sentirli e capire. Non vendono niente questi negozi, mai". Poi ci sono i ristoranti, altra tipologia a parte. E' difficile vederne qualcuno pieno, tranne forse la leggendaria Giada in via Cavour che si è ritrovata l'inspiegabile fortuna di diventare icona frocia della Capitale (cosicché coi suoi incassi si sarà già acquistata immensi latifondi in Manciuria). A Gaeta invece conosco un ristorante cinese che, causa penuria di incassi, si è convertito alla cucina italiana, lasciando tuttavia invariati sia il personale, sia le lanterne rosse penzolanti alle spalle del lungomare, sia la solita maligna leggenda sui cani e sui gatti squartati nelle cucine. D'altronde gli italiani, si sa, non amano molto la ristorazione cinese (chi non ha mai ascoltato, o raccontato, di dragoni volanti che sputano lapilli negli intestini dopo aver mangiato "il pollo" dal cinese?). E' evidente che le attività che si svolgono dentro negozi e ristoranti cinesi in molti casi non hanno niente a che fare col commercio. O almeno non col commercio di magliette acriliche, involtini primavera e souvenir. Lentamente i cinesi si stanno comprando intere strade, interi quartieri di città. Qualche agente immobiliare racconta che pagano sempre in contanti. Firmano davanti al loro notaio di fiducia e tirano fuori la loro valigia di soldi. Che se ne fanno i cinesi di tutte queste case e questi negozi? Da dove arrivano tutti quei soldi? I cinesi, scrive ancora la Stancanelli, "sono il grande mistero dell'onda migrante". Non si mischiano, si fanno i fatti loro. Le loro comunità all'estero tendono a rinchiudersi in tante piccole muraglie e a non aver rapporti con la comunità indigena. Si industriano a esser seppelliti in patria e c'è un giro di cadaveri in container che partono da Napoli alla volta della Cina, ne ha scritto perfino Roberto Saviano in un memorabile capitolo di "Gomorra". Di fatto, i morti cinesi ufficiali in Italia, dal 2000 a oggi, sono 30, su una comunità ufficiale di 150mila persone. Insomma la Grande Cina è tra noi, e in fin dei conti non possiamo che essere lieti di tanta potenza. Avete presente la storia del battito d'ali di farfalla a Pechino e via discorrendo? Siamo sicuri che pure il nostro gingillo di plastica sulla Tiburina contribuirà a saldare il debito pubblico degli Stati Uniti, e che pure col nostro involtino primavera sul lungomare ci compreremo un pezzo di Morgan Stanley a Wall Street. E certo, se incroceremo un dissidente o un Dalai Lama qualunque, per "ragion di Stato" faremo finta di non salutarlo.
25.12.07
Erano i giorni
Erano i giorni
"Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un'epoca di saggezza, era un'epoca di follia, era tempo di fede, era tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l'inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo". (Charles Dickens, da "Una storia tra due città").
"Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un'epoca di saggezza, era un'epoca di follia, era tempo di fede, era tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l'inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo". (Charles Dickens, da "Una storia tra due città").
23.12.07
E' qui la festa?
E' qui la festa?
Dlin dlon. Chi è? Indovina. Vabbe', sali. Quando una festa a casa tua, specialmente se organizzata con la scusa del Natale (odiate il Natale, dite? Tranquilli, la nostra è pura realpolitik: se non puoi combattere il nemico allora unisciti a lui), può considerarsi riuscita? Un'amica più sgamata del sottoscritto in codeste faccende me lo spiega mentre attraversiamo il corridoio che separa la cucina dalla mia stanza, intasato come solo "a Piazza del popolo la notte del 31 dicembre verso le 23 e 58 o sul 117, il bus elettrico omologato per 20 ma che, aspirando alla celebrità immortale che regala solo il libro del Guinnes dei primati, inizia a saltare le fermate solo dopo l'ingresso dell'ottantesimo passeggero". Indizio numero 1. Quando perdi il conto di invitati e imbucati, come la nonnetta sorda quando gioca a tombola il pomeriggio del 25 e non ci capisce più niente coi numeri usciti e le quaterne. E' allora che ti guardi attorno, ti accorgi che la mezzanotte è passata da un pezzo, e in stato un po' confusionale ti chiedi cosa ci fa tutta quella gente allegra e perfettamente sconosciuta a casa tua, ciondolante nella tua cucina, in fila verso il tuo bagno, sdraiata proprio lì, sul tuo letto. Un mio coinquilino, per esempio, era un po' stanco, aveva bevuto troppo, avrebbe voluto andarsene a casa, via da quel tremendo bordello, e insomma gli è presa quasi una crisi isterica quando si è accorto che a casa sua ci stava già. Indizio numero 2. Quando i vicini di casa fanno sentire la loro voce in maniera non proprio amichevole, e noi, siccome siamo a una festa a tema natalizio, invasi dal sacro furore delle lucine, avremmo voglia (come scrive il blogger Insy Loan, noto organizzatore di feste) di entrare a forza nell'appartamento della vicina come i drughi di Arancia meccanica e poi avvolgerla con 12 metri di fili argentati e costingerla a cantare Tu scendi dalle stelle tenendo il puntale dell'albero in bilico sul naso. Indizio numero 3. Quando la sangria è finita e c'è gente che pur di ottenerla non esita a farsela da sè, miscelando alcoolici a casaccio in un bicchiere di plastica e spremendoci dentro, con le nude mani, della frutta fresca recuperata in frigo e buttandoci per insaporirla dell'uvetta appena estratta dalle rovine di un penettone sul tavolo affianco. Indizio numero 4. Quando l'Enel ti avvisa che le riserve di energia in arrivo dalle centrali nucleari francesi e dai gasdotti ucraini nelle mani di Putin non bastano a far fronte alle luminarie di Natale di incerta fattura acquistate a brasso prezzo del negozio cinese all'angolo, quelle luminarie che però fanno assomigliare il nostro modesto appartamento romano a un faraonico viale di Las Vegas (e un po' inquieta che i cinesi siano famosi al mondo per i fuochi d'artificio piuttosto che per le lampadine elettriche). Indizio numero 5. Quando la mattina dopo, alla luce del sole che entra dalle finestre, la nostra casa assomiglia (e qui citerò ancora il blogger festaiolo di cui sopra) al set di Lost con pezzi di carlinga di un Boeing 747 sparpagliati ovunque, e depositato per terra uno strato di coca cola, mista a vino, mista a vodka, mista a greggio disperso da qualche petroliera, mista a vinavil sniffato per sballarci come i ragazzini che vivono sotto i ponti di Mosca. Più o meno ci siamo con gli indizi, mi son detto. Dopodichè, considerato il periodo, uno non vede l'ora che le feste finiscano, per cavarsela come il capofamiglia interpretato da Riccardo Garrone nel primo insuperato "Vacanze di Natale", quello del 1983, alzarsi in piedi ed esclamare: "E anche questo Natale ce lo siamo levati dalle palle!".
Dlin dlon. Chi è? Indovina. Vabbe', sali. Quando una festa a casa tua, specialmente se organizzata con la scusa del Natale (odiate il Natale, dite? Tranquilli, la nostra è pura realpolitik: se non puoi combattere il nemico allora unisciti a lui), può considerarsi riuscita? Un'amica più sgamata del sottoscritto in codeste faccende me lo spiega mentre attraversiamo il corridoio che separa la cucina dalla mia stanza, intasato come solo "a Piazza del popolo la notte del 31 dicembre verso le 23 e 58 o sul 117, il bus elettrico omologato per 20 ma che, aspirando alla celebrità immortale che regala solo il libro del Guinnes dei primati, inizia a saltare le fermate solo dopo l'ingresso dell'ottantesimo passeggero". Indizio numero 1. Quando perdi il conto di invitati e imbucati, come la nonnetta sorda quando gioca a tombola il pomeriggio del 25 e non ci capisce più niente coi numeri usciti e le quaterne. E' allora che ti guardi attorno, ti accorgi che la mezzanotte è passata da un pezzo, e in stato un po' confusionale ti chiedi cosa ci fa tutta quella gente allegra e perfettamente sconosciuta a casa tua, ciondolante nella tua cucina, in fila verso il tuo bagno, sdraiata proprio lì, sul tuo letto. Un mio coinquilino, per esempio, era un po' stanco, aveva bevuto troppo, avrebbe voluto andarsene a casa, via da quel tremendo bordello, e insomma gli è presa quasi una crisi isterica quando si è accorto che a casa sua ci stava già. Indizio numero 2. Quando i vicini di casa fanno sentire la loro voce in maniera non proprio amichevole, e noi, siccome siamo a una festa a tema natalizio, invasi dal sacro furore delle lucine, avremmo voglia (come scrive il blogger Insy Loan, noto organizzatore di feste) di entrare a forza nell'appartamento della vicina come i drughi di Arancia meccanica e poi avvolgerla con 12 metri di fili argentati e costingerla a cantare Tu scendi dalle stelle tenendo il puntale dell'albero in bilico sul naso. Indizio numero 3. Quando la sangria è finita e c'è gente che pur di ottenerla non esita a farsela da sè, miscelando alcoolici a casaccio in un bicchiere di plastica e spremendoci dentro, con le nude mani, della frutta fresca recuperata in frigo e buttandoci per insaporirla dell'uvetta appena estratta dalle rovine di un penettone sul tavolo affianco. Indizio numero 4. Quando l'Enel ti avvisa che le riserve di energia in arrivo dalle centrali nucleari francesi e dai gasdotti ucraini nelle mani di Putin non bastano a far fronte alle luminarie di Natale di incerta fattura acquistate a brasso prezzo del negozio cinese all'angolo, quelle luminarie che però fanno assomigliare il nostro modesto appartamento romano a un faraonico viale di Las Vegas (e un po' inquieta che i cinesi siano famosi al mondo per i fuochi d'artificio piuttosto che per le lampadine elettriche). Indizio numero 5. Quando la mattina dopo, alla luce del sole che entra dalle finestre, la nostra casa assomiglia (e qui citerò ancora il blogger festaiolo di cui sopra) al set di Lost con pezzi di carlinga di un Boeing 747 sparpagliati ovunque, e depositato per terra uno strato di coca cola, mista a vino, mista a vodka, mista a greggio disperso da qualche petroliera, mista a vinavil sniffato per sballarci come i ragazzini che vivono sotto i ponti di Mosca. Più o meno ci siamo con gli indizi, mi son detto. Dopodichè, considerato il periodo, uno non vede l'ora che le feste finiscano, per cavarsela come il capofamiglia interpretato da Riccardo Garrone nel primo insuperato "Vacanze di Natale", quello del 1983, alzarsi in piedi ed esclamare: "E anche questo Natale ce lo siamo levati dalle palle!".
22.12.07
Sono stati Them
Sono stati Them
Quelli della rivista americana "Time" l'anno scorso avevano scelto come uomo dell'anno tutti noi. In copertina si leggeva un bel "You", riflesso nello schermo di un computer. Ora ci informano con un po' di imbarazzo che forse ci hanno un po' sopravvalutato. James Poniewozik, nel suo editoriale, dice che si sarebbe aspettato molto di più da noi, mentre le cose migliori le hanno continuate a fare gli altri, ovvero le grandi compagnie che da sempre si occupano di internet. Noi abbiamo continuato a fare i nostri blog, a mettere video su YouTube, a scambiarci messaggini inutili dove capita, a scaricare musica. Niente di più, abbiamo deluso i Time, hanno vinto loro. Cosicché hanno rifatto la copertina di un anno fa e al centro ci hanno scritto "Them", appunto. Poi nella copertina vera, tanto per la cronaca, quella della "person of the year" del 2007, ci hanno messo Vladimir Putin.
Quelli della rivista americana "Time" l'anno scorso avevano scelto come uomo dell'anno tutti noi. In copertina si leggeva un bel "You", riflesso nello schermo di un computer. Ora ci informano con un po' di imbarazzo che forse ci hanno un po' sopravvalutato. James Poniewozik, nel suo editoriale, dice che si sarebbe aspettato molto di più da noi, mentre le cose migliori le hanno continuate a fare gli altri, ovvero le grandi compagnie che da sempre si occupano di internet. Noi abbiamo continuato a fare i nostri blog, a mettere video su YouTube, a scambiarci messaggini inutili dove capita, a scaricare musica. Niente di più, abbiamo deluso i Time, hanno vinto loro. Cosicché hanno rifatto la copertina di un anno fa e al centro ci hanno scritto "Them", appunto. Poi nella copertina vera, tanto per la cronaca, quella della "person of the year" del 2007, ci hanno messo Vladimir Putin.
19.12.07
Il ragù di mammà
Il ragù di mammà
Sì, ti ho chiamato io? Ah sì, ti ho chiamato pe' sta pasta al forno... In una pentola? È parecchia carne, lo faccio tutto adesso? Magari metà 'mo e metà domani, mica la faccio stanotte 'sta pasta al forno... Ci stanno grosse le pentole... Quindi lo devo rosolare qualche minuto. Sì sì sì sì, vabbuò... Quindi abbastanza cipolle, quante ce ne metto? E anche di olio la quantità... mannaggia, quanto olio ci devo mette? Eh, calcola per cinque teglie, quante bottiglie? Cinque bottiglie? Quattro bottiglie? Da un litro? 'Ndo cazzo stanno ste bottiglie... Noi abbiamo pigliato un po' di carne macinata e salsiccia. E' buono? Comunque ci va abbastanza olio, no? Eh, abbastanza, che ne so... Infatti, la salsiccia lo tira fuori l'olio... 'Na volta rosolato che faccio? Sì, quindi le giro un po' e poi ci metto il vino. Eh, quanto? Eh non so quante salsiccie sono per cinque teglie... Quante salsiccie so' per teglia di solito? Ma la salsiccia va sbriciolata, la sbricioliamo noi, ma quant'è la quantità giusta? Per non mette' troppa carne... Vabbè... Quindi il sale dopo il pomodoro, non prima. E una bottiglia di pomodoro per teglia, quindi quattro cinque... Sì sì sì... Eh lo so, poi si asciuga... E quindi messo il pomodoro che bisogna fa', bollire? Aspetto che bolle? Deve bollire, no? Ah e come me ne accorgo quand'è che ha finito di cuocere? Quindi dopo una mezz'ora lo spengo e 'na volta che spengo lo spengo... Poi per la pasta la devo lasciar cuocere metà del tempo? Ok, quindi la pasta la cucino tutta insieme? Sì sì, secondo te è un... secondo te ogni teglia quanta pasta ci vuole come quantità... Sono abbastanza larghe... Qua c'è scritto dodici porzioni, è grande. Forse è un poco più bassa di quelle che c'hai tu. Quindi un chilo di pasta? E poi quella però gonfia quando la cuoci... Quindi quando poi uno va a riempire la teglia non va fatta punta punta, sennò poi... Eh, aspetta che 'mo lo segno... Come la riempio 'sta teglia? Sì, esatto... La pasta, bollita, la devo subito mettere nelle teglie oppure la posso... No, no, quindi la devo fa' subito? Noi vogliamo fa' che dobbiamo solo scaldà la sera... Quindi dimmi piano piano... Con la teglia vuota metto solo il sugo, esatto, sì... Uno strato di pasta o la riempo la teglia? No, io questo volevo sapè... Ah, la mischio? Eh, io questo volevo sapè, la mischio col sugo di sotto. Sì sì, faccio così... Quindi tutti sopra gli ingredienti? Noi pensavamo di mettere... Eh, che dici tu? Cioè, sugo sotto, pasta col sugo sopra e poi li mischio? Ingredienti sopra? Mozzarella, prosciutto e basta credo... Ma il prosciutto crudo o cotto? Giusto, c'hai ragione, cotto, cotto. Ah, l'uovo! L'uovo! Eliminando la ricotta, l'uovo quando va messo? Eh... Quante uova bisogna usà? Un uovo per teglia? Eh, la mischio col sugo e poi ci faccio cadè l'uovo sopra... Sì, uniforme, certo... Ma si hai ragione, meglio la ricotta che il prosciutto, allegerisce e costa pure di meno. Poi dopo li... Parmigiano, mo' domani mattina lo vado a comprà il parmigiano. Quindi messi ingredienti e l'uovo io ricopro col sugo; e poi rimischio? No? Li mischio ancora dopo quindi? Quelli poi sennò non riescono ad andare sotto, ad insinuarsi sotto... La mozzarella mica ce la fa ad insinuarsi sotto... Quindi il sugo la deve condire tutta diciamo? Uno poi quindi mette nel forno, sì sì. A quanti gradi? A quanti gradi conviene tenerlo? Duecento? Ci sta il fuoco, sì. Quindi quanti minuti? Cioè dopo venti minuti la tiro fuori e aggiungo il sugo? Ah! Eh sì sì sì. Quindi poi è pronta, poi la metto in frigorifero e poi la sera quanto tempo la devo scaldà? Eh sì, pure qua mi sa. Cioè no, c'è la fiamma... Una ventina di minuti... Sì, ok, vabbè. Sì, facciamo tutta robba così, pizze salate, sì. Vabbuono, quindi più di un chilo per teglia faccio? Vabbuò. Devo comprare ancora le bottiglie, la pasta c’è... Cosa? Sì sì sì... Ciao ma’, vabbè... Ah, ah, bello. Ah... Chi è stato? Ah, però, e che c'ha regalato? E quant'era grande 'sto coso? Ah... Lo so, sarebbe stato bello portare qualche dolce tipo gli struffoli, ma qua 'ndo li trovo. Ehh, lo so... Vabbuò che c’azzecca quello mo', infatti... Vabbè, ciao. Mo vedo se lo faccio stasera. E grazie, comunque parecchia roba, parecchi soldi, eh... Mica puoi fa' affidamento su quello che portano gli ospiti... Tu devi fa trovà la roba. Devo comprà due tre panettoni... Un po' di frutta secca... Eh qua so' sempre fraciche le castagne del prete... I datteri poi voglio comprà pure... Domani faccio un po' di spesa. Ma che ne so... Vabbuò, ciao ciao.
Sì, ti ho chiamato io? Ah sì, ti ho chiamato pe' sta pasta al forno... In una pentola? È parecchia carne, lo faccio tutto adesso? Magari metà 'mo e metà domani, mica la faccio stanotte 'sta pasta al forno... Ci stanno grosse le pentole... Quindi lo devo rosolare qualche minuto. Sì sì sì sì, vabbuò... Quindi abbastanza cipolle, quante ce ne metto? E anche di olio la quantità... mannaggia, quanto olio ci devo mette? Eh, calcola per cinque teglie, quante bottiglie? Cinque bottiglie? Quattro bottiglie? Da un litro? 'Ndo cazzo stanno ste bottiglie... Noi abbiamo pigliato un po' di carne macinata e salsiccia. E' buono? Comunque ci va abbastanza olio, no? Eh, abbastanza, che ne so... Infatti, la salsiccia lo tira fuori l'olio... 'Na volta rosolato che faccio? Sì, quindi le giro un po' e poi ci metto il vino. Eh, quanto? Eh non so quante salsiccie sono per cinque teglie... Quante salsiccie so' per teglia di solito? Ma la salsiccia va sbriciolata, la sbricioliamo noi, ma quant'è la quantità giusta? Per non mette' troppa carne... Vabbè... Quindi il sale dopo il pomodoro, non prima. E una bottiglia di pomodoro per teglia, quindi quattro cinque... Sì sì sì... Eh lo so, poi si asciuga... E quindi messo il pomodoro che bisogna fa', bollire? Aspetto che bolle? Deve bollire, no? Ah e come me ne accorgo quand'è che ha finito di cuocere? Quindi dopo una mezz'ora lo spengo e 'na volta che spengo lo spengo... Poi per la pasta la devo lasciar cuocere metà del tempo? Ok, quindi la pasta la cucino tutta insieme? Sì sì, secondo te è un... secondo te ogni teglia quanta pasta ci vuole come quantità... Sono abbastanza larghe... Qua c'è scritto dodici porzioni, è grande. Forse è un poco più bassa di quelle che c'hai tu. Quindi un chilo di pasta? E poi quella però gonfia quando la cuoci... Quindi quando poi uno va a riempire la teglia non va fatta punta punta, sennò poi... Eh, aspetta che 'mo lo segno... Come la riempio 'sta teglia? Sì, esatto... La pasta, bollita, la devo subito mettere nelle teglie oppure la posso... No, no, quindi la devo fa' subito? Noi vogliamo fa' che dobbiamo solo scaldà la sera... Quindi dimmi piano piano... Con la teglia vuota metto solo il sugo, esatto, sì... Uno strato di pasta o la riempo la teglia? No, io questo volevo sapè... Ah, la mischio? Eh, io questo volevo sapè, la mischio col sugo di sotto. Sì sì, faccio così... Quindi tutti sopra gli ingredienti? Noi pensavamo di mettere... Eh, che dici tu? Cioè, sugo sotto, pasta col sugo sopra e poi li mischio? Ingredienti sopra? Mozzarella, prosciutto e basta credo... Ma il prosciutto crudo o cotto? Giusto, c'hai ragione, cotto, cotto. Ah, l'uovo! L'uovo! Eliminando la ricotta, l'uovo quando va messo? Eh... Quante uova bisogna usà? Un uovo per teglia? Eh, la mischio col sugo e poi ci faccio cadè l'uovo sopra... Sì, uniforme, certo... Ma si hai ragione, meglio la ricotta che il prosciutto, allegerisce e costa pure di meno. Poi dopo li... Parmigiano, mo' domani mattina lo vado a comprà il parmigiano. Quindi messi ingredienti e l'uovo io ricopro col sugo; e poi rimischio? No? Li mischio ancora dopo quindi? Quelli poi sennò non riescono ad andare sotto, ad insinuarsi sotto... La mozzarella mica ce la fa ad insinuarsi sotto... Quindi il sugo la deve condire tutta diciamo? Uno poi quindi mette nel forno, sì sì. A quanti gradi? A quanti gradi conviene tenerlo? Duecento? Ci sta il fuoco, sì. Quindi quanti minuti? Cioè dopo venti minuti la tiro fuori e aggiungo il sugo? Ah! Eh sì sì sì. Quindi poi è pronta, poi la metto in frigorifero e poi la sera quanto tempo la devo scaldà? Eh sì, pure qua mi sa. Cioè no, c'è la fiamma... Una ventina di minuti... Sì, ok, vabbè. Sì, facciamo tutta robba così, pizze salate, sì. Vabbuono, quindi più di un chilo per teglia faccio? Vabbuò. Devo comprare ancora le bottiglie, la pasta c’è... Cosa? Sì sì sì... Ciao ma’, vabbè... Ah, ah, bello. Ah... Chi è stato? Ah, però, e che c'ha regalato? E quant'era grande 'sto coso? Ah... Lo so, sarebbe stato bello portare qualche dolce tipo gli struffoli, ma qua 'ndo li trovo. Ehh, lo so... Vabbuò che c’azzecca quello mo', infatti... Vabbè, ciao. Mo vedo se lo faccio stasera. E grazie, comunque parecchia roba, parecchi soldi, eh... Mica puoi fa' affidamento su quello che portano gli ospiti... Tu devi fa trovà la roba. Devo comprà due tre panettoni... Un po' di frutta secca... Eh qua so' sempre fraciche le castagne del prete... I datteri poi voglio comprà pure... Domani faccio un po' di spesa. Ma che ne so... Vabbuò, ciao ciao.
16.12.07
J'odore
J'odore
Secondo lo scrittore Alessandro Piperno, inviato dal Corriere sulle piste del delitto di Perugia, l'odore delle case da studenti esiste, un aroma di fuorisede che lui ha annusato in maniera inappellabile, e dunque non ci si può sbagliare. "Ed è allora — proprio in qual momento — che avverto l’odore che avevo sognato, quell’odore inconfondibile di ormoni, testosterone, sperma, canne, calzini da tennis, birra, vino scadente, spumeggiante caffè della Moca… L’odore delle case degli studenti di tutto il mondo".
Secondo lo scrittore Alessandro Piperno, inviato dal Corriere sulle piste del delitto di Perugia, l'odore delle case da studenti esiste, un aroma di fuorisede che lui ha annusato in maniera inappellabile, e dunque non ci si può sbagliare. "Ed è allora — proprio in qual momento — che avverto l’odore che avevo sognato, quell’odore inconfondibile di ormoni, testosterone, sperma, canne, calzini da tennis, birra, vino scadente, spumeggiante caffè della Moca… L’odore delle case degli studenti di tutto il mondo".
15.12.07
Strano straniero
Strano straniero
Un surreale dialogo dal blog 2X0- Conversare Stanca. "Tu sei straniero? / No, sono strano. / Non parli come noi. / Ma taccio come tutti. / Qui siamo democratici. / Anch'io sto col più forte. / Bisogna ribellarsi. / Però stando seduti. / Guarda che qui ci facciamo il mazzo. / Lo sapevo, che le carte erano truccate. / Scusa, come ti chiami? / Di solito mi chiamo fuori. / Nessuno ti vieta di entrare. / Nemmeno la porta chiusa? / Suona, che cosa aspetti? / Non vedo il campanello. / Tieni: usa il triangolo. / Suona fesso, o sbaglio? / Che importa? Conta il gesto. / Il gesto o la gestione? / La solidarietà. / Certo: la fate a gesti. / Perché non sappiamo la lingua. / Ma conoscete l'ascella. / Ora e sempre, resistenza. / Qualche volta, interruttore".
Un surreale dialogo dal blog 2X0- Conversare Stanca. "Tu sei straniero? / No, sono strano. / Non parli come noi. / Ma taccio come tutti. / Qui siamo democratici. / Anch'io sto col più forte. / Bisogna ribellarsi. / Però stando seduti. / Guarda che qui ci facciamo il mazzo. / Lo sapevo, che le carte erano truccate. / Scusa, come ti chiami? / Di solito mi chiamo fuori. / Nessuno ti vieta di entrare. / Nemmeno la porta chiusa? / Suona, che cosa aspetti? / Non vedo il campanello. / Tieni: usa il triangolo. / Suona fesso, o sbaglio? / Che importa? Conta il gesto. / Il gesto o la gestione? / La solidarietà. / Certo: la fate a gesti. / Perché non sappiamo la lingua. / Ma conoscete l'ascella. / Ora e sempre, resistenza. / Qualche volta, interruttore".
13.12.07
Orchestre e ascensori a piazza Vittorio
Orchestre e ascensori a piazza Vittorio
Qualche sera fa rivedevo l'allegro e appassionato documentario che racconta la nascita dell'Orchestra di piazza Vittorio. E' una storia buona, ambientata tra le spezie e i fetori di un quartiere romano affollato di migranti, a due passi dalla stazione, che mette allegria come la musica di questa orchestra, una musica di tutto il mondo, anche se la ascolti mentre cammini da solo, di notte, a passo veloce, e ti viene un po' paura sotto i portici e le ombre di piazza Vittorio. Il film racconta di quando Mario Tronco, pianista e tastierista degli Avion Travel, realizza che Roma è piena di musicisti stranieri, arrivati dall'Africa, dall'Asia, dall'America per sfuggire alla miseria, ridotti a fare i mestieri degli emigranti. Nessuno di loro, costretto dalla necessità, riesce a fare quello che veramente sa fare, cioè in questo caso suonare. Oppure lo fanno solo nel casino delle strade e dei metrò, chiedendo un po' di elemosina. Non è mai stato facile mettere d'accordo i bisogni e i desideri, pure se molti di noi in questa piccola parte di mondo ce lo siamo dimenticato. Però Mario, che abita dalle parti di piazza Vittorio, sa che a casa loro suonano, li sente dalle finestre. Così decide di cercarli. Gira per il quartiere, preme campanelli, lascia biglietti, entra in negozi di articoli esotici, telefona. Alla fine riesce a raccogliere una ventina di persone da tutto il mondo, a debuttare col primo concerto, a tenere insieme tutto con fatica, attento ai permessi di sogggiorno e ai conflitti di sensibilità, e da allora l'Orchestra multietnica non si è più fermata. Dentro ci sono indiani, maghrebini, cubani, tunisini, ecuadoregni... Ma non ci sono cinesi. Nemmeno l'Orchestra c'è riuscita a tirare fuori i cinesi dalle loro piccole muraglie. Quando Mario entrava in qualcuno di quegli strani negozi pieni di inutilerie made in China, sempre vuoti, lo mandavano via subito, con una cortesia molto sbrigativa. Misteri cinesi a parte, l'Orchestra è una storia bella. In un mondo dove invece tutto è diventato più misterioso, più complicato. Che ne sappiamo noi indigeni italici di cosa significa scappare da una guerra, da una carestia, da una povertà che ti morde le gambe, viaggiare nascosti dentro i tir, rintuzzati sugli scafi, in equilibrio sui gommoni, senza avere dei soldi da spendere, una lingua per parlare, una casa per dormire, al massimo un borsone con quello che c'entra dentro? Si, in realtà lo sapevamo bene cosa poteva essere tutto ciò, appena qualche generazione fa, ma le cose brutte si dimenticano, specie quando - dopo tanti sacrifici - si sta un po' sazi. Pure i migranti di oggi odieranno essere chiamati tali, appena saliranno un po' più su nella scala del rispetto e del guadagno. Ma anche loro, gli immigrati, gli stranieri che arrivano, che ne sanno di noi? Cosa immaginano dell'Italia, come sanno che esistiamo? A pensarci bene, è come se la famosa globalizzazione avessa fatto diventare il mondo più stretto invece che più largo, come ci si aspettava. Un mondo rimpicciolito, un mercato assurdo di merci, uomini, capitali. La vita quotidiana, chiamata a fronteggiare uomini che non controlla e forze che non conosce, ha cominciato a generare le reazione più ovvia: l'insicurezza, lo spaesamento, la chiusura. Certo, gli immigrati ci servono: accudiscono i nostri vecchi, mandano avanti le nostre fabbrichette a basso prezzo, puliscono le stanze che noi sporchiamo, raccolgono i pomodori per le nostre insalate. Ma in fondo ci piacerebbe se, a fine turno, a fine giornata, scomparissero tutti, in un clic, senza fare troppo rumore, fino alla mattina dopo, o al turno seguente. "Se controlla le date - spiega il sociologo Aldo Bonomi - la questione diventa molto chiara. In meno di vent'anni siamo passati da zero immigrazione, quando un ragazzo nero al bar di Monza era un evento, faceva voltare tutti, ai tre-quattro milioni di oggi: nuovi lavoratori stabili, arrivati da mondi lontanissimi, in gran parte sconosciuti". Elena Stancanelli, nel suo libro su Roma, scrive: "Pensare che riusciremo ad amarci l'un l'altro mi sembra una stronzata. Ci pestiamo i piedi uomini con donne, figurati bianchi con neri, ricchi con poveri, indigeni e forestieri". Tocca trovare uno scambio efficace, un equilibrio conveniente, o forse solo un desiderio stimolante. Qualcosa da cedere e qualcosa da avere in cambio. Come nell'Orchestra: insegando e imparando. Altrimenti i malintesi si rincorrono e le identità mettono i muscoli, come in quel romanzo noir di recente successo, dove basta un nonnulla, e perfino lo scontro di civiltà, nel nostro condominio globale, può giocarsi per un ascensore a piazza Vittorio.
Qualche sera fa rivedevo l'allegro e appassionato documentario che racconta la nascita dell'Orchestra di piazza Vittorio. E' una storia buona, ambientata tra le spezie e i fetori di un quartiere romano affollato di migranti, a due passi dalla stazione, che mette allegria come la musica di questa orchestra, una musica di tutto il mondo, anche se la ascolti mentre cammini da solo, di notte, a passo veloce, e ti viene un po' paura sotto i portici e le ombre di piazza Vittorio. Il film racconta di quando Mario Tronco, pianista e tastierista degli Avion Travel, realizza che Roma è piena di musicisti stranieri, arrivati dall'Africa, dall'Asia, dall'America per sfuggire alla miseria, ridotti a fare i mestieri degli emigranti. Nessuno di loro, costretto dalla necessità, riesce a fare quello che veramente sa fare, cioè in questo caso suonare. Oppure lo fanno solo nel casino delle strade e dei metrò, chiedendo un po' di elemosina. Non è mai stato facile mettere d'accordo i bisogni e i desideri, pure se molti di noi in questa piccola parte di mondo ce lo siamo dimenticato. Però Mario, che abita dalle parti di piazza Vittorio, sa che a casa loro suonano, li sente dalle finestre. Così decide di cercarli. Gira per il quartiere, preme campanelli, lascia biglietti, entra in negozi di articoli esotici, telefona. Alla fine riesce a raccogliere una ventina di persone da tutto il mondo, a debuttare col primo concerto, a tenere insieme tutto con fatica, attento ai permessi di sogggiorno e ai conflitti di sensibilità, e da allora l'Orchestra multietnica non si è più fermata. Dentro ci sono indiani, maghrebini, cubani, tunisini, ecuadoregni... Ma non ci sono cinesi. Nemmeno l'Orchestra c'è riuscita a tirare fuori i cinesi dalle loro piccole muraglie. Quando Mario entrava in qualcuno di quegli strani negozi pieni di inutilerie made in China, sempre vuoti, lo mandavano via subito, con una cortesia molto sbrigativa. Misteri cinesi a parte, l'Orchestra è una storia bella. In un mondo dove invece tutto è diventato più misterioso, più complicato. Che ne sappiamo noi indigeni italici di cosa significa scappare da una guerra, da una carestia, da una povertà che ti morde le gambe, viaggiare nascosti dentro i tir, rintuzzati sugli scafi, in equilibrio sui gommoni, senza avere dei soldi da spendere, una lingua per parlare, una casa per dormire, al massimo un borsone con quello che c'entra dentro? Si, in realtà lo sapevamo bene cosa poteva essere tutto ciò, appena qualche generazione fa, ma le cose brutte si dimenticano, specie quando - dopo tanti sacrifici - si sta un po' sazi. Pure i migranti di oggi odieranno essere chiamati tali, appena saliranno un po' più su nella scala del rispetto e del guadagno. Ma anche loro, gli immigrati, gli stranieri che arrivano, che ne sanno di noi? Cosa immaginano dell'Italia, come sanno che esistiamo? A pensarci bene, è come se la famosa globalizzazione avessa fatto diventare il mondo più stretto invece che più largo, come ci si aspettava. Un mondo rimpicciolito, un mercato assurdo di merci, uomini, capitali. La vita quotidiana, chiamata a fronteggiare uomini che non controlla e forze che non conosce, ha cominciato a generare le reazione più ovvia: l'insicurezza, lo spaesamento, la chiusura. Certo, gli immigrati ci servono: accudiscono i nostri vecchi, mandano avanti le nostre fabbrichette a basso prezzo, puliscono le stanze che noi sporchiamo, raccolgono i pomodori per le nostre insalate. Ma in fondo ci piacerebbe se, a fine turno, a fine giornata, scomparissero tutti, in un clic, senza fare troppo rumore, fino alla mattina dopo, o al turno seguente. "Se controlla le date - spiega il sociologo Aldo Bonomi - la questione diventa molto chiara. In meno di vent'anni siamo passati da zero immigrazione, quando un ragazzo nero al bar di Monza era un evento, faceva voltare tutti, ai tre-quattro milioni di oggi: nuovi lavoratori stabili, arrivati da mondi lontanissimi, in gran parte sconosciuti". Elena Stancanelli, nel suo libro su Roma, scrive: "Pensare che riusciremo ad amarci l'un l'altro mi sembra una stronzata. Ci pestiamo i piedi uomini con donne, figurati bianchi con neri, ricchi con poveri, indigeni e forestieri". Tocca trovare uno scambio efficace, un equilibrio conveniente, o forse solo un desiderio stimolante. Qualcosa da cedere e qualcosa da avere in cambio. Come nell'Orchestra: insegando e imparando. Altrimenti i malintesi si rincorrono e le identità mettono i muscoli, come in quel romanzo noir di recente successo, dove basta un nonnulla, e perfino lo scontro di civiltà, nel nostro condominio globale, può giocarsi per un ascensore a piazza Vittorio.
12.12.07
Bella questa
Bella questa
Lettera al quotidiano Il Foglio, pubblicata ieri. Arrampicandosi sugli specchi. "Al direttore - C'è chi sostiene che gli omosessuali sarebbero vittime di una "discriminazione" poiché non avrebbero il diritto, riconosciuto per tutti, di contrarre matrimonio. Non mi sembra un argomento sostenibile. Gay e lesbiche hanno il diritto di sposarsi esattamente come tutti gli altri: ovviamente, uomini con donne e donne con uomini. D'altra parte, il divieto di sposarsi con persone dello stesso sesso non è un divieto rivolto in modo discriminatorio contro gli omosessuali. E' un divieto che vale anche per gli eterosessuali. Cordiali saluti. Massimo Boffa, Milano".
Lettera al quotidiano Il Foglio, pubblicata ieri. Arrampicandosi sugli specchi. "Al direttore - C'è chi sostiene che gli omosessuali sarebbero vittime di una "discriminazione" poiché non avrebbero il diritto, riconosciuto per tutti, di contrarre matrimonio. Non mi sembra un argomento sostenibile. Gay e lesbiche hanno il diritto di sposarsi esattamente come tutti gli altri: ovviamente, uomini con donne e donne con uomini. D'altra parte, il divieto di sposarsi con persone dello stesso sesso non è un divieto rivolto in modo discriminatorio contro gli omosessuali. E' un divieto che vale anche per gli eterosessuali. Cordiali saluti. Massimo Boffa, Milano".
11.12.07
Che il Dio della Coda Lunga ci aiuti
Che il Dio della Coda Lunga ci aiuti

Mi sono aperto anche io un tumblr, che pare sia una cosa di quelle molto crossmediali, qualunque cosa significhi. Diciamo che non avevo di meglio di fare. Come, cos'è un tumblr?

Mi sono aperto anche io un tumblr, che pare sia una cosa di quelle molto crossmediali, qualunque cosa significhi. Diciamo che non avevo di meglio di fare. Come, cos'è un tumblr?
10.12.07
La parola merda esiste
La parola merda esiste
Dice il critico televisivo Aldo Grasso, a proposito del Luttazzi stavolta licenziato da La7, che il martirio mediatico dà alla testa (e puntualizzando: "stiamo naturalmente parlando del martirio all'italiana, con gli stipendi che continuano a correre, con i conduttori che diventano deputati, con gli approfittatori che salgono sul carro degli eroi"). Ci sarebbero da fare, a costo di essere un po' pedanti, delle precisazioni su chi esercita il potere e chi lo subisce. E pure su quanto la comicità abbia diritto di sfondare i limiti del buon gusto. Ma fa niente. E' tutta colpa di una battuta sulla cacca (e Giuliano Ferrara, anche). In realtà ciò che conta è che le battute sulla cacca ci sono, esistono, strusciano terra terra oppure volano come iperboli assurde, a volte si chiamano satira, e se riescono possono farvi accartocciare sulla poltrona dal ridere, o magari farvi ribrezzo, con un mezzo sorriso e un colpo gobbo, oppure provocarvi un bel chissenefrega, ma in fondo fa lo stesso. Come si fa a tirare fuori la parola "onore" in relazione alla cacca. Come si fa a ricominciare ogni volta col solito dibattito, sarà satira o non sarà satira?, che è una questione noiosa, di quelle buone per le cause per diffamazione e i risarcimenti danni, in questo paese col fiatone. La battuta non si può nemmeno citarla, che tanto non fa lo stesso effetto, quella storia di cacca e piscia, latrine e fruste sadomaso, pur di non pensare agli orrori e alle menzogne della guerra, immaginandosela con persone reali in una vasca da bagno - pure il Giulianone Ferrara che manco si era offeso, al massimo lui la butterebbe su Dio e sul Relativismo, e difatti lo stesso Luttazzi ha sgamato che tutto questo polverone sarà colpa delle battute sul Papa mica di quella sulla cacca - allora figuriamoci come si fa a difenderla, però si sa che il contesto è tutto, ci vuole la faccia giusta, l'intonazione, il tono, il registro appropriati. Luttazzi è molto bravo ad averceli, infatti molti ridono ai suoi spettacoli, me compreso. Altri invece fanno la faccia schifata, e sarà pure loro diritto farla se non trovano migliori cause piuttosto che le gag di Luttazzi a mezzanotte per le loro facce schifate. Ma ha ragione Bordone: il terreno è scivoloso, come una fresca evacuazione di cane sul marciapiede, e bisogna stare attenti. Dice lui che descritto e commentato così, con una certa dose di ribrezzo o indignazione, Salò di Pasolini è un film di gente che mangia la merda e si piscia in bocca; Pink Flamingos di John Waters è una schifezza in cui uno vestito da donna mangia lo stronzo di cane; La grande abbuffata è un film di rutti, scoregge e cessi intasati; Benigni è uno che si toglie i pantaloni in prima serata; Lenny Bruce era uno che diceva "negro", "giudeo" e "spaghetti" al proprio pubblico; Howard Stern è uno che organizza gare di emorroidi; Sarah Silverman è quella che si scopa il formaggio.
Dice il critico televisivo Aldo Grasso, a proposito del Luttazzi stavolta licenziato da La7, che il martirio mediatico dà alla testa (e puntualizzando: "stiamo naturalmente parlando del martirio all'italiana, con gli stipendi che continuano a correre, con i conduttori che diventano deputati, con gli approfittatori che salgono sul carro degli eroi"). Ci sarebbero da fare, a costo di essere un po' pedanti, delle precisazioni su chi esercita il potere e chi lo subisce. E pure su quanto la comicità abbia diritto di sfondare i limiti del buon gusto. Ma fa niente. E' tutta colpa di una battuta sulla cacca (e Giuliano Ferrara, anche). In realtà ciò che conta è che le battute sulla cacca ci sono, esistono, strusciano terra terra oppure volano come iperboli assurde, a volte si chiamano satira, e se riescono possono farvi accartocciare sulla poltrona dal ridere, o magari farvi ribrezzo, con un mezzo sorriso e un colpo gobbo, oppure provocarvi un bel chissenefrega, ma in fondo fa lo stesso. Come si fa a tirare fuori la parola "onore" in relazione alla cacca. Come si fa a ricominciare ogni volta col solito dibattito, sarà satira o non sarà satira?, che è una questione noiosa, di quelle buone per le cause per diffamazione e i risarcimenti danni, in questo paese col fiatone. La battuta non si può nemmeno citarla, che tanto non fa lo stesso effetto, quella storia di cacca e piscia, latrine e fruste sadomaso, pur di non pensare agli orrori e alle menzogne della guerra, immaginandosela con persone reali in una vasca da bagno - pure il Giulianone Ferrara che manco si era offeso, al massimo lui la butterebbe su Dio e sul Relativismo, e difatti lo stesso Luttazzi ha sgamato che tutto questo polverone sarà colpa delle battute sul Papa mica di quella sulla cacca - allora figuriamoci come si fa a difenderla, però si sa che il contesto è tutto, ci vuole la faccia giusta, l'intonazione, il tono, il registro appropriati. Luttazzi è molto bravo ad averceli, infatti molti ridono ai suoi spettacoli, me compreso. Altri invece fanno la faccia schifata, e sarà pure loro diritto farla se non trovano migliori cause piuttosto che le gag di Luttazzi a mezzanotte per le loro facce schifate. Ma ha ragione Bordone: il terreno è scivoloso, come una fresca evacuazione di cane sul marciapiede, e bisogna stare attenti. Dice lui che descritto e commentato così, con una certa dose di ribrezzo o indignazione, Salò di Pasolini è un film di gente che mangia la merda e si piscia in bocca; Pink Flamingos di John Waters è una schifezza in cui uno vestito da donna mangia lo stronzo di cane; La grande abbuffata è un film di rutti, scoregge e cessi intasati; Benigni è uno che si toglie i pantaloni in prima serata; Lenny Bruce era uno che diceva "negro", "giudeo" e "spaghetti" al proprio pubblico; Howard Stern è uno che organizza gare di emorroidi; Sarah Silverman è quella che si scopa il formaggio.
9.12.07
Frusciare o cliccare
Frusciare o cliccare
L'altro ieri, alla Fiera dei piccoli editori di Roma, popolata anche da certuni bloggers neanche tanto piccoli, il mio amico Luigi - insieme al fido Antonio Tombolini - mi ha mostrato un prototipo, ormai pronto per essere messo in vendita, del famigerato e-book. Il libro elettronico, insomma. Me ne aveva già mostrato uno la scorsa estate, in vacanza a Gaeta, si chiama iLiad, "ma questo modello - mi spiega - è la versione basic, quella che tutti vorranno, se va bene". Se va bene. Nero, piatto, rettangolare, leggerissimo. Non fa il rumore falso dello sfoglio quando premi il pulsante per voltare la pagina, e meno male. Non è il Kindle appena lanciato dal colosso online di Amazon, col sogno di farlo diventare una specie di iPod dei libri, col difetto di essere brutto e plasticoso, e con troppi codici chiusi. Non ha nemmeno a che fare, per ora, con la babele libresca a cui sta lavorando Google, che smania per digitalizzare tutti i libri dell'universo mondo. Non dovrebbe, a suo dire, fare la fine ingloriosa di tutti i precedenti fallimentari tentativi di ebook. Qui ciò che intriga ed inquieta allo stesso tempo è lo schermo: pare davvero fatto di carta. Una specie di papiro d'avanguardia. "Non ha retroilluminazione" mi spiegano, e questo tecnicamente dovrebbe fare la differenza. Sto lì a rigirarmelo tra le mani, e sfiorando lo schermo liscio, senza odori, senza ruvidezze. "Col modello avanzato diventa anche wireless, ci potrai leggere anche i blog". Chi l'avrebbe mai detto. Per aggeggi così non serviranno bancarelle, al massimo vetrine al neon, o scaffali in plexiglass. Forse non serviranno nemmeno fiere come questa, casomai dei convegni di smanettoni alla ricerca di nuovi dress code. Non è affatto detto che un supporto cancelli l'altro. "La connettività si farà commodity" spiega chi se ne intende. E poi ne sono sicuro, sarà un futuro impermeabile e fighissimo. Ma quando avrete finito le batterie, voialtri, vi attaccherete al tram. Io, invece, alla fine del libro ci arrivo.
L'altro ieri, alla Fiera dei piccoli editori di Roma, popolata anche da certuni bloggers neanche tanto piccoli, il mio amico Luigi - insieme al fido Antonio Tombolini - mi ha mostrato un prototipo, ormai pronto per essere messo in vendita, del famigerato e-book. Il libro elettronico, insomma. Me ne aveva già mostrato uno la scorsa estate, in vacanza a Gaeta, si chiama iLiad, "ma questo modello - mi spiega - è la versione basic, quella che tutti vorranno, se va bene". Se va bene. Nero, piatto, rettangolare, leggerissimo. Non fa il rumore falso dello sfoglio quando premi il pulsante per voltare la pagina, e meno male. Non è il Kindle appena lanciato dal colosso online di Amazon, col sogno di farlo diventare una specie di iPod dei libri, col difetto di essere brutto e plasticoso, e con troppi codici chiusi. Non ha nemmeno a che fare, per ora, con la babele libresca a cui sta lavorando Google, che smania per digitalizzare tutti i libri dell'universo mondo. Non dovrebbe, a suo dire, fare la fine ingloriosa di tutti i precedenti fallimentari tentativi di ebook. Qui ciò che intriga ed inquieta allo stesso tempo è lo schermo: pare davvero fatto di carta. Una specie di papiro d'avanguardia. "Non ha retroilluminazione" mi spiegano, e questo tecnicamente dovrebbe fare la differenza. Sto lì a rigirarmelo tra le mani, e sfiorando lo schermo liscio, senza odori, senza ruvidezze. "Col modello avanzato diventa anche wireless, ci potrai leggere anche i blog". Chi l'avrebbe mai detto. Per aggeggi così non serviranno bancarelle, al massimo vetrine al neon, o scaffali in plexiglass. Forse non serviranno nemmeno fiere come questa, casomai dei convegni di smanettoni alla ricerca di nuovi dress code. Non è affatto detto che un supporto cancelli l'altro. "La connettività si farà commodity" spiega chi se ne intende. E poi ne sono sicuro, sarà un futuro impermeabile e fighissimo. Ma quando avrete finito le batterie, voialtri, vi attaccherete al tram. Io, invece, alla fine del libro ci arrivo.
7.12.07
Cronaca nera
Cronaca nera
Gli animali uccidono per nutrirsi, gli uomini uccidono per riconoscersi. Così almeno sosteneva Hegel. Oggi molto sangue è versato sui nuovi palcoscenici della cronaca nera, nerissima, ma che ogni tanto si tinge di colori incongrui. Ci illumina di sbieco. Ai tempi del regime fascista la cronaca nera era vietata per legge. Era "moralmente indesiderabile", stonava con la coesione sociale, come un'ombra sul fondale di cartapesta. Ai tempi dell'Italia in bianco e nero la cronaca nera celava trame inconfessabili, obiettivi reconditi, segreti di Stato, e come minimo un agente deviato dove meno te lo aspetti. Ai tempi della nostra democrazia liquida le cronaca nera abbonda, appassiona, tracima. Si rivela un'ottima scusa per parlar d'altro. Diventa un serial aggiornabile, un format in espansione. Un reality sempre alla ricerca di nuovi cast. All'incrocio tra spazzatura televisiva e schiuma di provincia. Ne accadono in effetti tanti di omicidi e gialli di provincia, in questi anni come sempre, ma solo alcuni diventano da prima serata. Le lacrime della Franzoni sul sangue versato a Cogne. Gli occhi celesti del fidanzato Alberto che galleggia nel vuoto di Garlasco. Le gemelle Cappa, cugine della vittima, che taroccano una foto ma si fanno scoprire, poi vendono il memoriale alla rivista di gossip. L'avvocato Taormina che spunta nel mezzo delle cause perse. Il sorriso enigmatico di Amanda tra le leggende notturne e le false piste di Perugia. Azouz, il vedovo tunisino di Erba, ingaggiato con luci da reality e malavita da spaccio. Corona che si compra l'esclusiva di un funerale. Il criminologo di Porta a Porta che dice la sua davanti a un plastico della scena del delitto. I giudici che telefonano alla sensitiva che trovò un cadavere nel lago. Il mostro sbattuto in prima pagina (e in prime time) prima di accorgersi che non è un mostro, e allora lo riabilitano, facendone davvero un mostro. Esperti della scientifica che invece di limitarsi ai rilievi si avventurano nelle deduzioni. Conduttori di talk show che ieri parlavano di Iraq col premier e oggi agitano due barattoli di candeggina. Stiamo così, come scrisse Gabriele Romagnoli poco tempo fa: "Ti ammazzano a martellate, ti seppelliscono con l'omelia prestampata del parroco. E la cosa peggiore non è che, quasi sempre, chi ti ha ucciso piangeva al tuo funerale. E' che il giorno dopo sulla tua tomba si accampa la compagnia itinerante del Circo Italia". Eppure, dietro a tutto ciò, dietro alle luci e ai camerini, risiede ancora la paura, l'inquietudine. Il buio. A ogni delitto la ricerca parte puntando lontano, poi si conclude guardandosi i piedi. Certo, capita che il colpevole sia il nomade straniero, ma più spesso è il vicino di casa, la coinquilina, l'ex marito, il figlio, il fidanzato, la mamma. Da qualche anno, secondo le statistiche nazionali, gli omicidi consumati in famiglia superano quelli della criminalità organizzata. In oltre la metà dei casi al Nord. Nel vuoto benestante della provincia. Di solito tra la cena e la mezzanotte. Spesso nel mezzo della settimana. Sei volte su dieci lasciandosi alle spalle il cadavere di una donna. "La vita è un deposito di oggetti smarriti che la cronaca qualche volta insanguina" scrive Pino Corrias nel suo libro "Vicini da morire" che racconta la strage di Erba del dicembre 2006 e il Nord Italia divorato dalla paura. Te ne puoi stare tranquillo sul divano di casa tua e sei in pericolo. Puoi attivare il sistema di allarme e sei in pericolo. Il problema non è l'omicidio da sbattere in prima pagina, la caccia al colpevole con telecamere e taccuini e comparse al seguito, spiega Corrias. Il problema sta nel cuore di una provincia italiana divorata dai demoni di una mutazione che ha travolto abitudini e paesaggi, uomini e ambienti. Cerchiamo il colpevole nello straniero di turno, per scacciare il pensiero di cosa e come siamo diventati noi. Tra normalità e ferocia. "Stranieri a noi stessi" dice il sociologo Diamanti con una formula suggestiva. Il più delle volte non c'è nemmeno il buio. E' una visione allucinata, per troppa luce.
Gli animali uccidono per nutrirsi, gli uomini uccidono per riconoscersi. Così almeno sosteneva Hegel. Oggi molto sangue è versato sui nuovi palcoscenici della cronaca nera, nerissima, ma che ogni tanto si tinge di colori incongrui. Ci illumina di sbieco. Ai tempi del regime fascista la cronaca nera era vietata per legge. Era "moralmente indesiderabile", stonava con la coesione sociale, come un'ombra sul fondale di cartapesta. Ai tempi dell'Italia in bianco e nero la cronaca nera celava trame inconfessabili, obiettivi reconditi, segreti di Stato, e come minimo un agente deviato dove meno te lo aspetti. Ai tempi della nostra democrazia liquida le cronaca nera abbonda, appassiona, tracima. Si rivela un'ottima scusa per parlar d'altro. Diventa un serial aggiornabile, un format in espansione. Un reality sempre alla ricerca di nuovi cast. All'incrocio tra spazzatura televisiva e schiuma di provincia. Ne accadono in effetti tanti di omicidi e gialli di provincia, in questi anni come sempre, ma solo alcuni diventano da prima serata. Le lacrime della Franzoni sul sangue versato a Cogne. Gli occhi celesti del fidanzato Alberto che galleggia nel vuoto di Garlasco. Le gemelle Cappa, cugine della vittima, che taroccano una foto ma si fanno scoprire, poi vendono il memoriale alla rivista di gossip. L'avvocato Taormina che spunta nel mezzo delle cause perse. Il sorriso enigmatico di Amanda tra le leggende notturne e le false piste di Perugia. Azouz, il vedovo tunisino di Erba, ingaggiato con luci da reality e malavita da spaccio. Corona che si compra l'esclusiva di un funerale. Il criminologo di Porta a Porta che dice la sua davanti a un plastico della scena del delitto. I giudici che telefonano alla sensitiva che trovò un cadavere nel lago. Il mostro sbattuto in prima pagina (e in prime time) prima di accorgersi che non è un mostro, e allora lo riabilitano, facendone davvero un mostro. Esperti della scientifica che invece di limitarsi ai rilievi si avventurano nelle deduzioni. Conduttori di talk show che ieri parlavano di Iraq col premier e oggi agitano due barattoli di candeggina. Stiamo così, come scrisse Gabriele Romagnoli poco tempo fa: "Ti ammazzano a martellate, ti seppelliscono con l'omelia prestampata del parroco. E la cosa peggiore non è che, quasi sempre, chi ti ha ucciso piangeva al tuo funerale. E' che il giorno dopo sulla tua tomba si accampa la compagnia itinerante del Circo Italia". Eppure, dietro a tutto ciò, dietro alle luci e ai camerini, risiede ancora la paura, l'inquietudine. Il buio. A ogni delitto la ricerca parte puntando lontano, poi si conclude guardandosi i piedi. Certo, capita che il colpevole sia il nomade straniero, ma più spesso è il vicino di casa, la coinquilina, l'ex marito, il figlio, il fidanzato, la mamma. Da qualche anno, secondo le statistiche nazionali, gli omicidi consumati in famiglia superano quelli della criminalità organizzata. In oltre la metà dei casi al Nord. Nel vuoto benestante della provincia. Di solito tra la cena e la mezzanotte. Spesso nel mezzo della settimana. Sei volte su dieci lasciandosi alle spalle il cadavere di una donna. "La vita è un deposito di oggetti smarriti che la cronaca qualche volta insanguina" scrive Pino Corrias nel suo libro "Vicini da morire" che racconta la strage di Erba del dicembre 2006 e il Nord Italia divorato dalla paura. Te ne puoi stare tranquillo sul divano di casa tua e sei in pericolo. Puoi attivare il sistema di allarme e sei in pericolo. Il problema non è l'omicidio da sbattere in prima pagina, la caccia al colpevole con telecamere e taccuini e comparse al seguito, spiega Corrias. Il problema sta nel cuore di una provincia italiana divorata dai demoni di una mutazione che ha travolto abitudini e paesaggi, uomini e ambienti. Cerchiamo il colpevole nello straniero di turno, per scacciare il pensiero di cosa e come siamo diventati noi. Tra normalità e ferocia. "Stranieri a noi stessi" dice il sociologo Diamanti con una formula suggestiva. Il più delle volte non c'è nemmeno il buio. E' una visione allucinata, per troppa luce.
2.12.07
Bang Bang
Bang Bang
Il mio amico Nico l'altro ieri si è ritrovato a Napoli, alla stazione Campi Flegrei, in un giorno così, nel mezzo di una sparatoria. Appoggiato alla ringhiera tra un binario e l'altro, mentre alle spalle, a due metri di distanza, qualcuno urlava "spara! spara!". "Il capotreno che si è sentito male è ora circondato dai suoi colleghi e all'improvviso il capotreno che si è sentito male scoppia a piangere, come un bambino come un bambino e si difende da sguardi che adesso non c'entrano niente, e io non c'entro niente e mi volto dall'altra parte, io un signore di 60 anni che piange a dirotto perché ha assistito al far west non lo posso reggere capite non lo posso proprio reggere mi si blocca il respiro qui a metà e faccio qualche passo in direzione opposta, mentre un collega del capotreno che si è sentito male gli dice come fosse suo padre 'antò, antò non fare accussì' e su quella frase ecco su quella frase io non so che farei e per fortuna che arriva l'eurostar e arriva strombazzando clacson a più non posso perché la gente continua ad attraversare i binari come se fosse una piazza pedonale alla vigilia di natale, loschi figuri e personale medico e infermieri e carabinieri e curiosi e gente e gente tutti avanti e indietro e il treno suona e si ferma e io salgo e mi siedo e respiro respiro e sbuffo e sbuffo e il tipo seduto di fronte a me legge gli arancini di montalbano alza gli occhi mi sorride dice mezzora di ritardo eh? e io dico già, mezzora di ritardo e lui vede la mia faccia e dice tanto adesso recupera e io dico già tanto adesso recupera e guardo fuori dal finestrino io quel capotreno che scoppia a piangere perché ha visto il far west non me lo dimentico, no.".
Il mio amico Nico l'altro ieri si è ritrovato a Napoli, alla stazione Campi Flegrei, in un giorno così, nel mezzo di una sparatoria. Appoggiato alla ringhiera tra un binario e l'altro, mentre alle spalle, a due metri di distanza, qualcuno urlava "spara! spara!". "Il capotreno che si è sentito male è ora circondato dai suoi colleghi e all'improvviso il capotreno che si è sentito male scoppia a piangere, come un bambino come un bambino e si difende da sguardi che adesso non c'entrano niente, e io non c'entro niente e mi volto dall'altra parte, io un signore di 60 anni che piange a dirotto perché ha assistito al far west non lo posso reggere capite non lo posso proprio reggere mi si blocca il respiro qui a metà e faccio qualche passo in direzione opposta, mentre un collega del capotreno che si è sentito male gli dice come fosse suo padre 'antò, antò non fare accussì' e su quella frase ecco su quella frase io non so che farei e per fortuna che arriva l'eurostar e arriva strombazzando clacson a più non posso perché la gente continua ad attraversare i binari come se fosse una piazza pedonale alla vigilia di natale, loschi figuri e personale medico e infermieri e carabinieri e curiosi e gente e gente tutti avanti e indietro e il treno suona e si ferma e io salgo e mi siedo e respiro respiro e sbuffo e sbuffo e il tipo seduto di fronte a me legge gli arancini di montalbano alza gli occhi mi sorride dice mezzora di ritardo eh? e io dico già, mezzora di ritardo e lui vede la mia faccia e dice tanto adesso recupera e io dico già tanto adesso recupera e guardo fuori dal finestrino io quel capotreno che scoppia a piangere perché ha visto il far west non me lo dimentico, no.".
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