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all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio


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13.12.07
 
Orchestre e ascensori a piazza Vittorio

Qualche sera fa rivedevo l'allegro e appassionato documentario che racconta la nascita dell'Orchestra di piazza Vittorio. E' una storia buona, ambientata tra le spezie e i fetori di un quartiere romano affollato di migranti, a due passi dalla stazione, che mette allegria come la musica di questa orchestra, una musica di tutto il mondo, anche se la ascolti mentre cammini da solo, di notte, a passo veloce, e ti viene un po' paura sotto i portici e le ombre di piazza Vittorio. Il film racconta di quando Mario Tronco, pianista e tastierista degli Avion Travel, realizza che Roma è piena di musicisti stranieri, arrivati dall'Africa, dall'Asia, dall'America per sfuggire alla miseria, ridotti a fare i mestieri degli emigranti. Nessuno di loro, costretto dalla necessità, riesce a fare quello che veramente sa fare, cioè in questo caso suonare. Oppure lo fanno solo nel casino delle strade e dei metrò, chiedendo un po' di elemosina. Non è mai stato facile mettere d'accordo i bisogni e i desideri, pure se molti di noi in questa piccola parte di mondo ce lo siamo dimenticato. Però Mario, che abita dalle parti di piazza Vittorio, sa che a casa loro suonano, li sente dalle finestre. Così decide di cercarli. Gira per il quartiere, preme campanelli, lascia biglietti, entra in negozi di articoli esotici, telefona. Alla fine riesce a raccogliere una ventina di persone da tutto il mondo, a debuttare col primo concerto, a tenere insieme tutto con fatica, attento ai permessi di sogggiorno e ai conflitti di sensibilità, e da allora l'Orchestra multietnica non si è più fermata. Dentro ci sono indiani, maghrebini, cubani, tunisini, ecuadoregni... Ma non ci sono cinesi. Nemmeno l'Orchestra c'è riuscita a tirare fuori i cinesi dalle loro piccole muraglie. Quando Mario entrava in qualcuno di quegli strani negozi pieni di inutilerie made in China, sempre vuoti, lo mandavano via subito, con una cortesia molto sbrigativa. Misteri cinesi a parte, l'Orchestra è una storia bella. In un mondo dove invece tutto è diventato più misterioso, più complicato. Che ne sappiamo noi indigeni italici di cosa significa scappare da una guerra, da una carestia, da una povertà che ti morde le gambe, viaggiare nascosti dentro i tir, rintuzzati sugli scafi, in equilibrio sui gommoni, senza avere dei soldi da spendere, una lingua per parlare, una casa per dormire, al massimo un borsone con quello che c'entra dentro? Si, in realtà lo sapevamo bene cosa poteva essere tutto ciò, appena qualche generazione fa, ma le cose brutte si dimenticano, specie quando - dopo tanti sacrifici - si sta un po' sazi. Pure i migranti di oggi odieranno essere chiamati tali, appena saliranno un po' più su nella scala del rispetto e del guadagno. Ma anche loro, gli immigrati, gli stranieri che arrivano, che ne sanno di noi? Cosa immaginano dell'Italia, come sanno che esistiamo? A pensarci bene, è come se la famosa globalizzazione avessa fatto diventare il mondo più stretto invece che più largo, come ci si aspettava. Un mondo rimpicciolito, un mercato assurdo di merci, uomini, capitali. La vita quotidiana, chiamata a fronteggiare uomini che non controlla e forze che non conosce, ha cominciato a generare le reazione più ovvia: l'insicurezza, lo spaesamento, la chiusura. Certo, gli immigrati ci servono: accudiscono i nostri vecchi, mandano avanti le nostre fabbrichette a basso prezzo, puliscono le stanze che noi sporchiamo, raccolgono i pomodori per le nostre insalate. Ma in fondo ci piacerebbe se, a fine turno, a fine giornata, scomparissero tutti, in un clic, senza fare troppo rumore, fino alla mattina dopo, o al turno seguente. "Se controlla le date - spiega il sociologo Aldo Bonomi - la questione diventa molto chiara. In meno di vent'anni siamo passati da zero immigrazione, quando un ragazzo nero al bar di Monza era un evento, faceva voltare tutti, ai tre-quattro milioni di oggi: nuovi lavoratori stabili, arrivati da mondi lontanissimi, in gran parte sconosciuti". Elena Stancanelli, nel suo libro su Roma, scrive: "Pensare che riusciremo ad amarci l'un l'altro mi sembra una stronzata. Ci pestiamo i piedi uomini con donne, figurati bianchi con neri, ricchi con poveri, indigeni e forestieri". Tocca trovare uno scambio efficace, un equilibrio conveniente, o forse solo un desiderio stimolante. Qualcosa da cedere e qualcosa da avere in cambio. Come nell'Orchestra: insegando e imparando. Altrimenti i malintesi si rincorrono e le identità mettono i muscoli, come in quel romanzo noir di recente successo, dove basta un nonnulla, e perfino lo scontro di civiltà, nel nostro condominio globale, può giocarsi per un ascensore a piazza Vittorio.