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all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio


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7.12.07
 
Cronaca nera

shiningGli animali uccidono per nutrirsi, gli uomini uccidono per riconoscersi. Così almeno sosteneva Hegel. Oggi molto sangue è versato sui nuovi palcoscenici della cronaca nera, nerissima, ma che ogni tanto si tinge di colori incongrui. Ci illumina di sbieco. Ai tempi del regime fascista la cronaca nera era vietata per legge. Era "moralmente indesiderabile", stonava con la coesione sociale, come un'ombra sul fondale di cartapesta. Ai tempi dell'Italia in bianco e nero la cronaca nera celava trame inconfessabili, obiettivi reconditi, segreti di Stato, e come minimo un agente deviato dove meno te lo aspetti. Ai tempi della nostra democrazia liquida le cronaca nera abbonda, appassiona, tracima. Si rivela un'ottima scusa per parlar d'altro. Diventa un serial aggiornabile, un format in espansione. Un reality sempre alla ricerca di nuovi cast. All'incrocio tra spazzatura televisiva e schiuma di provincia. Ne accadono in effetti tanti di omicidi e gialli di provincia, in questi anni come sempre, ma solo alcuni diventano da prima serata. Le lacrime della Franzoni sul sangue versato a Cogne. Gli occhi celesti del fidanzato Alberto che galleggia nel vuoto di Garlasco. Le gemelle Cappa, cugine della vittima, che taroccano una foto ma si fanno scoprire, poi vendono il memoriale alla rivista di gossip. L'avvocato Taormina che spunta nel mezzo delle cause perse. Il sorriso enigmatico di Amanda tra le leggende notturne e le false piste di Perugia. Azouz, il vedovo tunisino di Erba, ingaggiato con luci da reality e malavita da spaccio. Corona che si compra l'esclusiva di un funerale. Il criminologo di Porta a Porta che dice la sua davanti a un plastico della scena del delitto. I giudici che telefonano alla sensitiva che trovò un cadavere nel lago. Il mostro sbattuto in prima pagina (e in prime time) prima di accorgersi che non è un mostro, e allora lo riabilitano, facendone davvero un mostro. Esperti della scientifica che invece di limitarsi ai rilievi si avventurano nelle deduzioni. Conduttori di talk show che ieri parlavano di Iraq col premier e oggi agitano due barattoli di candeggina. Stiamo così, come scrisse Gabriele Romagnoli poco tempo fa: "Ti ammazzano a martellate, ti seppelliscono con l'omelia prestampata del parroco. E la cosa peggiore non è che, quasi sempre, chi ti ha ucciso piangeva al tuo funerale. E' che il giorno dopo sulla tua tomba si accampa la compagnia itinerante del Circo Italia". Eppure, dietro a tutto ciò, dietro alle luci e ai camerini, risiede ancora la paura, l'inquietudine. Il buio. A ogni delitto la ricerca parte puntando lontano, poi si conclude guardandosi i piedi. Certo, capita che il colpevole sia il nomade straniero, ma più spesso è il vicino di casa, la coinquilina, l'ex marito, il figlio, il fidanzato, la mamma. Da qualche anno, secondo le statistiche nazionali, gli omicidi consumati in famiglia superano quelli della criminalità organizzata. In oltre la metà dei casi al Nord. Nel vuoto benestante della provincia. Di solito tra la cena e la mezzanotte. Spesso nel mezzo della settimana. Sei volte su dieci lasciandosi alle spalle il cadavere di una donna. "La vita è un deposito di oggetti smarriti che la cronaca qualche volta insanguina" scrive Pino Corrias nel suo libro "Vicini da morire" che racconta la strage di Erba del dicembre 2006 e il Nord Italia divorato dalla paura. Te ne puoi stare tranquillo sul divano di casa tua e sei in pericolo. Puoi attivare il sistema di allarme e sei in pericolo. Il problema non è l'omicidio da sbattere in prima pagina, la caccia al colpevole con telecamere e taccuini e comparse al seguito, spiega Corrias. Il problema sta nel cuore di una provincia italiana divorata dai demoni di una mutazione che ha travolto abitudini e paesaggi, uomini e ambienti. Cerchiamo il colpevole nello straniero di turno, per scacciare il pensiero di cosa e come siamo diventati noi. Tra normalità e ferocia. "Stranieri a noi stessi" dice il sociologo Diamanti con una formula suggestiva. Il più delle volte non c'è nemmeno il buio. E' una visione allucinata, per troppa luce.