10.11.07

La città di sotto

La città di sotto

titoloCatturano il penultimo padrino e catturano il più misero degli uomini, le notizie si confondono, la gente si arrabbia, i vasi traboccano. Del primo studieranno i pizzini, ci faranno uno sceneggiato. Ma del secondo prenderanno il furore, l'allarme che soffoca la gente per bene, quella che percorre i viali al buio col fiato sospeso prima di tornare a casa la sera. Dicono: che brutta gente questi rumeni. Che schifo questi zingari. Pare impossibile non pensarlo. Ieri erano gli albanesi, un attimo dopo dei marocchini. L'altro ieri erano i polacchi. Sulla scena del crimine di Tor di Quinto, alla periferia di Roma, c'era una donna rom che ha bloccato un autobus in corsa per chiedere aiuto, per denunciare l'uomo rumeno che aveva appena straziato e ucciso la donna italiana, ma la donna rom non esiste, non esiste nel tg dei politici, ora l'hanno portata in un luogo protetto, nomade senza nemmeno più uno zingaro di cui fidarsi e una telecamera a cui raccontarsi. Forse non è più un tabù strepitare che un popolo o un'etnia nella sua interezza può avere una natura criminale, "tutta un'umanità brutta, sporca e cattiva" lo scrive pure il quotidiano di sinistra L'Unità coi suoi insofferenti lettori. Le colpe di un criminale diventano le colpe di un popolo? Le cifre sono chiare: sono criminali, anche, certo. Ma sono anche quelli che accudiscono i nostri corpi indigeni, chi assistendoci, chi prostituendosi. Sono clandestini, ma sono gli stessi clandestini ricercati come l'oro dalla libera imprenditoria italiana, che si guarda bene dal pagari allo stesso modo. Il nemico adesso è un infimo uomo di fango, somiglia a lui il nemico, ed è questa - come scrive il vecchio Sofri - "la verità che covava sotto le ceneri ipocrite della indignazione contro i grandi corrotti e della compassione retorica per i poveracci". Intanto la città di sotto scappa e si nasconde, la città di sopra non abbassa mai lo sguardo, non ne ha tempo, non ne ha voglia. Ogni tanto qualcosa riemerge, come un grumo di cibo mai digerito. Nichita, un capotribù nella città di latta sulle sponde dell'Aniene, dice all'invitato di Repubblica D'Avanzo che va a fare un pezzo il giorno dopo la tragedia: "Un popolo è come una mano. Ognuno è diverso dall'altro. Perché non volete capirlo? Proprio voi dovreste capirlo. Per alcuni, siete tutti mafiosi. Io so che non è vero, ma allora perché, per voi, può essere vero che tutti i romeni sono ladri e assassini e ubriaconi e violenti? Noi romeni siamo come cavalli che sono stati per anni chiusi in una stalla al buio. Poi hanno aperto le porte della stalla e il sole, la luce, l'aria, la libertà ci hanno intontito e turbato. C'è chi quella libertà vuole respirarla a pieni polmoni e corre, corre, corre approfittando degli spazi liberi pensando che la vita che vuole regalare ai figli deve essere diversa da quella che lo ha imprigionato per anni e ci sono altri che non sanno che farsene di quella libertà. Quella libertà non li rende felici. Al contrario, li riempie di rancore. Li fa rabbiosi e pazzi come cani e mordono chiunque li avvicini. Perché volete confondere me, la mia famiglia, con quei cani?". C'è sempre un ennesimo patto o pacchetto "per la sicurezza" a cui affidare un'altra manciata di governabilità e un po' di baracche fetide da spazzar via. Ma che ne sappiamo, noi che beviamo e ridiamo nella movida trasteverina, coi turisti biondi e lattei, che ne sappiamo noi di quello che c'è sugli argini del fiume, baracche e sagome e fuggiaschi, puzza di piscio e qualche lattina vuota che vola dal ponte di sopra. Che ne sanno i politici in gita sui luoghi del delitto delle strade buie, dell'odore fradicio di terra bagnata. Proviamo a far finta di nulla ma si sa, stiamo sempre più gomito a gomito, fianco a fianco: i sazi e gli affamati, i signori e i miserabili, i soccoritori e gli azzannatori, gli uomini e i topi. Può darsi che ora sia tardi. In troppi sbagliano e non pagano, delinquono e tirano avanti, d'altronde pure la paura può far comodo, nella città di sopra.