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12.10.07
Si parte democratici e non si sa dove si arriva Si fa presto a dire nuovo. In una domenica d'autunno, come dicono i depliant pubblicitari color zafferano, delle primarie all'italiana consacreranno il leader di un partito dal nome tradizionale, Democratico, e dalla genesi incomprensibile. Un giornalista tenta di spiegarlo così a un suo amico straniero: "C'è una coalizione che ha vinto le elezioni con un candidato designato, poi al suo interno i due principali partiti si sono uniti e hanno chiesto la nomina per voto di un altro leader, in vista delle elezioni che dovrebbero essere nel 2011, ma praticamente siamo già nel 2008, e dal 2010 siamo in campagna elettorale, ma magari il governo cade domani, già oggi è parecchio impopolare nei sondaggi, quindi...". Quindi? Quindi è difficile capirci qualcosa. Certo, Veltroni - che sicuramente domenica trionferà alle primarie - ha l'aria di rappresentare una chance importante per il centrosinistra, mentre seduce a destra e a manca. Poi la Bindi che ormai non le manda a dire, e s'è fatta pure un caschetto di capelli e "non sembra più una zitellona" come le dicono in tv, e per giunta pare più quella più a sinistra di tutti (ma si sa che i cattocomunisti sono una micidiale razza a parte). Poi Letta, così preciso e così insistente nel dire che questo Paese ha smesso di fare figli, uno che "sa come si pesca ma non è abituato a stare in acqua" come dicono gli amici di Ops nella loro ricerca. Ma quello che sta per nascere è un partito senza confini né statuto, senza passato e con quale futuro? Viviamo in un fragente della storia nel quale nessuno è autorizzato a pretendere la benché minima forma di entusiasmo, di calda partecipazione, di euforia rispetto a ciò che si annuncia di "nuovo" e di "grande". E si sa che l'attuale esperienza di governo di centrosinistra vive al di sotto del minimo sindacale consentito di soddisfazione. E non c'è bisogno d'avere come obiettivo l'instaurazione del comunismo libertario, l'emancipazione degli oppressi e la doverosa proclamazione dell'amore libero, per sostenere questa opinione. Basta solo guardarsi intorno: il mondo cambia e si muove, l'Italia è sempre più cupa e rassegnata. Forse oggi appartenere a un partito, o votarlo, non è più il fine, ma solamente un mezzo della vita democratica. "I grandi partiti dei regimi maggioritari e bipolari non sono infatti quella cosa di appartenenza e identità militante a cui è abituata la nostra vecchia politica, ma dei contenitori di idee, sensazioni e intenzioni molto diverse tra loro" ha scritto Luca Sofri su Micromega. E allora questo Pd cos'è? Una sorta di matrimonio di interesse? Ma i matrimoni non riescono quando c'è l'amore, figuriamoci quando nemmeno questo è in sufficiente quantità. Questi sembrano già una famigliaccia litigiosa. Cerco delle idee chiare sulla laicità o sul lavoro o sui servizi pubblici e non ne trovo ancora. Vedo molte liste per le primarie e mi sembrano soprattutto una stabilizzazione del precariato politico locale. Che si votassero da soli, dico. Vedo dei miei amici candidati, e motivati, e giovani, vedo anche il gruppo dei "Mille" nelle liste di Veltroni, e penso invece che si, se si apre uno spazio nuovo bisogna esserci, e provare a buttarci un soldo di speranza per costruirlo un po' meglio, per cambiarne qualche faccia. Tipo quei tre giovani candidati incontrati ieri sera. Una veltroniana consigliere di municipio, una dottoressa bindiana, un occhialuto docente lettiano. Avevano quasi somatizzato la postura dei loro candidati di riferimento. "Certo, io c'ho 'na testa mia, ce la dovevo ave' tutti una testa, pure io vorrei farci un paio di domande a Walter" ha detto la veltroniana. Ci vorrebbe un pizzico in più di entusiasmo di fronte a una novità storica di questo tipo. Fermiamoci a pensare: l'assemblea costituente e il leader di un nuovo partito di massa eletti direttamente dai cittadini interessati. "E' un'occasione che possiamo solo perdere, tutti" dice Veltroni. E si che noi ce ne intendiamo di occasioni perdute. E di voti sprecati. Pure i liceali, così giovani e così svegli, già se ne intendono. L'altro giorno il regista Ettore Scola, classe 1931, davanti al Tasso, cercava di parlare, di spiegare agli studenti l'importanza del voto a sedici anni e loro, imbarazzati, si guardavano intorno. "Ah, è arrivata la mia ragazza, vado". "Ci sono i Simpson, vado". "C'è mia mamma a casa, vado". Lo ammetto, sono confuso. Se passo davanti a un seggio aperto, saluterò tutti e porterò i miei migliori auguri ai presenti, ai candidati e a quelli che avrebbero voluto esserlo, ai convinti e ai forzati, a chi cerca un lavoro nel partito e a chi manco lo pagano. A sto' punto finisce pure che li voto. Ma senza fidarmi.
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