LUDIK
all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio


[ homepage ] . [ parole ] . [ immagini ] . [ links ] . [ ] . [ @ ]


sito Ludik web

powered by FreeFind


[ about me ]
[ gaeta ] . [ tmo ]
[ appunti tumblr ]


:: Post precedenti ::

Chimica dei sentimenti
E' rimasto solo W.
Occasioni perdute
Democratic Party
L'amore ai tempi del Demanio
Arcobaleni che bruciano
Paris, o cara
Fare l'americano
Vincitore morale
Spaghetti, Capitani e Americani


:: Archivio ::





This page is powered by Blogger. Isn't yours?






4.7.07
 
Garibaldi s’è ferito

capreraL’altra sera una cena nelle campagne gaetane finiva con un’acerrima divisione della tavolata (peraltro di bassa età media) tra sudisti e nordisti. Oppure filo-borbonici e filo-piemontesi. Oppure garibaldini e briganti. Fate voi. Gli uni a dire che la rispettabile potenza mediterranea delle Due Sicilie fu fatta fuori con un colpo di mano liberista, che provocò rovine e miserie nelle popolazione meridionali, trattate come selvaggi da conquistare in punta di fucile. Gli altri a ribadire che non poteva essere più rimandato il tempo di imporre gli ideali liberali, rendendo la nazione italiana unita e affrancata dalle dominazioni straniere e papiste. Ora. Per una parte della storiografia sempre più vasta è difficile negare che gli anni del benemerito Risorgimento, visti dal Sud, furono anni di repressione, di sopraffazione, di stragi di Stato, di guerra civile. La concezione dello Stato come corpo estraneo, il grande Meridione di sudditi infidi e carte false vengono anche da lì. L’eterna tentazione italiana delle repressione e dello stato d’emergenza e del complotto, anche quelle vengono da lì. "Come se non si dovesse parlare male di Garibaldi, come si diceva quando ero bambino" raccontava Vittorio Foa. Eppure il "mannaggia a Garibaldi" risuonava nelle nostra antiche campagne già meridionali, come l’imprecazione verso un eroe malsopportato. I toponomastici gaetani perfidamente intitolarono, un secolo fa, all’eroe Garibaldi la via che portava al cimitero. Nella "fedelissima" fortezza decaduta è ancora consentito fare notte fonda a discutere se l’Unità d’Italia fu un’inevitabile chiavica o una barcollante impresa. I vecchi spalti di Monte Orlando, ora tristemente divorati dalle erbacce, ancora conservano memoria della giovane regina Sofia che passava le lunghe giornate dell’assedio del 1861 a incoraggiare gli artiglieri, curare i soldati feriti, spesso traditi dai loro stessi generali, salutare i civili devastati dalle bombe e dalle epidemie, e pure a fare le corna alle truppe piemontesi stipate dall’altra parte del Golfo. Mentre dal cielo di questa Italia così faticosa da unificare piovevano migliaia di bombe e proiettili. Come in una bella canzone di Vecchioni, "i nostri figli andranno per il mondo, e non verrano i piemontesi ad assalire Gaeta". Garibaldi si fermò prima dell’assedio gaetano, da rivoluzionario obbediente al Re. E arrivò consapevole alla morte: con la sensazione di essere già un sopravvissuto, trasformato in statua, seppellito e riesumato a ogni cambio di stagione, indossato come la maschera di un attore senz’anima. Ma si deve avere memoria di queste terre, della sostanza di cui si è fatti e dell’aria che si è respirato, per consentirsi la libertà di pensare a certi sconfitti della storia come degli eroi. Fosse la prima delle regine, uno qualunque dei soldati, o l’ultimo dei cuochi di truppa. Oppure uno di quei briganti, c’è chi dice fossero banditi, e chi in cuor suo sa che furono partigiani. In uno dei tanti posti dove, come cantava De Gregori col suo Cuoco di Salò, "qui si fa l’Italia e si muore". Nazione troppo giovane, troppo piena di tanti vuoti da riempire.