Supereroi temporali
La mia Batgirl preferita passa le vacanze a Benevento, e chissà se ha incontrato il demonio in piazza. Secondo i politicanti della destra cattolica il demonio è apparso agli inizi di novembre, e fa udire il suo lamento sul viale del tramonto, sotto Santa Sofia. Sovrasta il corso principale, come un supereroe di un pianeta oscuro, interrompendo l'architettura monumentale della torre e il passeggio tranquillo e natalizio degli umili e dei credenti. L’hanno piazzato lì, tra le guglie, i post-comunisti che credono di amministrare la provincia con l’avanguardia. "I diessini vedono nell'uomo pipistrello soltanto Batman. La Margherita vede e non vede. Sta zitta, non sa. L'Udeur? Assiste terrorizzata", annota il cronista. Persino il monsignore si è messo a citare Kirkeegard nel mezzo dell’omelia: "Tremate o naviganti tra le tempeste del mare, perché il capitano è assente e la nave è in mano ai cuochi di bordo". Il ministro Mastella, devotamente presente, ha fatto uno scatto con il corpo perché si è sentito, come dire?, per un attimo cuoco. Batman sta lì, avvolto dalle ombre, il pipistrello acrobata assorbe le curve luciferine, mantiene lo sguardo puntato su chi passa, due puntigli che sembrano corna, le braccia aperte in un abbraccio che invita a unirti alla più lugubre delle tentazioni. E una ferita, così pare, sul costato. Batman è un gendarme che ti afferra l’anima sotto il campanile sannita, se solo ti attardi in mezzo alla via, quando le luminarie si afflosciano. Vieni carina, dai chiudi gli occhi, vieni più vicina. Forse Batman è una strega reincarnata in altro sesso. Permette signorina? Bargirl, ti prego, non cedere. Passo svelto e capo chino, scuoti la testa come in un bolero ma non guardarlo negli occhi per favor. Non mischiare Nietzche con la Marvel. I supereroi, per caso, credono in dio? Il sindaco l’ha chiesto al presidente della Provincia: "Rimuovi il manufatto". E quell’altro, scandalizzato dallo scandalo: "Ma non vedi che è Batman?". Nella vita ridotta a fumetto sono i pensieri a forma di nuvola a insidiare le rette trame. Eppure, senza avvertire né peso né imbarazzo, basterà uno sguardo fisso, alla luce lunare di un anno che muore, per cedere alla tentazione del futuro a cui nessuno crede più. Solo uno sguardo, che sarà.
29.12.06
25.12.06
Brindisi sconosciuti
Brindisi sconosciuti
Avevo voglia di tornare a casa tardi, la notte di Natale. Ora sono al buio e ho lo stomaco pieno. Si sente cantare e soffiare qualche vapore lontano. L’orologio batte il primo rintocco di mezzanotte. I signori e le signore imperturbabili, agghindati della loro comunale onorabilità, si affrettano a inginocchiarsi nelle chiese, di fronte al dio sceso in terra. Che poi fossi un dio non scenderei mai e poi mai in terra, forse starei altrettanto bene dove mi trovo. Nel dubbio, ascolto una predica sul valore della tenerezza e poi scappo fuori. Sulla piazza il vento si porterebbe via tutte le luci, le spingerebbe fino a galleggiare sul mare vicino, verso orienti ignoti. Alla tivù di paese Masaniello dice alla cittadinanza che a Natale non ci si deve scannare con quelli del paese vicino, in fondo è solo un lungomare che ci separa, anche noi siamo come loro. Al bar sto chino su un bicchiere di birra, sazio ma non brillo. Le chiacchiere mi girano intorno, colgo parole sparse tra cui "domani", "perizoma", "speranza" e "finale". Giganteschi figuri a maniche corte cantano che è nato ‘nu criaturo, nero nero. Spose vestite da babbo natale si scambiano regalini sexy. Mi guardo intorno accennando saluti. Quando torno nei luoghi dei natali, quelli miei, mi tengo sempre un passo indietro. Mi muovo come un’anguilla nella sabbia. Come se il mio tempo si mettesse seduto, a mettere i numeri in colonna. "Certo – com’era quella canzone – perché non gioco mai a viso aperto, tremendo il mio rapporto con il sesso, che fesso, rido facendo del mio riso vile nido". Mi è sembrato di sentire qualcuno sussurrare all’orecchio: "Che regalo vuoi?". Mi è sembrato di sentire rispondere: "Vorrei un’altra vita". Panta rei baby, non dimenticarlo mai. Le persone vanno e vengono. Brindo a sconosciute fortune nel mezzo della piazza. Se fosse giorno si vedrebbe che mare c'è. L’ultimo biglietto di auguri, prima di cena, diceva: "Buone (se la bontà fa parte del tuo sistema di valori) feste (se le accetti e riconosci)".
Avevo voglia di tornare a casa tardi, la notte di Natale. Ora sono al buio e ho lo stomaco pieno. Si sente cantare e soffiare qualche vapore lontano. L’orologio batte il primo rintocco di mezzanotte. I signori e le signore imperturbabili, agghindati della loro comunale onorabilità, si affrettano a inginocchiarsi nelle chiese, di fronte al dio sceso in terra. Che poi fossi un dio non scenderei mai e poi mai in terra, forse starei altrettanto bene dove mi trovo. Nel dubbio, ascolto una predica sul valore della tenerezza e poi scappo fuori. Sulla piazza il vento si porterebbe via tutte le luci, le spingerebbe fino a galleggiare sul mare vicino, verso orienti ignoti. Alla tivù di paese Masaniello dice alla cittadinanza che a Natale non ci si deve scannare con quelli del paese vicino, in fondo è solo un lungomare che ci separa, anche noi siamo come loro. Al bar sto chino su un bicchiere di birra, sazio ma non brillo. Le chiacchiere mi girano intorno, colgo parole sparse tra cui "domani", "perizoma", "speranza" e "finale". Giganteschi figuri a maniche corte cantano che è nato ‘nu criaturo, nero nero. Spose vestite da babbo natale si scambiano regalini sexy. Mi guardo intorno accennando saluti. Quando torno nei luoghi dei natali, quelli miei, mi tengo sempre un passo indietro. Mi muovo come un’anguilla nella sabbia. Come se il mio tempo si mettesse seduto, a mettere i numeri in colonna. "Certo – com’era quella canzone – perché non gioco mai a viso aperto, tremendo il mio rapporto con il sesso, che fesso, rido facendo del mio riso vile nido". Mi è sembrato di sentire qualcuno sussurrare all’orecchio: "Che regalo vuoi?". Mi è sembrato di sentire rispondere: "Vorrei un’altra vita". Panta rei baby, non dimenticarlo mai. Le persone vanno e vengono. Brindo a sconosciute fortune nel mezzo della piazza. Se fosse giorno si vedrebbe che mare c'è. L’ultimo biglietto di auguri, prima di cena, diceva: "Buone (se la bontà fa parte del tuo sistema di valori) feste (se le accetti e riconosci)".
21.12.06
Dove abbiamo nascosto le chiavi
Dove abbiamo nascosto le chiavi
"Quando l’amore / L’amore ci separerà ancora / Le catene di pensiero sottile / Che ci imprigionano / Tenderanno fino a straziare / Le nostre articolazioni antiche / Fino a farci vomitare odio e dolore... / Ma io non ho mai tentato la fuga / Non ti ho mai aiutato a sfuggire... / Nell’aprirsi della carne viva intorno ai polsi / Abbasso lo sguardo / Cupo di vergogna / Velato di rimorso / Per le idee rimaste larve / Nella corteccia spessa / Per le parole mute / Dei discorsi mai pronunciati / Per le azioni abortite / Senza neanche un fiore sul comodino / E il perché di tutto questo / è chiuso nell’abisso che è in me... / guarda avanti e cammina / dietro di te le città si cristallizzano in sale / ma tu guarda avanti e cammina / non lo chiedo per te / ma che senso ha il rimbiancare muri marci? / Scegliere la tonalità più appropriata di colore / Su questo sfacelo di logorante umidità? / Le ossa dolgono ad ogni strattone / Le chiavi... Dove abbiamo nascosto le chiavi di queste manette? / Che gioco è stato il nostro? / Fino a che punto ci siamo entrati da non riuscirne più a venir fuori? / Ma in un gioco di specchi tu sfumi nel mio ruolo / Ed io mi ritrovo / Come in un incubo perfetto / A lottare con me per liberarmi di me stesso... / E urlo e sudo / E muoio / Mentre grido / E invoco... / Guarda avanti e cammina / dietro di te le città si cristallizzano in sale / ma tu guarda avanti e cammina / Cammina". (Piergiorgio Welby, 1945 - 2006, un poeta che lottava per il diritto di morire quando si vuole, dal forum di radicali.it).
"Quando l’amore / L’amore ci separerà ancora / Le catene di pensiero sottile / Che ci imprigionano / Tenderanno fino a straziare / Le nostre articolazioni antiche / Fino a farci vomitare odio e dolore... / Ma io non ho mai tentato la fuga / Non ti ho mai aiutato a sfuggire... / Nell’aprirsi della carne viva intorno ai polsi / Abbasso lo sguardo / Cupo di vergogna / Velato di rimorso / Per le idee rimaste larve / Nella corteccia spessa / Per le parole mute / Dei discorsi mai pronunciati / Per le azioni abortite / Senza neanche un fiore sul comodino / E il perché di tutto questo / è chiuso nell’abisso che è in me... / guarda avanti e cammina / dietro di te le città si cristallizzano in sale / ma tu guarda avanti e cammina / non lo chiedo per te / ma che senso ha il rimbiancare muri marci? / Scegliere la tonalità più appropriata di colore / Su questo sfacelo di logorante umidità? / Le ossa dolgono ad ogni strattone / Le chiavi... Dove abbiamo nascosto le chiavi di queste manette? / Che gioco è stato il nostro? / Fino a che punto ci siamo entrati da non riuscirne più a venir fuori? / Ma in un gioco di specchi tu sfumi nel mio ruolo / Ed io mi ritrovo / Come in un incubo perfetto / A lottare con me per liberarmi di me stesso... / E urlo e sudo / E muoio / Mentre grido / E invoco... / Guarda avanti e cammina / dietro di te le città si cristallizzano in sale / ma tu guarda avanti e cammina / Cammina". (Piergiorgio Welby, 1945 - 2006, un poeta che lottava per il diritto di morire quando si vuole, dal forum di radicali.it).
20.12.06
You, dici a me?
You, dici a me?
Lo specchio deve essersi davvero frantumato, come i freddi analisti delle dinamiche sociali vanno urlando ai quattro venti. Perfino io, in un pomeriggio lampeggiante, metto davanti agli occhi la copertina del Time e mi vedo in un riflesso deformato nella persona dell'anno. "You". Che sarebbe Tu o che sarebbe Voi? Dunque io. Dici a me? La riflessione si perde nel pulviscolo molecolare, tra i fili sottili stesi tra i nostri orticelli. Immensamente più forte delle ideologie, dei dittatori, degli interessi, delle atomiche, delle tecnocivetterie. Almeno così vorrebbero farci credere. Scrive Leonardo: "Lo ammetto, mi imbarazza un po’. Io mi considero un uomo a tutto tondo, sapete. Non passo mica tutto il giorno davanti a uno schermo, io. Vivo in mezzo alla gente. E ok, capisco, tutto l’inviluppo dei miei rapporti umani sulla copertina di Time non ci stava, ma fotografarmi così, proprio nella situazione di massima solitudine". Forse, nel marasma collettivo, quelli del prestigioso settimanale si sono arresi e hanno sancito di non aver trovato uno straccio di uomo o donna simbolo per il 2006 del pianeta. Affidando il riconoscimento al mondo intero. Milioni di esseri umani, miliardi di universi paralleli, traettorie volanti che scavano sentieri, esseri umani che mettono le branchie, una polvere di stelle senza ritegno. Uno schermo riflettente come simbolo dei tempi. C'è una second life qui, mentre fuori le stagioni impazziscono e gli uccelli migratori perdono la bussola. Non si tratta di spostamenti di truppe, bellicosi cambi di regime, figli che uccidono di padri. Forse si tratta di mutanti, che sostituiscono un paesaggio a un altro e lì fondano il loro habitat. Come Baricco intuiva nei suoi recenti articoli: "Forse è un momento di quelli. E quelli che chiamiamo barbari sono un specie nuova, che ha le branchie dietro alle orecchie e ha deciso di vivere sott'acqua. Ovvio che da fuori, noi, coi nostri polmoncini, ne caviamo l'impressione di un'apocallise imminente. Dove quelli respirano, noi moriamo". Però prima si marciava compatti, tutti in piedi, con la fronte al vento. E' strano sentirsi rivoluzionari mentre si sta su una sedia, alla luce del neon. Ma adesso che ci penso, tra un paio di settimane sarò l’Uomo dell’Anno Scorso.
Lo specchio deve essersi davvero frantumato, come i freddi analisti delle dinamiche sociali vanno urlando ai quattro venti. Perfino io, in un pomeriggio lampeggiante, metto davanti agli occhi la copertina del Time e mi vedo in un riflesso deformato nella persona dell'anno. "You". Che sarebbe Tu o che sarebbe Voi? Dunque io. Dici a me? La riflessione si perde nel pulviscolo molecolare, tra i fili sottili stesi tra i nostri orticelli. Immensamente più forte delle ideologie, dei dittatori, degli interessi, delle atomiche, delle tecnocivetterie. Almeno così vorrebbero farci credere. Scrive Leonardo: "Lo ammetto, mi imbarazza un po’. Io mi considero un uomo a tutto tondo, sapete. Non passo mica tutto il giorno davanti a uno schermo, io. Vivo in mezzo alla gente. E ok, capisco, tutto l’inviluppo dei miei rapporti umani sulla copertina di Time non ci stava, ma fotografarmi così, proprio nella situazione di massima solitudine". Forse, nel marasma collettivo, quelli del prestigioso settimanale si sono arresi e hanno sancito di non aver trovato uno straccio di uomo o donna simbolo per il 2006 del pianeta. Affidando il riconoscimento al mondo intero. Milioni di esseri umani, miliardi di universi paralleli, traettorie volanti che scavano sentieri, esseri umani che mettono le branchie, una polvere di stelle senza ritegno. Uno schermo riflettente come simbolo dei tempi. C'è una second life qui, mentre fuori le stagioni impazziscono e gli uccelli migratori perdono la bussola. Non si tratta di spostamenti di truppe, bellicosi cambi di regime, figli che uccidono di padri. Forse si tratta di mutanti, che sostituiscono un paesaggio a un altro e lì fondano il loro habitat. Come Baricco intuiva nei suoi recenti articoli: "Forse è un momento di quelli. E quelli che chiamiamo barbari sono un specie nuova, che ha le branchie dietro alle orecchie e ha deciso di vivere sott'acqua. Ovvio che da fuori, noi, coi nostri polmoncini, ne caviamo l'impressione di un'apocallise imminente. Dove quelli respirano, noi moriamo". Però prima si marciava compatti, tutti in piedi, con la fronte al vento. E' strano sentirsi rivoluzionari mentre si sta su una sedia, alla luce del neon. Ma adesso che ci penso, tra un paio di settimane sarò l’Uomo dell’Anno Scorso.
19.12.06
Shortbus
Shortbus
Ogni scandalo è una scorciatoia verso la disperazione quasi universale. Nel film Shortbus, ambientato in un promiscuo locale newyorkese, a un certo punto un ex giovanotto, con la tristezza che segue a un'orgia, ricorda i beati momenti in cui voleva cambiare il mondo: "Ora cerco solo di lasciare la stanza con dignità". Il cuoco invece, furioso perché alle festa nessuno ha fatto onore al suo buffet, scuote la testa guardando gli ospiti e se ne esce con la frase: "Succhiano cazzi, e poi dicono di essere vegetariani". Poi uno schizzo di sperma su un quadro di Pollock rende giustizia agli estenuanti dibattiti sul determinismo umano nell'arte astratta.
Ogni scandalo è una scorciatoia verso la disperazione quasi universale. Nel film Shortbus, ambientato in un promiscuo locale newyorkese, a un certo punto un ex giovanotto, con la tristezza che segue a un'orgia, ricorda i beati momenti in cui voleva cambiare il mondo: "Ora cerco solo di lasciare la stanza con dignità". Il cuoco invece, furioso perché alle festa nessuno ha fatto onore al suo buffet, scuote la testa guardando gli ospiti e se ne esce con la frase: "Succhiano cazzi, e poi dicono di essere vegetariani". Poi uno schizzo di sperma su un quadro di Pollock rende giustizia agli estenuanti dibattiti sul determinismo umano nell'arte astratta.
16.12.06
Buio verticale
Buio verticale
Un sabato, prima dell’alba, attraversavo munito di un sorriso artificale il cortile di una condominio razionalista. Uscivo da una di quelle feste di festeggiati sconosciuti. Le rampe illuminate, di una luce fioca e sinistra, di una specie di abbandono generale, mi surclassavano dall’alto senza compassione. Mille finestre come mille occhi tra le torri miravano alla mia testa. Nessuna carrellata cinematografica di giornate parcolari, proprio lì, sarebbe servita a riunire i frammenti della storia e delle masse. La verticalità della visione era sottolineata dalle grandi fughe vetrate delle scale, come torri, grattacieli svettanti di una città spaziale, ben poco romana. Fradicio di conoscenze interrotte cercavo un passaggio per tornare a casa. Non c’è nulla che possa essere consumato nell’ovvietà. Sull’asfalto del secondo cortile c’era una scritta di vernice bianca che urlava un indefinito amore. Fatta per essere vista dall’alto, da tutti quegli occhi infiniti. "Affogando per respirare, sezionando la notte e il cuore". Solo sui pianerottoli vetrati la vertigine si capovolgeva, come un bombardiere trasparente, a picco sulla città. "E’ un quartiere tranquillo – dice un poeta del Nomentano - in cui la gente ha l’aria di dover difendere qualcosa, e questo non è bello, però ci sono delle ragazze che hanno dei begli occhi". Il futuro aspetta nascosto dietro qualche portone. Da qualche parte sotto la terra lastricata ci devono essere ancora catacombe. Forse servirebbe una corte penale che giudichi, uno a uno, l’intera umanità.
Un sabato, prima dell’alba, attraversavo munito di un sorriso artificale il cortile di una condominio razionalista. Uscivo da una di quelle feste di festeggiati sconosciuti. Le rampe illuminate, di una luce fioca e sinistra, di una specie di abbandono generale, mi surclassavano dall’alto senza compassione. Mille finestre come mille occhi tra le torri miravano alla mia testa. Nessuna carrellata cinematografica di giornate parcolari, proprio lì, sarebbe servita a riunire i frammenti della storia e delle masse. La verticalità della visione era sottolineata dalle grandi fughe vetrate delle scale, come torri, grattacieli svettanti di una città spaziale, ben poco romana. Fradicio di conoscenze interrotte cercavo un passaggio per tornare a casa. Non c’è nulla che possa essere consumato nell’ovvietà. Sull’asfalto del secondo cortile c’era una scritta di vernice bianca che urlava un indefinito amore. Fatta per essere vista dall’alto, da tutti quegli occhi infiniti. "Affogando per respirare, sezionando la notte e il cuore". Solo sui pianerottoli vetrati la vertigine si capovolgeva, come un bombardiere trasparente, a picco sulla città. "E’ un quartiere tranquillo – dice un poeta del Nomentano - in cui la gente ha l’aria di dover difendere qualcosa, e questo non è bello, però ci sono delle ragazze che hanno dei begli occhi". Il futuro aspetta nascosto dietro qualche portone. Da qualche parte sotto la terra lastricata ci devono essere ancora catacombe. Forse servirebbe una corte penale che giudichi, uno a uno, l’intera umanità.
12.12.06
Coppie certe
Coppie certe
Michele Serra, su Repubblica di domenica. "Poveri cattolici conservatori, terrorizzati dall´idea che qualche timida concessione statale alle coppie irregolari e alle coppie gay (regolarissime, in genere) possa mettere a repentaglio la loro Sacra Famiglia Tradizionale. Devono avere ben poca fiducia nei loro sacramenti, nel loro dio, nel loro amore, nei loro mariti e nelle loro mogli, per reagire con tanta piccineria e iracondia al bisogno di legge e di rispetto di chi non è come loro, non vive come loro, non ama come loro. Il rispetto degli altri è sempre direttamente proporzionale alla fiducia in se stessi. Evidentemente non hanno molte certezze sulla propria morale, questi tremebondi tutori della tradizione. Se non odiano gli omosessuali come i giovinastri rapati che ululano contro i "culattoni" inalberando le loro croci celtiche, e al riparo delle piazze "liberali" che li ospitano, è solo perché trovano più socialmente conveniente provare pena, e oggettivo disprezzo. Ma è la loro, non quella dei fascisti, la discriminazione più pesante e più violenta. È quella dei conformisti spaventati, insicuri dei loro sentimenti, sgomenti di fronte all´eros che scompagina la vita, chiusi a riccio attorno a un disamore che nessun dio vorrebbe mai ospitare nella propria casa, che è senza porte e senza inferriate".
Michele Serra, su Repubblica di domenica. "Poveri cattolici conservatori, terrorizzati dall´idea che qualche timida concessione statale alle coppie irregolari e alle coppie gay (regolarissime, in genere) possa mettere a repentaglio la loro Sacra Famiglia Tradizionale. Devono avere ben poca fiducia nei loro sacramenti, nel loro dio, nel loro amore, nei loro mariti e nelle loro mogli, per reagire con tanta piccineria e iracondia al bisogno di legge e di rispetto di chi non è come loro, non vive come loro, non ama come loro. Il rispetto degli altri è sempre direttamente proporzionale alla fiducia in se stessi. Evidentemente non hanno molte certezze sulla propria morale, questi tremebondi tutori della tradizione. Se non odiano gli omosessuali come i giovinastri rapati che ululano contro i "culattoni" inalberando le loro croci celtiche, e al riparo delle piazze "liberali" che li ospitano, è solo perché trovano più socialmente conveniente provare pena, e oggettivo disprezzo. Ma è la loro, non quella dei fascisti, la discriminazione più pesante e più violenta. È quella dei conformisti spaventati, insicuri dei loro sentimenti, sgomenti di fronte all´eros che scompagina la vita, chiusi a riccio attorno a un disamore che nessun dio vorrebbe mai ospitare nella propria casa, che è senza porte e senza inferriate".
11.12.06
Golpear el golpe
Golpear el golpe
Molto vecchio e senza un anno di galera. Molto vecchio e senza un colpo di pistola. Ah, quegli occhiali neri. Ci scoliamo un bicchiere di prosecco e ridiventiamo allegri. Possiamo rallegrarci solo per un paio d'ore? Il tempo di una partita d'inverno alla radio, il tempo che ci mette a morire l'assassino, quello che negli stadi li riempiva di prigionieri. "Il Sudamerica non è Chiasso" scrive Bordone, e le cose non sarebbero potute andare che così. Per poi continuare a prendersela col destino cinico e baro, o con l'ignavia, o con i giochi della diplomazia, o con il centrocampo che funziona sempre a metà. Interi consessi di signore leopardate e distinti generali, giovani incravattati e madonnine lacrimanti subivano trasformazioni repentine in men che non si dica, perdevano la testa, agitavano i pugni, invocavano guerre e plotoni: insomma, tiravano fuori l'anima vera. Quante passioni e quanti equivoci. Flauti andini e paranoie golpiste. Altro che mangiare "spaghetti in salsa cilena" come auspicava il vecchio Kissinger. Altro che tenersi pronti a "golpear el golpe" come dicevano i militanti rossi nei Settanta. In Ecce Bombo c'è una coppia che per togliersi di torno un'amica molesta mette in campo, tra le mille possibilità, la scusa invincibile di un concerto degli Inti Illimani. Rido. Pinochet è morto. Al terzo gol, che non vedo, mi alzo per andare a pisciare. Riacquisto lucidità e maledico il tempo che arriva sempre in ritardo.
Molto vecchio e senza un anno di galera. Molto vecchio e senza un colpo di pistola. Ah, quegli occhiali neri. Ci scoliamo un bicchiere di prosecco e ridiventiamo allegri. Possiamo rallegrarci solo per un paio d'ore? Il tempo di una partita d'inverno alla radio, il tempo che ci mette a morire l'assassino, quello che negli stadi li riempiva di prigionieri. "Il Sudamerica non è Chiasso" scrive Bordone, e le cose non sarebbero potute andare che così. Per poi continuare a prendersela col destino cinico e baro, o con l'ignavia, o con i giochi della diplomazia, o con il centrocampo che funziona sempre a metà. Interi consessi di signore leopardate e distinti generali, giovani incravattati e madonnine lacrimanti subivano trasformazioni repentine in men che non si dica, perdevano la testa, agitavano i pugni, invocavano guerre e plotoni: insomma, tiravano fuori l'anima vera. Quante passioni e quanti equivoci. Flauti andini e paranoie golpiste. Altro che mangiare "spaghetti in salsa cilena" come auspicava il vecchio Kissinger. Altro che tenersi pronti a "golpear el golpe" come dicevano i militanti rossi nei Settanta. In Ecce Bombo c'è una coppia che per togliersi di torno un'amica molesta mette in campo, tra le mille possibilità, la scusa invincibile di un concerto degli Inti Illimani. Rido. Pinochet è morto. Al terzo gol, che non vedo, mi alzo per andare a pisciare. Riacquisto lucidità e maledico il tempo che arriva sempre in ritardo.
9.12.06
Piccoli isolazionismi
Piccoli isolazionismi
"Prima di tornare a casa, di solito, mi fermo al supermercato a fare la spesa. Mentre mi aggiro come uno zombie tra il reparto frutta e verdura e il pane, valutando attentamente quale prodotto sarà in grado di colmare il vuoto e di risollevarmi l'umore sul finire della giornata, non scambio parola con anima viva ma non riesco a fare a meno di osservare le altre persone e cosa i cestini della spesa svelano di loro. C'è il vecchio che ha comprato solo confezioni di cibo per gatti. C'è la signora di mezza età col petto di pollo e un po' troppe bottiglie di Peroni. C'è la ragazza che pare campare solo con insalata, Vitasnella e Filadelfia Light. Ci sono gli studenti che questa sera banchetteranno con penne alle melanzane, lambrusco e saccottini. Poi c'è un tizio anonimo, con lo sguardo perso, che ha nel cestino più o meno le stesse cose che ho preso io. Alzo lo sguardo, e mi accorgo che sto guardando la mia immagine, riflessa sul vetro degli sportelli del reparto surgelati. Non sono diverso da loro". (inkiostro).
"Prima di tornare a casa, di solito, mi fermo al supermercato a fare la spesa. Mentre mi aggiro come uno zombie tra il reparto frutta e verdura e il pane, valutando attentamente quale prodotto sarà in grado di colmare il vuoto e di risollevarmi l'umore sul finire della giornata, non scambio parola con anima viva ma non riesco a fare a meno di osservare le altre persone e cosa i cestini della spesa svelano di loro. C'è il vecchio che ha comprato solo confezioni di cibo per gatti. C'è la signora di mezza età col petto di pollo e un po' troppe bottiglie di Peroni. C'è la ragazza che pare campare solo con insalata, Vitasnella e Filadelfia Light. Ci sono gli studenti che questa sera banchetteranno con penne alle melanzane, lambrusco e saccottini. Poi c'è un tizio anonimo, con lo sguardo perso, che ha nel cestino più o meno le stesse cose che ho preso io. Alzo lo sguardo, e mi accorgo che sto guardando la mia immagine, riflessa sul vetro degli sportelli del reparto surgelati. Non sono diverso da loro". (inkiostro).
7.12.06
Come gli spioni
Come gli spioni
Di solito a un certo punto succede qualcosa e il futuro non è più quello del giorno prima. Le mie attività psicofisiche, si tratti di una storia d'amore quanto di soffiarsi il naso, vorrebbero anche svegliarsi come ogni mattina ma hanno paura a farlo. Mando giù limonate romantiche tra superalcolici atomici. Aderisco all'idea relativista secondo cui il veleno non esiste, il veleno non è veleno, ma tutto dipende dalla dose e dal contesto. Come gli antibiotici, come gli analgesici. "In fondo, anche il seduttore è un avvelenatore, proprio come gli spioni russi". Perfino l'amore può svelenire o avvelenare. Si può mandarlo giù con la vodka o con il the. "Quel momento in mezzo fra sobrietà e ubriachezza". Intanto per le strade di città sono tutti coperti a casaccio, perché il gelo si fa sorprendere dal caldo e viceversa. I miei bacilli inquieti non sanno se congelarsi oppure figliare. Al lavoro ritaglio fogli di carta e li nascondo dietro gli schermi dei computer. Sotto il mantello della formalità, ogni persona rispettabile nasconde alcune ossessioni. Nei video di promozione aziendale sono quello che si gratta il naso, l'abbiamo anche rifatta una volta. Devi muoverti, è quando stai fermo che ti viene la febbre, mi dice il capo.
Di solito a un certo punto succede qualcosa e il futuro non è più quello del giorno prima. Le mie attività psicofisiche, si tratti di una storia d'amore quanto di soffiarsi il naso, vorrebbero anche svegliarsi come ogni mattina ma hanno paura a farlo. Mando giù limonate romantiche tra superalcolici atomici. Aderisco all'idea relativista secondo cui il veleno non esiste, il veleno non è veleno, ma tutto dipende dalla dose e dal contesto. Come gli antibiotici, come gli analgesici. "In fondo, anche il seduttore è un avvelenatore, proprio come gli spioni russi". Perfino l'amore può svelenire o avvelenare. Si può mandarlo giù con la vodka o con il the. "Quel momento in mezzo fra sobrietà e ubriachezza". Intanto per le strade di città sono tutti coperti a casaccio, perché il gelo si fa sorprendere dal caldo e viceversa. I miei bacilli inquieti non sanno se congelarsi oppure figliare. Al lavoro ritaglio fogli di carta e li nascondo dietro gli schermi dei computer. Sotto il mantello della formalità, ogni persona rispettabile nasconde alcune ossessioni. Nei video di promozione aziendale sono quello che si gratta il naso, l'abbiamo anche rifatta una volta. Devi muoverti, è quando stai fermo che ti viene la febbre, mi dice il capo.
6.12.06
Cocci rotti e vecchie bottiglie
Cocci rotti e vecchie bottiglie
I cocci sono rotti, da tempo immemorabile ormai, e nessuno ha più voglia di pagarli. Pezzi di ceramica, pezzi di vetro, pezzi di carta, pezzi di cemento, pezzi di occhi che si guardano indietro. Fischietto mentre mi infilo nella strettoia di un cancello rotto della vecchia vetreria. Una fabbrica abbandonata nel mezzo della città, tra la spiaggia e il corso. Di fianco c’è la vecchia stazione, che corre lontano dalle case abitate, verso ponti e campagne coi suoi binari morti, seppelliti sotto il catrame delle cose dimenticate, dei viaggi rimandati e dei treni perduti. Su un pezzo di binario ora hanno aperto un piano bar, fanno dei karaoke stonati fino a notte fonda. (...) Eppure che strana questa città che esibisce con tanta noncuranza questo monumento alla sua incompiutezza, questo dente cariato nel mezzo del suo sorriso sbilenco. Le stanze abbandonate sono piene di vecchi cartellini, timbri scoloriti, nomi ingialliti di operai e impiegati. Scovo una rivista di quarant’anni fa dedicata alle mirabili e progressive sorti della tecnica e una brochure con tutte le indicazioni per fabbricare la bottiglia perfetta. Le piante si mangiano la sagoma dei palazzi, i ballatoi si perdono nell’edera. I capannoni sono scarnificati dall’amianto che li ricopriva, e quando ci cammino sotto sembra che la loro ossatura di ferro arruginito calzi a pennello sulla sagoma verde di Monte Orlando. Chissà come c’è finita, appoggiata a un muro decrepito, una bicicletta nuova, rosa. Ogni passo è una sinfonia di sogni marciti dalla salsedine e vecchie porte che sbattono. Avvoltolato nella sciarpa deliro quindi di abbattere palazzi e montarozzi, ciminiere e ferrovie, tutto giù per terra! Via, via, come un insediamento mediorientale in mezzo ai cannoni. Aria, aria, grido in faccia ai miei amici più ragionevoli che invece mi invitano a stare calmo, a non agitarmi troppo. Perché non conviene aspettarsi nulla di buono dal futuro, e allora stai sicuro che se mettono mano alla vetreria sicuramente ne verrà fuori qualcosa di peggio, persino di più brutto, guai a fidarsi al giorno d’oggi. Ma ormai non ci crede più nessuno. Quelli che vogliono resuscitare il cadavere della vetreria gaetana per far ricomiciare a correre lo sviluppo cittadino fanno sempre pensare a quel tizio, ve lo ricordate?, quello che andò a Portobello a spiegare che per fare sparire la nebbia in Val Padana bisognava spianare le Alpi. (leggi tutto)
I cocci sono rotti, da tempo immemorabile ormai, e nessuno ha più voglia di pagarli. Pezzi di ceramica, pezzi di vetro, pezzi di carta, pezzi di cemento, pezzi di occhi che si guardano indietro. Fischietto mentre mi infilo nella strettoia di un cancello rotto della vecchia vetreria. Una fabbrica abbandonata nel mezzo della città, tra la spiaggia e il corso. Di fianco c’è la vecchia stazione, che corre lontano dalle case abitate, verso ponti e campagne coi suoi binari morti, seppelliti sotto il catrame delle cose dimenticate, dei viaggi rimandati e dei treni perduti. Su un pezzo di binario ora hanno aperto un piano bar, fanno dei karaoke stonati fino a notte fonda. (...) Eppure che strana questa città che esibisce con tanta noncuranza questo monumento alla sua incompiutezza, questo dente cariato nel mezzo del suo sorriso sbilenco. Le stanze abbandonate sono piene di vecchi cartellini, timbri scoloriti, nomi ingialliti di operai e impiegati. Scovo una rivista di quarant’anni fa dedicata alle mirabili e progressive sorti della tecnica e una brochure con tutte le indicazioni per fabbricare la bottiglia perfetta. Le piante si mangiano la sagoma dei palazzi, i ballatoi si perdono nell’edera. I capannoni sono scarnificati dall’amianto che li ricopriva, e quando ci cammino sotto sembra che la loro ossatura di ferro arruginito calzi a pennello sulla sagoma verde di Monte Orlando. Chissà come c’è finita, appoggiata a un muro decrepito, una bicicletta nuova, rosa. Ogni passo è una sinfonia di sogni marciti dalla salsedine e vecchie porte che sbattono. Avvoltolato nella sciarpa deliro quindi di abbattere palazzi e montarozzi, ciminiere e ferrovie, tutto giù per terra! Via, via, come un insediamento mediorientale in mezzo ai cannoni. Aria, aria, grido in faccia ai miei amici più ragionevoli che invece mi invitano a stare calmo, a non agitarmi troppo. Perché non conviene aspettarsi nulla di buono dal futuro, e allora stai sicuro che se mettono mano alla vetreria sicuramente ne verrà fuori qualcosa di peggio, persino di più brutto, guai a fidarsi al giorno d’oggi. Ma ormai non ci crede più nessuno. Quelli che vogliono resuscitare il cadavere della vetreria gaetana per far ricomiciare a correre lo sviluppo cittadino fanno sempre pensare a quel tizio, ve lo ricordate?, quello che andò a Portobello a spiegare che per fare sparire la nebbia in Val Padana bisognava spianare le Alpi. (leggi tutto)
4.12.06
Se mi viene un altro colpo
Se mi viene un altro colpo
Passiamo sotto la ferrovia, ma i treni non li sentiamo più. In mezzo alla folla che allunga le braccia per agguantare l'aura dolciastra del potere, me ne sto fermo immobile accanto a un venditore di biglietti della lotteria nazionale, col suo baracchino. Sulla strada del ritorno, Mario avvista uno sprovveduto signore veneto di mezza età, soavemente avvolto in un tricolore forzaitaliota, dirigersi nel quartiere più rosso di Roma. Si sarà perso, pure lui. Rispondo a un messaggio della mia amica teocon: "Bella. Ma me l'aspettavo più chic". Il capo si tende verso il suo popolo e quasi rimpiange: se mi viene un altro colpo, non rianimatemi. Editorialisti illuminati si interrogano: come può un campione nichilista riuscire a fondare una religione? Siamo solo brava gente che vorrebbe passeggiare di sabato per botteghe e pasticcerie. Oppure siamo massa e potere secondo Canetti, una sorta di fortezza assediata, ma sempre assediata in senso duplice. "Essa ha il nemico dinanzi alle mura e ha il nemico in cantina".
Passiamo sotto la ferrovia, ma i treni non li sentiamo più. In mezzo alla folla che allunga le braccia per agguantare l'aura dolciastra del potere, me ne sto fermo immobile accanto a un venditore di biglietti della lotteria nazionale, col suo baracchino. Sulla strada del ritorno, Mario avvista uno sprovveduto signore veneto di mezza età, soavemente avvolto in un tricolore forzaitaliota, dirigersi nel quartiere più rosso di Roma. Si sarà perso, pure lui. Rispondo a un messaggio della mia amica teocon: "Bella. Ma me l'aspettavo più chic". Il capo si tende verso il suo popolo e quasi rimpiange: se mi viene un altro colpo, non rianimatemi. Editorialisti illuminati si interrogano: come può un campione nichilista riuscire a fondare una religione? Siamo solo brava gente che vorrebbe passeggiare di sabato per botteghe e pasticcerie. Oppure siamo massa e potere secondo Canetti, una sorta di fortezza assediata, ma sempre assediata in senso duplice. "Essa ha il nemico dinanzi alle mura e ha il nemico in cantina".
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