LUDIK
all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio


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7.11.06
 
La notte di Pasquale e Angelina

La nottata sarà molto lunga, in quei posti dove nascere comporta avere colpa. Dove un padre ti insegna a sparare, perché un uomo senza pistola e con la laurea è solo uno stronzo con la laurea, e un uomo senza laurea e con la pistola è solo uno stronzo con la pistola, mentre un uomo con la laurea e con la pistola, lui si, è un vero uomo. Dove i colpevoli hanno le stesse facce degli innocenti, si rifugiano dietro un’occhiata storta e non sai mai cos’hanno in tasca. Dove ogni affermazione è misura del dominio, potere sugli altri, unica benzina in grado di carburare la vita grama. Intanto arrivano sui giornali le notizie su Napoli, le emergenze della Campania, i racconti della Gomorra, le descrizioni analitiche del Sistema. E piovono sulle pagine come un kalashnikov che scrive sui muri, come forellini tutti uguali sulla superficie di una vetrina. Gomorra può uccidere, uccide, nel paese dove comandano i morti. Racconto di viscere, organi interni, sparpagliati e dilaniati dentro il corpo di Napoli. E non si sa cosa pensare. Napoli come "uno scarto" del Paese, come quel ragazzetto per bene con il coltello in tasca, non crede più in nulla e può indursi a credere in ogni cosa. Oppure Napoli come "il centro" del Paese, avanguardia sommersa dell’economia liberista, punta di potere della crescita e del Pil, modello cinese di noi stessi. Guappi da suburra che indossano la cravatta degli stakeholders. A volte l'impasto che ne viene fuori è denso, denso da soffocare, come la sabbia ficcata in bocca ad Antonio Magliulo legato su una sedia, sulla spiaggia di Castelvolturno, litorale domizio. C’è una storia, tra le tante raccontate nel libro di Roberto Saviano, che mi è rimasta impressa: quella di Pasquale. Una storia che spiega come i vestiti belli – quelli delle griffe prestigiose, dei grandi stilisti alfieri del made in Italy nel mondo – li fanno negli scantinati della provincia a nord di Napoli. Li fanno gli operai assunti in nero a seicento euro al mese, assunti da piccoli imprenditori costretti a tenere i prezzi bassi e la qualità alta, perché se no le griffe prestigiose si rivolgono all’Europa dell’est o alla Cina, e le griffe pretendono di essere pagate in anticipo, e di avere quei vestiti tutti e subito, e così ci si fa prestare i soldi dalla camorra, e tutto torna. Ad Arzano, nella provincia a nord di Napoli, ci sta un sarto che si chiama Pasquale ed è uno dei più bravi, dei più appassionati nel proprio lavoro, e infatti gli affidano i compiti più delicati. E una volta a Pasquale gli dicono che deve fare un vestito speciale, per una griffe prestigiosa che doveva prestarlo a una persona importante, un tailleur di raso bianco, bellissimo, e lui allora si mette a tagliare e cucire con tutta la bravura e la passione di cui è capace. E qualche tempo dopo sta nella cucina di casa sua con la moglie e i figli piccoli, all’ora di cena, accende la televisione e vede il telegiornale che parlava della notte degli Oscar. E lì, agli Oscar in America, c’era Angelina Jolie che portava il vestito suo, quello fatto da Pasquale, con le sue mani, forse è quello, si è proprio quello. Il massimo e il minimo, Los Angeles e Arzano, Angelina e Pasquale, milioni di dollari e seicento euro al mese, Hollywood e Gomorra. E Pasquale allora si è incazzato di una rabbia sorda e disperata, e ha deciso che non aveva senso essere il sarto di Angelina Jolie a seicento euro al mese, senza dirlo a nessuno, e si è messo a fare il camionista per la camorra. E la nottata sarà lunga. La nottata rischia di passare invano.