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20.7.06
Facciamo la pace Nella mia stanza conservo ancora una bandiera della pace, un po' scurita dai tempi e dalle arie fin qui respirate, forse già emancipata da molti impeti e passioni. La bandiera ha dentro di sè, almeno sul suo pezzo di stoffa, tutti i colori. Come l'arcobaleno. Così deve essere. Poi, nella vita del mondo e nello scorrere del tempo, le cose vanno diversamente. L'etica si compromette con la pratica. Si viene a patti con le situazioni, si scuriscono le bandiere, si ingarbugliano i destini. D'altronde non sono momenti facili: le persone si aggrappano a quello che hanno. Si attaccano come molluschi alle loro idee e alle loro indignazioni per non soccombere alla complessità del mondo, alla propria ininfluente impotenza. In fondo ci si sente stanchi: ai tempi di Belgrado avevo un po' di preoccupazione umanitaria ma ero in gita scolastica, ai tempi dell'ultima Baghdad ero prima in piazza a sventolare speranze e poi alla finestra a coltivare dubbi. Ma anche la stanchezza ha i suoi vantaggi: basta accettarla per quello che è, farne il proprio Piave, puntare i piedi e mantenere la posizione. Lessi una volta questa descrizione: da una parte gli arditi da salotto, dall'altra i Gandhi da televisione, e in mezzo una fantasia di cravatte dalle tinte moderate strette intorno al nulla. "Votare si sarebbe il tradimento di me stessa" dice una deputata di sinistra dall'animo bello, alla vigilia del voto sulla missione in Afghanistan. "Benvenuti nel nuovo disordine multipolare mondiale" commenta autorevolmente Garton Ash qualche colonna di giornale più in là. Quella bandiera arcobaleno, a cui tuttora sono affezionato, come a una cosa che a un certo punto della storia e della vita per molti di noi, forse per una bella fetta di una generazione, è valsa la pena impugnare, se ne sta lì. Ma sempre più spesso mi è sembrato di vedere questo pacifismo tanto sventolato diventare un umore ideologico, non più una fatica degli uomini. Eppure mi insegnarono che la pace è una risorsa da costruire, non uno slogan da declamare stentoreamente. Del resto me ne cominciai ad accorgere quando furono in tanti, in troppi, a venerare quello stupido slogan urlato nelle nostre sazie piazze d'occidente: "senza se e senza ma". E quindi: orrore per la contradditorietà del reale, massima salvaguardia per la propria purezza. Ostaggi degli applausi che risuonano nelle loro assemblee, come quei senatori che ora starebbero per far cadere il governo. "Si può perdere la testa con le migliori intenzioni" dice Sofri. Ogni tanto nei dibattiti qualcuno pone ancora l'intramontabile domanda: "Scusi, lei è contro la guerra?". Personalmente sono contro i temporali, ma quando vengon giù il punto è: che cosa facciamo per non inzupparci? Così pure ora che c'è una nuova crisi mediorientale, e isterie di popoli furiosi, vorrei partecipare a tutti i cortei ma non posso partecipare a nessuno. Scrive bene Michele Serra: "inalberano insegne che sprizzano certezze, come se sapessero da sempre chi sparò il primo colpo, chi merita incolumità e chi disprezzo, chi salvezza e chi condanna". Ogni nostra frase, ogni nostro sussulto di coscienza alla fine diventa la coda spellacchiata di una questione troppo grande: la crisi battesimale di questo secolo, gli abissi delle nostre incertezze, il fuoco che incendia gli orizzonti. Pure io, ormai, dico "pace" a bocca socchiusa, per non sembrare ridicolo.
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