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all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio


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7.6.06
 
Siamo tutti un po' di Barcellona

Ogni tanto ripenso a Barcellona. Succede, per esempio, quando mi ritrovo a fischiettare una piccola canzone senza tanta importanza, che non racconta cose originali o decisive, anzi non è nemmeno tanto sentimentale, quel coro di "na-na-na-na" di una band svedese che però dice di venire da Barcellona, chissà perché. Ci ripenso ora, mentre ripasso l'ennesimo miscuglio di comunicazioni e giornalismi per uno di quegli esami teoricamente specialistici, mentre infilo una fetta di limone nella mia birra del tardo pomeriggio, mentre due formiche sbarcano sui resti di un cucchiaino zuccherato. Con un mio amico discutiamo di un recente sondaggio dell'Eurispes, secondo il quale almeno un italiano su tre oggi abbandonerebbe il suo Paese e più del 55% dei neolaureati preferirebbe cercare lavoro altrove. "Mi sembra giusto, sono intraprendenti". "Macché, sono già sconsolati semmai". Quello che ci manca, quello che molti cercano solo imbarcandosi su un aereo low cost, è l'impressione di essere in movimento, di camminare verso qualche posto, di essere in moto e non in un pantano, di innamorarsi con facilità. Todo cambia, come si dice. A Barcellona, da un giorno all'altro, c'è il rischio che ti cambi anche l'architettura dell'isolato accanto. Leggo su un settimanale: "Se manca un albero nei filari per strada c'è una targhetta per terra che dice: lo pianteremo il giorno tale all'ora tale - uno può anche non crederci, ma l'idea che qualcuno abbia mandato qualcun altro a piantare quella targhetta per terra un po' rassicura sul grado di civiltà del luogo". Intanto qui c'è gente che dice: "guardo il Paese dove sono nato scoprendo con sincero stupore che non mi piace più". E che si fa allora? Innanzitutto consiglierei di distinguere se dietro tutto ciò si cela solo la voglia di una vacanza o il desiderio di una fuga. Oppure se è solo una faccenda di eccitazioni letterarie, come quelle che raccontava Vàsquez Montalban, "l'eccitante letterario di Barcellona proviene da una particolare relazione spazio-tempo, relazione diacronica e sincronica. Questa città ha storicizzato il meglio del suo passato e ha creato uno spazio barcellonese convenzionale però vivo, pieno di barricate, puttane bevitrici di assenzio, Gaudí varii, sofferenze etiche, ricchi light, poveri solidi, occupanti, occupati, umiliati, offesi, e tutto ciò in una scenografia piena di meraviglie piccine e prossime". In fondo se dietro il nostro na-na-na c'è solo la storia di avere una spiaggia in città, Barcellona somiglia abbastanza a Roma. Certo è un peccato che Roma sia allo stesso tempo così vicina e così lontana dal mare. In fondo sarebbe bastato solo un piccolo sforzo, un altro piccolo lavoro di immaginazione, qualche chilometro di strada in meno, e sarebbe stato perfetto. Come sempre. Di fronte al mare si sta meglio, si sta più diritti, circolano aria e pensieri e qualche malinconia. Poi - vabbè - "d'altra parte loro hanno Almodovar, noi abbiamo Moretti".