Sarebbe bello poter cavarsela di fronte all'ansia capodannesca di bilanci con una bella frase in puro stile Monty Python, come Berlusconi nella sua conferenza stampa di una settimana fa, dopo aver raccontato a tutti dei suoi sforzi per evitare la guerra e ancora dopo aver dovuto rinunciare tra i "bhuuu" della platea a raccontarci un'altra delle sue barzellette. A un certo punto se ne è uscito così: "In un certo senso sono contento di aver avuto un completo insuccesso nei miei sforzi". Tuttavia vorrei concludere quest'anno senza guardarmi troppo indietro e senza volgere lo sguardo troppo avanti. Vorrei starmene un po' col naso attaccato alla finestra nella speranzosa attesa di un po' di neve perfino qui, a due passi dal mare. Preferirei non rimurginare troppo sul listone social-politico-esistenziale dell'anno che sta per finire: gli uragani coi nomi da attricette, l'assenzio del bar Marsela a Barcellona, la laurea, le canzonette spudorate, i fumetti in bianco e nero, gli amici nuovi, la mia pierre, la capra sarda che mi stava piovendo sulla testa, i baustelle, le volte in cui basta poco per farti levare dalla sedia e alzare le braccia e muovere le gambe, i giochi presi molto sul serio, i complimenti inaspettati, il tevere in piena, gli abitanti di una grande casa bolognese, le morti di papa, i cuori rossi congelati, mia nonna, il libro di safran foer, desperate housewives, la coppa italia del gaeta, i diversi, i controversi, le presunte spasimanti, lo strudel al radicchio, gli sconosciuti che ti passano una bottiglia di vino in un prato. Non mi va di fare classifiche. E nemmeno di avventurarmi nell'esercizio di arti divinatorie per il futuro che verrà. "Sarà l'anno della pace, sarà l'anno della guerra. Sarà l'apoteosi della democrazia, sarà il ritorno della dittatura. Cureranno malattie fino a ieri micidiali e intanto le umili galline ci uccideranno. In Italia vincerà la sinistra, anzi, la destra, ma già si prevedono nuove elezioni subito dopo le nuove elezioni. Confusi?", scrive Zucconi. Joyce lo chiamava il morso della pecora: "la gente - spiegava - può anche passare sopra a un morso di lupo, ma è il morso della pecora che fa girare le scatole". Ecco, do ragione a Francesco Merlo (Repubblica di oggi) quanto teme proprio che il 2006 italiano sarà l'anno del morso della pecora. Nel frattempo, colonna sonora raccomandata per questi scampoli di buio e di nevischio e di calendario: il disco tumultuoso dei Wolf Parade e l'ultimo singolo sentimentale di Paolo Conte, "Cuanta Pasion". E comunque domani, quando brindate, pensate anche al povero tappo.
30.12.05
Un indiscreto final
Un indiscreto final
Sarebbe bello poter cavarsela di fronte all'ansia capodannesca di bilanci con una bella frase in puro stile Monty Python, come Berlusconi nella sua conferenza stampa di una settimana fa, dopo aver raccontato a tutti dei suoi sforzi per evitare la guerra e ancora dopo aver dovuto rinunciare tra i "bhuuu" della platea a raccontarci un'altra delle sue barzellette. A un certo punto se ne è uscito così: "In un certo senso sono contento di aver avuto un completo insuccesso nei miei sforzi". Tuttavia vorrei concludere quest'anno senza guardarmi troppo indietro e senza volgere lo sguardo troppo avanti. Vorrei starmene un po' col naso attaccato alla finestra nella speranzosa attesa di un po' di neve perfino qui, a due passi dal mare. Preferirei non rimurginare troppo sul listone social-politico-esistenziale dell'anno che sta per finire: gli uragani coi nomi da attricette, l'assenzio del bar Marsela a Barcellona, la laurea, le canzonette spudorate, i fumetti in bianco e nero, gli amici nuovi, la mia pierre, la capra sarda che mi stava piovendo sulla testa, i baustelle, le volte in cui basta poco per farti levare dalla sedia e alzare le braccia e muovere le gambe, i giochi presi molto sul serio, i complimenti inaspettati, il tevere in piena, gli abitanti di una grande casa bolognese, le morti di papa, i cuori rossi congelati, mia nonna, il libro di safran foer, desperate housewives, la coppa italia del gaeta, i diversi, i controversi, le presunte spasimanti, lo strudel al radicchio, gli sconosciuti che ti passano una bottiglia di vino in un prato. Non mi va di fare classifiche. E nemmeno di avventurarmi nell'esercizio di arti divinatorie per il futuro che verrà. "Sarà l'anno della pace, sarà l'anno della guerra. Sarà l'apoteosi della democrazia, sarà il ritorno della dittatura. Cureranno malattie fino a ieri micidiali e intanto le umili galline ci uccideranno. In Italia vincerà la sinistra, anzi, la destra, ma già si prevedono nuove elezioni subito dopo le nuove elezioni. Confusi?", scrive Zucconi. Joyce lo chiamava il morso della pecora: "la gente - spiegava - può anche passare sopra a un morso di lupo, ma è il morso della pecora che fa girare le scatole". Ecco, do ragione a Francesco Merlo (Repubblica di oggi) quanto teme proprio che il 2006 italiano sarà l'anno del morso della pecora. Nel frattempo, colonna sonora raccomandata per questi scampoli di buio e di nevischio e di calendario: il disco tumultuoso dei Wolf Parade e l'ultimo singolo sentimentale di Paolo Conte, "Cuanta Pasion". E comunque domani, quando brindate, pensate anche al povero tappo.
Sarebbe bello poter cavarsela di fronte all'ansia capodannesca di bilanci con una bella frase in puro stile Monty Python, come Berlusconi nella sua conferenza stampa di una settimana fa, dopo aver raccontato a tutti dei suoi sforzi per evitare la guerra e ancora dopo aver dovuto rinunciare tra i "bhuuu" della platea a raccontarci un'altra delle sue barzellette. A un certo punto se ne è uscito così: "In un certo senso sono contento di aver avuto un completo insuccesso nei miei sforzi". Tuttavia vorrei concludere quest'anno senza guardarmi troppo indietro e senza volgere lo sguardo troppo avanti. Vorrei starmene un po' col naso attaccato alla finestra nella speranzosa attesa di un po' di neve perfino qui, a due passi dal mare. Preferirei non rimurginare troppo sul listone social-politico-esistenziale dell'anno che sta per finire: gli uragani coi nomi da attricette, l'assenzio del bar Marsela a Barcellona, la laurea, le canzonette spudorate, i fumetti in bianco e nero, gli amici nuovi, la mia pierre, la capra sarda che mi stava piovendo sulla testa, i baustelle, le volte in cui basta poco per farti levare dalla sedia e alzare le braccia e muovere le gambe, i giochi presi molto sul serio, i complimenti inaspettati, il tevere in piena, gli abitanti di una grande casa bolognese, le morti di papa, i cuori rossi congelati, mia nonna, il libro di safran foer, desperate housewives, la coppa italia del gaeta, i diversi, i controversi, le presunte spasimanti, lo strudel al radicchio, gli sconosciuti che ti passano una bottiglia di vino in un prato. Non mi va di fare classifiche. E nemmeno di avventurarmi nell'esercizio di arti divinatorie per il futuro che verrà. "Sarà l'anno della pace, sarà l'anno della guerra. Sarà l'apoteosi della democrazia, sarà il ritorno della dittatura. Cureranno malattie fino a ieri micidiali e intanto le umili galline ci uccideranno. In Italia vincerà la sinistra, anzi, la destra, ma già si prevedono nuove elezioni subito dopo le nuove elezioni. Confusi?", scrive Zucconi. Joyce lo chiamava il morso della pecora: "la gente - spiegava - può anche passare sopra a un morso di lupo, ma è il morso della pecora che fa girare le scatole". Ecco, do ragione a Francesco Merlo (Repubblica di oggi) quanto teme proprio che il 2006 italiano sarà l'anno del morso della pecora. Nel frattempo, colonna sonora raccomandata per questi scampoli di buio e di nevischio e di calendario: il disco tumultuoso dei Wolf Parade e l'ultimo singolo sentimentale di Paolo Conte, "Cuanta Pasion". E comunque domani, quando brindate, pensate anche al povero tappo.
26.12.05
Ebbro di panettoni
Ebbro di panettoni
Ebbro di panettoni e tacchini ripieni, sperimento la mia piccola ricetta per superare le malinconie natalizie. Il privilegio che ci è concesso almeno qui nel borgo natìo è quello di poter consacrare la mattina di Natale passeggiando su una spiaggia stropicciata dal freddo e da qualche uccellaccio resistente alle rigide temperature invernali (anzi, anche un po' a passo di marcia, in unione spirituale con gli amici romani). Per il resto, basta poco per risolvere le solite noie festive. Andare per supermercati a caccia di quel "vinello cileno" che una settimana fa veniva raccomandato da Stefano Pistolini nella rubrica musicale del Foglio. Dice che "soprattutto in versione rosé, raggiunge effetti psichedelici d'altri tempi, per meno di cinque euro, non so cosa ci abbiamo messo dentro, ma provare per credere". Procedere (e comunque con una buona bottiglia, sarda piuttosto che cilena, a far da compagnia) alla creazione di playlist da trasferire nell'iPod color verde mela appena ricevuto in dono. Immergersi nella lettura di "Blankets", formidabile romanzone a fumetti di Craig Thompson, farlo sotto le coperte oppure sopra, non importa, si rimane comunque in bilico sul filo che separa le ingenuità e le profondità, a pensare alle piccole cose di quando si cresce, alle religioni che fanno male e all'amore che fa bene. E con la voglia di appendersi in stanza una qualunque delle seicento tavole della sua storia. Riascoltare ogni tanto una versione spagnola e a tratti melò di Last Christmas. Comprarsi vecchie locandine di film noir su Amazon, a un prezzo d'occasione. Aspettare nella cassetta della posta l'arrivo del disco pazzesco di Gavin Bryars, quello col barbone ubriaco che biascica un ritornello sul sangue di Gesù mentre alle sue spalle si aggiunge un'orchestra e poi addirittura Tom Waits. Tentare di piazzare biglietti di una riffa a soli due euro per finanziarsi le spese del Capodanno sui monti civitavecchiesi. E infine: non perdere troppo tempo ad aggiornare il blog, sennò finisce che, come dice il Papa, a noi uomini tecnologici ci viene "l'atrofia spirituale". E magari si diventa pure ciechi.
Ebbro di panettoni e tacchini ripieni, sperimento la mia piccola ricetta per superare le malinconie natalizie. Il privilegio che ci è concesso almeno qui nel borgo natìo è quello di poter consacrare la mattina di Natale passeggiando su una spiaggia stropicciata dal freddo e da qualche uccellaccio resistente alle rigide temperature invernali (anzi, anche un po' a passo di marcia, in unione spirituale con gli amici romani). Per il resto, basta poco per risolvere le solite noie festive. Andare per supermercati a caccia di quel "vinello cileno" che una settimana fa veniva raccomandato da Stefano Pistolini nella rubrica musicale del Foglio. Dice che "soprattutto in versione rosé, raggiunge effetti psichedelici d'altri tempi, per meno di cinque euro, non so cosa ci abbiamo messo dentro, ma provare per credere". Procedere (e comunque con una buona bottiglia, sarda piuttosto che cilena, a far da compagnia) alla creazione di playlist da trasferire nell'iPod color verde mela appena ricevuto in dono. Immergersi nella lettura di "Blankets", formidabile romanzone a fumetti di Craig Thompson, farlo sotto le coperte oppure sopra, non importa, si rimane comunque in bilico sul filo che separa le ingenuità e le profondità, a pensare alle piccole cose di quando si cresce, alle religioni che fanno male e all'amore che fa bene. E con la voglia di appendersi in stanza una qualunque delle seicento tavole della sua storia. Riascoltare ogni tanto una versione spagnola e a tratti melò di Last Christmas. Comprarsi vecchie locandine di film noir su Amazon, a un prezzo d'occasione. Aspettare nella cassetta della posta l'arrivo del disco pazzesco di Gavin Bryars, quello col barbone ubriaco che biascica un ritornello sul sangue di Gesù mentre alle sue spalle si aggiunge un'orchestra e poi addirittura Tom Waits. Tentare di piazzare biglietti di una riffa a soli due euro per finanziarsi le spese del Capodanno sui monti civitavecchiesi. E infine: non perdere troppo tempo ad aggiornare il blog, sennò finisce che, come dice il Papa, a noi uomini tecnologici ci viene "l'atrofia spirituale". E magari si diventa pure ciechi.
23.12.05
Guerilla Xmas
Guerilla Xmas
Invece di perdersi nella solita bolgia, dieci cose assai alternative da fare a Natale (via leibniz).
Invece di perdersi nella solita bolgia, dieci cose assai alternative da fare a Natale (via leibniz).
22.12.05
Ma il resto dell'anno Babbo Natale che mestiere fa?
Ma il resto dell'anno Babbo Natale che mestiere fa?
Ognuno ha una scusa per fermarsi sotto l'albero. Quelli che devono partire ma il loro treno è in ritardo. Quelli che devono affrontare il freddo della città lì fuori, ma preferiscono starsene ancora un po' al calduccio. L'albero della stazione accoglie tutti come una calamita. Non si sa bene come sia cominciata, quale mano abbia posato il primo foglietto, e poi un altro e un altro ancora, fino a che non è diventato tutto uno storno di foglietti bianchi, come tante colombe appollaiate su un abete gigantesco, che ora già cominciano a volare via e vanno a posarsi su altri alberi ancora, fuori dalla stazione. Foglietti strappati dai notes, scontrini scritti sul retro, pagine di diario, pezzi di carta da regalo. Io ci passo sotto, carico di borse e di valigie e di files musicali nelle tasche e non ho nemmeno voglia di mugugnarci. Solo cinque minuti, lo spazio di un ritardo sul tabellone degli orari, il tempo che passa. "Caro Babbo Natale...", cominciano tutte così le letterine. Poi c'è chi chiede un figlio e chi un permesso di soggiorno, chi un lavoro un po' meno precario e chi un fidanzato bello come Costantino, chi rivuole il voto di preferenza e chi sogna di incontrare Vasco Rossi, chi si lamenta delle buche per le strade e chi vorrebbe infliggere castighi vari a Berlusconi. "Vorrei una rana. Vera però". C'è un sacco di gente che cerca fidanzati e fidanzate, e altri che invece non vogliono lasciarsi mai più, pucci pucci e amori e lacrime, "vorrei che la gnappa fosse felice, firmato guappo". Poi ci sono quelli che pensano in grande, e provano a chiedere un po' di buone e giuste pulizie da questo mondo ingiusto. Portati via la guerra, il dolore, le malattie, i programmi di Costanzo e della De Filippi, il mal di denti. Caro Babbo Natale, scrive una ragazza, portati via i contratti a progetto. Dal lato del negozio di scarpe, qualche giorno fa, ho visto un foglio bianco, ne aveva parlato anche un giornale, con una foto al centro, una foto digitale stampata che ritraeva un uomo e una donna non più giovanissimi che si abbracciano su una spiaggia e si baciano. "Amore, - c'era scritto - il nostro amore nascosto sarà benedetto da tutti alla stazione Termini". Chissà per quale motivo un amore clandestino vuole festeggiare il Natale appeso in una dei crocevia più trafficati del mondo. Chissà se poi Babbo Natale, o chi per lui, troverà il tempo di occuparsene. Però non vorrei che pensaste che anche io sono uno di quelli che non ha di meglio da fare che scrivere a un ciccione inventato dai pubblicitari di una multinazionale, uno la cui esistenza viene messa in discussione da qualsiasi essere umano superiore ai tre anni. Ho appena finito di leggere il bel libro di Nicola Lagioia dove si racconta di come la Coca-Cola ha plasmato il nostro immaginario, e qualcosa ne ho capito. Tuttavia mi sembra ancora più ingiusto, come dice inkiostro, il fatto che tutti da bambini gli scrivano, e poi, appena scoprono che non esiste, lasciano perdere e passano a rivolgere le loro richieste alle autorità competenti, di solito dotate di portafoglio e patria potestà.
Ognuno ha una scusa per fermarsi sotto l'albero. Quelli che devono partire ma il loro treno è in ritardo. Quelli che devono affrontare il freddo della città lì fuori, ma preferiscono starsene ancora un po' al calduccio. L'albero della stazione accoglie tutti come una calamita. Non si sa bene come sia cominciata, quale mano abbia posato il primo foglietto, e poi un altro e un altro ancora, fino a che non è diventato tutto uno storno di foglietti bianchi, come tante colombe appollaiate su un abete gigantesco, che ora già cominciano a volare via e vanno a posarsi su altri alberi ancora, fuori dalla stazione. Foglietti strappati dai notes, scontrini scritti sul retro, pagine di diario, pezzi di carta da regalo. Io ci passo sotto, carico di borse e di valigie e di files musicali nelle tasche e non ho nemmeno voglia di mugugnarci. Solo cinque minuti, lo spazio di un ritardo sul tabellone degli orari, il tempo che passa. "Caro Babbo Natale...", cominciano tutte così le letterine. Poi c'è chi chiede un figlio e chi un permesso di soggiorno, chi un lavoro un po' meno precario e chi un fidanzato bello come Costantino, chi rivuole il voto di preferenza e chi sogna di incontrare Vasco Rossi, chi si lamenta delle buche per le strade e chi vorrebbe infliggere castighi vari a Berlusconi. "Vorrei una rana. Vera però". C'è un sacco di gente che cerca fidanzati e fidanzate, e altri che invece non vogliono lasciarsi mai più, pucci pucci e amori e lacrime, "vorrei che la gnappa fosse felice, firmato guappo". Poi ci sono quelli che pensano in grande, e provano a chiedere un po' di buone e giuste pulizie da questo mondo ingiusto. Portati via la guerra, il dolore, le malattie, i programmi di Costanzo e della De Filippi, il mal di denti. Caro Babbo Natale, scrive una ragazza, portati via i contratti a progetto. Dal lato del negozio di scarpe, qualche giorno fa, ho visto un foglio bianco, ne aveva parlato anche un giornale, con una foto al centro, una foto digitale stampata che ritraeva un uomo e una donna non più giovanissimi che si abbracciano su una spiaggia e si baciano. "Amore, - c'era scritto - il nostro amore nascosto sarà benedetto da tutti alla stazione Termini". Chissà per quale motivo un amore clandestino vuole festeggiare il Natale appeso in una dei crocevia più trafficati del mondo. Chissà se poi Babbo Natale, o chi per lui, troverà il tempo di occuparsene. Però non vorrei che pensaste che anche io sono uno di quelli che non ha di meglio da fare che scrivere a un ciccione inventato dai pubblicitari di una multinazionale, uno la cui esistenza viene messa in discussione da qualsiasi essere umano superiore ai tre anni. Ho appena finito di leggere il bel libro di Nicola Lagioia dove si racconta di come la Coca-Cola ha plasmato il nostro immaginario, e qualcosa ne ho capito. Tuttavia mi sembra ancora più ingiusto, come dice inkiostro, il fatto che tutti da bambini gli scrivano, e poi, appena scoprono che non esiste, lasciano perdere e passano a rivolgere le loro richieste alle autorità competenti, di solito dotate di portafoglio e patria potestà.
21.12.05
Non vi fregate gli asciugamani
Non vi fregate gli asciugamani
Anche qui si cerca di lanciare una qualche tendenza abbastanza cheap per questo miserello dicembre. Miic, per esempio, propone una mossa in grado di accontentare sia quella metà del Paese che gozzoviglia spensierato, come dice il presidente del consiglio, sia quell'altra metà del Paese che è impensierito dalla crisi, come dicono i suoi detrattori. La soluzione, se vi scappa, è quella di sgaiattolare con una certa nonchalance nelle toilettes dei grandi alberghi.
Anche qui si cerca di lanciare una qualche tendenza abbastanza cheap per questo miserello dicembre. Miic, per esempio, propone una mossa in grado di accontentare sia quella metà del Paese che gozzoviglia spensierato, come dice il presidente del consiglio, sia quell'altra metà del Paese che è impensierito dalla crisi, come dicono i suoi detrattori. La soluzione, se vi scappa, è quella di sgaiattolare con una certa nonchalance nelle toilettes dei grandi alberghi.
20.12.05
Bande d'Italia
Bande d'Italia
Anche i cittadini più distratti ormai avranno capito che in questo inguaribile Paese vincono sempre quelli che "rubano per comandare oppure comandano per rubare". Non si trovano in giro avi tanto anziani da poterci raccontare che "ai miei tempi era sempre così, la destra e la sinistra si annaquavano e si confondevano e intanto tutti gli altri rubavano. Me lo ricordo io, cent'anni fa, come nacque la tanto venerata Banca d'Italia, tirata su per scampare allo scandalo e ai cocci della Banca Romana, uno scandalo fatto di torbide connivenze, affaristi di dubbio conio, politici corrotti, e finanche legami con la Casa Reale". Però io mi ricordo gli anni di Tangentopoli, anche se ero più piccolo (e dunque meno impressionabile: mica dirigevo il corriere della sera, all'epoca). Le manette che fioccavano su corrotti e concussi, la società civile angariata e stanca, pronta a ribellarsi, il Palazzo avido su cui scaricare colpe e reati, le monetine che fioccavano sulle stesse teste dove fino a poco prima crapulavano voti. Vabbe', io ero piccolo: ma ricordo gente molto incazzata in giro. Forse è iniziata allora e non è finita più. Gli italiani da allora hanno cominciato ad avercela con qualcuno e ci hanno preso livorosamente gusto. Craxi oppure il vigile all'angolo, l'avversario politico al bar o la signora in coda alla posta, suvvia, che popolo incazzoso. Gli italiani sono diventati più aggressivi in questi anni e non se ne sono accorti, si dice all'estero. Si gira per le strade e si sente rabbia, una rabbia sordida e senza speranza. Il Paese di dieci anni fa, quello dei corrotti e dei concussi, si guarda allo specchio dieci anni dopo e si riscopre come il Paese dei compari. Il Paese dove nulla è mai come sembra e nulla forse mai potrà cambiare, tra "alleanze sparpagliate e benevolenze inconcepibili", "baci in fronte" e "uscite sul retro". Succede che uno va a guardare un film su una banda di rapinatori e si riscopre una trama di eversione statale e connivenze governative. Succede che uno legge sul giornale una storia spicciola di soldi fregati sui conti correnti dei defunti e dietro ci va a trovare un qualche superbo piano di potere, odore di pidue e incenso di opusdei. Sistemi deboli, politici che non capiscono (o non vogliono capire), salotti polverosi, furbetti dal passo più lungo della gamba. Poi arriva qualcuno, fa un blitz, sventola qualche manetta, ci fa girare un po' la testa, e di nuovo poi si ricomincia. Gli eterni ritorni sempre in agguato. Un editoriale del Riformista di questi giorni sosteneva che questo «è uno scandalo di provincia, giocato tra Lodi e Alvito, tra Collecchio e Crema; qui non girano valigette pieni di contanti nei presi del Duomo ma due bottiglie di Dom Perignon e un orologio Beaume & Mercier in un villone di paese. Nei fascicoli delle procure non ci sono i Craxi e i Forlani, ma tali Brancher e Grillo. E’ la provincia che assedia la polis, un affare molto poco urbano». E forse un affare, a pensarci bene, davvero peggiore. La scena madre, per ora, è quella del governatore Fazio che si arrende nel suo bunker, sotto il quadro del San Sebastiano trafitto dalla frecce, in quello studio che Michele Serra accostava alla «camera funeraria di una piramide, sormontata da una foto di padre Pio e da un poster di Amon-Ra». Va da sè che, nel Paese lì fuori, alla gente non rimane che lamentarsi, oppure prendersela col vigile che fa una multa per divieto di sosta. Mentre il futuro dei loro figli scivola via, come in un doppiofondo di un deposito bancario, fino a non vederne traccia. Così cammino per le strade del centro, ed entro in una vecchia banca dagli sportelli di legno e dagli stucchi dorati, penso che ci vorrebbe uno che parli olandese, un filo calvinista, alto un metro e settantotto, pratico di calcolo differenziale, senza panciotti nel guardaroba.
Anche i cittadini più distratti ormai avranno capito che in questo inguaribile Paese vincono sempre quelli che "rubano per comandare oppure comandano per rubare". Non si trovano in giro avi tanto anziani da poterci raccontare che "ai miei tempi era sempre così, la destra e la sinistra si annaquavano e si confondevano e intanto tutti gli altri rubavano. Me lo ricordo io, cent'anni fa, come nacque la tanto venerata Banca d'Italia, tirata su per scampare allo scandalo e ai cocci della Banca Romana, uno scandalo fatto di torbide connivenze, affaristi di dubbio conio, politici corrotti, e finanche legami con la Casa Reale". Però io mi ricordo gli anni di Tangentopoli, anche se ero più piccolo (e dunque meno impressionabile: mica dirigevo il corriere della sera, all'epoca). Le manette che fioccavano su corrotti e concussi, la società civile angariata e stanca, pronta a ribellarsi, il Palazzo avido su cui scaricare colpe e reati, le monetine che fioccavano sulle stesse teste dove fino a poco prima crapulavano voti. Vabbe', io ero piccolo: ma ricordo gente molto incazzata in giro. Forse è iniziata allora e non è finita più. Gli italiani da allora hanno cominciato ad avercela con qualcuno e ci hanno preso livorosamente gusto. Craxi oppure il vigile all'angolo, l'avversario politico al bar o la signora in coda alla posta, suvvia, che popolo incazzoso. Gli italiani sono diventati più aggressivi in questi anni e non se ne sono accorti, si dice all'estero. Si gira per le strade e si sente rabbia, una rabbia sordida e senza speranza. Il Paese di dieci anni fa, quello dei corrotti e dei concussi, si guarda allo specchio dieci anni dopo e si riscopre come il Paese dei compari. Il Paese dove nulla è mai come sembra e nulla forse mai potrà cambiare, tra "alleanze sparpagliate e benevolenze inconcepibili", "baci in fronte" e "uscite sul retro". Succede che uno va a guardare un film su una banda di rapinatori e si riscopre una trama di eversione statale e connivenze governative. Succede che uno legge sul giornale una storia spicciola di soldi fregati sui conti correnti dei defunti e dietro ci va a trovare un qualche superbo piano di potere, odore di pidue e incenso di opusdei. Sistemi deboli, politici che non capiscono (o non vogliono capire), salotti polverosi, furbetti dal passo più lungo della gamba. Poi arriva qualcuno, fa un blitz, sventola qualche manetta, ci fa girare un po' la testa, e di nuovo poi si ricomincia. Gli eterni ritorni sempre in agguato. Un editoriale del Riformista di questi giorni sosteneva che questo «è uno scandalo di provincia, giocato tra Lodi e Alvito, tra Collecchio e Crema; qui non girano valigette pieni di contanti nei presi del Duomo ma due bottiglie di Dom Perignon e un orologio Beaume & Mercier in un villone di paese. Nei fascicoli delle procure non ci sono i Craxi e i Forlani, ma tali Brancher e Grillo. E’ la provincia che assedia la polis, un affare molto poco urbano». E forse un affare, a pensarci bene, davvero peggiore. La scena madre, per ora, è quella del governatore Fazio che si arrende nel suo bunker, sotto il quadro del San Sebastiano trafitto dalla frecce, in quello studio che Michele Serra accostava alla «camera funeraria di una piramide, sormontata da una foto di padre Pio e da un poster di Amon-Ra». Va da sè che, nel Paese lì fuori, alla gente non rimane che lamentarsi, oppure prendersela col vigile che fa una multa per divieto di sosta. Mentre il futuro dei loro figli scivola via, come in un doppiofondo di un deposito bancario, fino a non vederne traccia. Così cammino per le strade del centro, ed entro in una vecchia banca dagli sportelli di legno e dagli stucchi dorati, penso che ci vorrebbe uno che parli olandese, un filo calvinista, alto un metro e settantotto, pratico di calcolo differenziale, senza panciotti nel guardaroba.
18.12.05
Avanguardie della laicità
Avanguardie della laicità
Domenica scorsa, tempo liturgico d'avvento, il pontefice Benedetto XVI si scagliava contro il consumismo che inquina lo spirito del Natale. Nello stesso pomeriggio il capo del governo intasava mezza via del Corso per andare a fare shopping in gioiellerie e negozi di antiquariato. Un solo uomo, dal fondo della folla, gli urlava: "vai a lavorare! vai a lavorare!". "Vedete, un gradimento del 95%" esclamava il premier festante.
Domenica scorsa, tempo liturgico d'avvento, il pontefice Benedetto XVI si scagliava contro il consumismo che inquina lo spirito del Natale. Nello stesso pomeriggio il capo del governo intasava mezza via del Corso per andare a fare shopping in gioiellerie e negozi di antiquariato. Un solo uomo, dal fondo della folla, gli urlava: "vai a lavorare! vai a lavorare!". "Vedete, un gradimento del 95%" esclamava il premier festante.
17.12.05
La posta del quorum n.2
La posta del quorum n.2
Cara Betty, e ora siamo di nuovo punto e daccapo. Ti scrivo dal divano di casa mia, tra i festoni umidicci di spumante e lacrime del party di compleanno di ieri sera, quando a un certo punto io e mezzo corpo di ballo di Amici abbiamo ballato tutta la compilescion dei Village People nel salotto. Mentre "lui" già non c’era più. Qualche mese fa ti imploravo di aiutarmi a sapere se quello che provavo verso il più figo dei radical chic che mi sia mai capitato di conoscere (lui nega di esserlo, ma proprio non mi spiego perché, manco gli avessi dato del frocio - scusa il francesismo teso’), se insomma quello che sentivo ardere dentro di me era vero amore. Cioè, non so se mi spiego: io, la meglio carampana del pubblico parlante della De Filippi, gagliardamente di destra e col sex appeal televisivo al punto giusto, che mi vado a innamorare proprio di uno che quando alla facoltà di scienze della commmunicazione, tra una lezione di Costanzo e l’altra, giocavamo a simulare le campagne elettorali, si mise con quegli zecconi del partito di sinistra? Proprio di uno che se gli parli di Costantino ti risponde "chi? l’imperatore?". Eppure si, amica mia, è successo. Ma la nostra storia appena nata, timida e promettente come un fiore che fiorisce (che poesia, eh), sembra già appassita. Il nostro amore nacque forte e maggioritario e adesso è già diventato piccino e proporzionale. Sarà stata la nuova legge elettorale a far afflosciare così le forze del mio amato comunistuccio? O ha trovato un’altra? Quella smorfiosa prodiana che si spaccia per sua "pierre" per esempio, mi puzza un po’... Come se non bastasse, è un periodo di vita grama per me: il serale di Amici ancora non comincia, così non posso sfoggiare le mie abilità oratorie, non posso dare le mie belle risposte a tono (tiè!) a quei caproni che osano dire, allusivi, che nella mia vita manca qualcosa, e se la avessi la pianterei di criticare Antonino e Klaidj. E pensare che per la mia fiamma (no, non quella missina che tengo appesa in stanza) sarei stata disposta a tutto. Gli avrei votato perfino quel tipo lì, come si chiama... Scalfarotto, ecco!, alle primarie, se me l’avesse chiesto. "Nessuno ti sta prendendo in giro, anzi", mi ha risposto lui, come fossi un’allieva dell’accademia di Amici a cui dare il benservito. Aiutami, "C’è posta per te" è appena finito, e io non so più dove sbattere. E non voglio fare la fine della vegliarda acida, tre file di pubblico parlante più in là.
Spasimante '84
Cara Betty, e ora siamo di nuovo punto e daccapo. Ti scrivo dal divano di casa mia, tra i festoni umidicci di spumante e lacrime del party di compleanno di ieri sera, quando a un certo punto io e mezzo corpo di ballo di Amici abbiamo ballato tutta la compilescion dei Village People nel salotto. Mentre "lui" già non c’era più. Qualche mese fa ti imploravo di aiutarmi a sapere se quello che provavo verso il più figo dei radical chic che mi sia mai capitato di conoscere (lui nega di esserlo, ma proprio non mi spiego perché, manco gli avessi dato del frocio - scusa il francesismo teso’), se insomma quello che sentivo ardere dentro di me era vero amore. Cioè, non so se mi spiego: io, la meglio carampana del pubblico parlante della De Filippi, gagliardamente di destra e col sex appeal televisivo al punto giusto, che mi vado a innamorare proprio di uno che quando alla facoltà di scienze della commmunicazione, tra una lezione di Costanzo e l’altra, giocavamo a simulare le campagne elettorali, si mise con quegli zecconi del partito di sinistra? Proprio di uno che se gli parli di Costantino ti risponde "chi? l’imperatore?". Eppure si, amica mia, è successo. Ma la nostra storia appena nata, timida e promettente come un fiore che fiorisce (che poesia, eh), sembra già appassita. Il nostro amore nacque forte e maggioritario e adesso è già diventato piccino e proporzionale. Sarà stata la nuova legge elettorale a far afflosciare così le forze del mio amato comunistuccio? O ha trovato un’altra? Quella smorfiosa prodiana che si spaccia per sua "pierre" per esempio, mi puzza un po’... Come se non bastasse, è un periodo di vita grama per me: il serale di Amici ancora non comincia, così non posso sfoggiare le mie abilità oratorie, non posso dare le mie belle risposte a tono (tiè!) a quei caproni che osano dire, allusivi, che nella mia vita manca qualcosa, e se la avessi la pianterei di criticare Antonino e Klaidj. E pensare che per la mia fiamma (no, non quella missina che tengo appesa in stanza) sarei stata disposta a tutto. Gli avrei votato perfino quel tipo lì, come si chiama... Scalfarotto, ecco!, alle primarie, se me l’avesse chiesto. "Nessuno ti sta prendendo in giro, anzi", mi ha risposto lui, come fossi un’allieva dell’accademia di Amici a cui dare il benservito. Aiutami, "C’è posta per te" è appena finito, e io non so più dove sbattere. E non voglio fare la fine della vegliarda acida, tre file di pubblico parlante più in là.Spasimante '84
16.12.05
15.12.05
Stati d'animo
Stati d'animo
Pezzo di Michele Serra, su Repubblica di un po' di giorni fa. Me lo sento a puntino giusto oggi, col Tg3 che si è permesso di usare la mia immagine per farmi risaltare nel più sperimentato dei ruoli in commedia, quello che si ridacchia e si da di gomito col vicino di platea, mentre il presidente parla e parla, come un fiume in piena. "Uh, quanto è noioso, con questa storia dei comunisti malvagi, del TG3 bugiardo, di lui che è buono e bravo e tutti lo odiano...ma da quanti anni va avanti a rimenarla con sta solfa? A me sembrano cento: si vede che la monotonia ingigantisce il problema, dilata il tempo, la ripetizione delle stesse parole con la stessa faccia, la stessa giacca blu, negli stessi telegiornali, alla stessa ora, mentre sto scolando la pasta...e il peggio è che mi sento insopportabile anch'io, come se la pasta che sto scolando fosse sempre la stessa, con lo stesso maglione addosso, dopo aver scritto lo stesso articolo...bloccati fissi, immutabili, entrambi tignosamente uguali giorno per giorno, lui che rompe l'anima dal televisore con i suoi eterni lamenti, io che borbotto 'uffa quanto rompe', come due vecchi coniugi stremati e inaciditi, come in certe vecchie stampe appese in anticamera a prendere la polvere... Va a finire che mi sento in colpa io, che sto facendo le ragnatele per la noia, con questo anziano chiaccherone che tutti i santi giorni, da un'eternità, si presenta a casa mia come un manichino di sartoria per dirmi che lui qui e lui là. E non mi viene niente di nuovo da dirgli, da secoli che non sia il solito 'ancora! Ma non è possibile!'. Siamo, tutti, le mediocri spalle di un pessimo comico".
Pezzo di Michele Serra, su Repubblica di un po' di giorni fa. Me lo sento a puntino giusto oggi, col Tg3 che si è permesso di usare la mia immagine per farmi risaltare nel più sperimentato dei ruoli in commedia, quello che si ridacchia e si da di gomito col vicino di platea, mentre il presidente parla e parla, come un fiume in piena. "Uh, quanto è noioso, con questa storia dei comunisti malvagi, del TG3 bugiardo, di lui che è buono e bravo e tutti lo odiano...ma da quanti anni va avanti a rimenarla con sta solfa? A me sembrano cento: si vede che la monotonia ingigantisce il problema, dilata il tempo, la ripetizione delle stesse parole con la stessa faccia, la stessa giacca blu, negli stessi telegiornali, alla stessa ora, mentre sto scolando la pasta...e il peggio è che mi sento insopportabile anch'io, come se la pasta che sto scolando fosse sempre la stessa, con lo stesso maglione addosso, dopo aver scritto lo stesso articolo...bloccati fissi, immutabili, entrambi tignosamente uguali giorno per giorno, lui che rompe l'anima dal televisore con i suoi eterni lamenti, io che borbotto 'uffa quanto rompe', come due vecchi coniugi stremati e inaciditi, come in certe vecchie stampe appese in anticamera a prendere la polvere... Va a finire che mi sento in colpa io, che sto facendo le ragnatele per la noia, con questo anziano chiaccherone che tutti i santi giorni, da un'eternità, si presenta a casa mia come un manichino di sartoria per dirmi che lui qui e lui là. E non mi viene niente di nuovo da dirgli, da secoli che non sia il solito 'ancora! Ma non è possibile!'. Siamo, tutti, le mediocri spalle di un pessimo comico".
13.12.05
Radiodedica da Joseph
Radiodedica da Joseph
Sarà stata l'ora ancora sonnolenta o sarà stata la radio del mio coinquilino che faceva strani scherzi. Eppure stamattina verso le nove giurerei di avere sentito la leggendaria "I will survive" di Gloria Gaynor sulle frequenze di Radio Vaticana. Dopo il vocione che annunciava su che stazione eravamo sintonizzati nessuno ha più avuto il coraggio di zompettare per la cucina. Qualche ora dopo, in compagnia di una colta teologa, ho girato le edicole di via del Corso cercando di sapere se era già uscito l'album delle figurine dei santi. E' chiaro che gli edicolanti romani, inguaribile congrega di relativisti, reagivano alla mia richiesta con un certo sbalordimento.
Sarà stata l'ora ancora sonnolenta o sarà stata la radio del mio coinquilino che faceva strani scherzi. Eppure stamattina verso le nove giurerei di avere sentito la leggendaria "I will survive" di Gloria Gaynor sulle frequenze di Radio Vaticana. Dopo il vocione che annunciava su che stazione eravamo sintonizzati nessuno ha più avuto il coraggio di zompettare per la cucina. Qualche ora dopo, in compagnia di una colta teologa, ho girato le edicole di via del Corso cercando di sapere se era già uscito l'album delle figurine dei santi. E' chiaro che gli edicolanti romani, inguaribile congrega di relativisti, reagivano alla mia richiesta con un certo sbalordimento.
12.12.05
L'acqua alla gola
L'acqua alla gola
Pochi giorni fa il Venerdì di Repubblica metteva in copertina l'ormai celebre foto delle acque fangose del Tevere che sommergono i cartelli delle piste ciclabili e si portano giù con loro un po' di foglie e rami secchi. E così titolava: "E' inverno e piove (come al solito). Ma allora perché da un po' di tempo abbiamo sempre l'acqua alla gola?". Poi un articolo nelle pagine interne aveva la premura di informarci sul crescente sprofondamento delle nostre coste. Oppure sul crescente innalzamento del nostro mare, su questo gli esperti sono ancora divisi. Nemmeno si sa con certezza se la colpa sia delle bombolette spray e dell'effetto serra oppure di qualche remoto movimento delle faglie tettoniche. Quel che sembra certo è che nel 2100, se il Mediterraneo continuerà a gonfiarsi con qualche centimentro di troppo, trentadue aree costiere italiane finiranno sott'acqua. Tra le "aree a rischio" c'è ovviamente la grandiosa Venezia, ma c'è pure un bel pezzo di agro pontino, tra Latina e Fondi. La mia cara provincia pontina, tutta sommersa nel giro di un secolo. Giù i mozzarellifici, giù la bonifica di regime vanto dei capoccioni di ogni età e di ogni dove, giù i saloni di abiti da sposa, giù il mercato ortofrutticolo e le serre di pomodori, già i noiosissimi campeggi da idroscalo, giù gli scheletri di cemento armato mai condonati, giù i trattori, giù tutto. E non basta. Ci stanno spiegando che forse nemmeno varrà la pena di salvare tutto ciò dall'inesorabile annegamento. Hanno fatto uno studio sulla piana di Fondi e il risultato è stato: il valore di quanto finirebbe sott'acqua nel 2100 è pari al costo dell'eventuale salvataggio. Dice Gretel Gambarelli, studioso della Fondazione Mattei per conto dell'Enea, intervistato dal Venerdì: "Se c'è da salvare Venezia non si discute, se invece si tratta di qualche serra o di un gruppo di case abusive sarà necessaria una valutazione attenta". Non dev'essere un colpo facile per l'autostima degli indigeni. Insomma alla fine la condanna delle acque sarà inesorabile. D'altronde disfarsi di pezzi di paesaggio provincial-terrestre, per quanto infimi, è un lusso che non tutti possono permettersi. Tutto sommerso, come l'Atlantide di un sogno mediocre. L'ordine dinamico delle cose, avete presente? Almeno, quando nel ventiduesimo secolo sarà diventato un canalone acquatico ad alto scorrimento, forse la smetteranno di parlare del raddoppio della via Pontina. E forse, se tutto il resto finirà in fondo al mar, pure la vecchia Gaeta - dove già orgogliosamente proclamano che "a noi non ci ha bonificato nessuno" - riuscirà finalmente nell'antico sogno di dichiararsi provincia e combattere il nemico saraceno.
Pochi giorni fa il Venerdì di Repubblica metteva in copertina l'ormai celebre foto delle acque fangose del Tevere che sommergono i cartelli delle piste ciclabili e si portano giù con loro un po' di foglie e rami secchi. E così titolava: "E' inverno e piove (come al solito). Ma allora perché da un po' di tempo abbiamo sempre l'acqua alla gola?". Poi un articolo nelle pagine interne aveva la premura di informarci sul crescente sprofondamento delle nostre coste. Oppure sul crescente innalzamento del nostro mare, su questo gli esperti sono ancora divisi. Nemmeno si sa con certezza se la colpa sia delle bombolette spray e dell'effetto serra oppure di qualche remoto movimento delle faglie tettoniche. Quel che sembra certo è che nel 2100, se il Mediterraneo continuerà a gonfiarsi con qualche centimentro di troppo, trentadue aree costiere italiane finiranno sott'acqua. Tra le "aree a rischio" c'è ovviamente la grandiosa Venezia, ma c'è pure un bel pezzo di agro pontino, tra Latina e Fondi. La mia cara provincia pontina, tutta sommersa nel giro di un secolo. Giù i mozzarellifici, giù la bonifica di regime vanto dei capoccioni di ogni età e di ogni dove, giù i saloni di abiti da sposa, giù il mercato ortofrutticolo e le serre di pomodori, già i noiosissimi campeggi da idroscalo, giù gli scheletri di cemento armato mai condonati, giù i trattori, giù tutto. E non basta. Ci stanno spiegando che forse nemmeno varrà la pena di salvare tutto ciò dall'inesorabile annegamento. Hanno fatto uno studio sulla piana di Fondi e il risultato è stato: il valore di quanto finirebbe sott'acqua nel 2100 è pari al costo dell'eventuale salvataggio. Dice Gretel Gambarelli, studioso della Fondazione Mattei per conto dell'Enea, intervistato dal Venerdì: "Se c'è da salvare Venezia non si discute, se invece si tratta di qualche serra o di un gruppo di case abusive sarà necessaria una valutazione attenta". Non dev'essere un colpo facile per l'autostima degli indigeni. Insomma alla fine la condanna delle acque sarà inesorabile. D'altronde disfarsi di pezzi di paesaggio provincial-terrestre, per quanto infimi, è un lusso che non tutti possono permettersi. Tutto sommerso, come l'Atlantide di un sogno mediocre. L'ordine dinamico delle cose, avete presente? Almeno, quando nel ventiduesimo secolo sarà diventato un canalone acquatico ad alto scorrimento, forse la smetteranno di parlare del raddoppio della via Pontina. E forse, se tutto il resto finirà in fondo al mar, pure la vecchia Gaeta - dove già orgogliosamente proclamano che "a noi non ci ha bonificato nessuno" - riuscirà finalmente nell'antico sogno di dichiararsi provincia e combattere il nemico saraceno.
8.12.05
L'albero capovolto è l'ultima moda
L'albero capovolto è l'ultima moda
"La mia attitudine al Natale è - scrive Antonio - se non puoi combatterli unisciti". Bene. Qui nell'appartamento romano si è deciso di tenere accese a oltranza le luminarie dell'albero di Natale, appena montato. Le pareti tremano sotto le luci della nostra creatura festosa. Io ci passo davanti mentre faccio riemergere la mia testa dal cappellino di lana e libero il collo dalla presa di sciarpe coloratissime, lo benedico e lo maledico nello stesso istante. Non sia mai che nottetempo qualcuno di noi, magari percorrendo l'angusto tragitto che conduce al bagno, dovesse sbandarci rovinosamente addosso, finendo per essere ritrovato esanime il mattino dopo, soffocato da collanine dorate e biscottini natalizi scaduti tre mesi addietro, contuso da aguzzi frammenti dorati e plastificatissimi aghi d'abete. Il coinquilino R. dice che il nostro albero è una specie di monumento del teatro italiano e in quanto tale va tutelato. Lo ha usato per una recita di "Natale in casa Cupiello", portato in tournèe fino a Frosinone. Sarà. Intanto, grazie a Fidelio, un mp3 di Natale al giorno leva la paura delle feste di torno.
"La mia attitudine al Natale è - scrive Antonio - se non puoi combatterli unisciti". Bene. Qui nell'appartamento romano si è deciso di tenere accese a oltranza le luminarie dell'albero di Natale, appena montato. Le pareti tremano sotto le luci della nostra creatura festosa. Io ci passo davanti mentre faccio riemergere la mia testa dal cappellino di lana e libero il collo dalla presa di sciarpe coloratissime, lo benedico e lo maledico nello stesso istante. Non sia mai che nottetempo qualcuno di noi, magari percorrendo l'angusto tragitto che conduce al bagno, dovesse sbandarci rovinosamente addosso, finendo per essere ritrovato esanime il mattino dopo, soffocato da collanine dorate e biscottini natalizi scaduti tre mesi addietro, contuso da aguzzi frammenti dorati e plastificatissimi aghi d'abete. Il coinquilino R. dice che il nostro albero è una specie di monumento del teatro italiano e in quanto tale va tutelato. Lo ha usato per una recita di "Natale in casa Cupiello", portato in tournèe fino a Frosinone. Sarà. Intanto, grazie a Fidelio, un mp3 di Natale al giorno leva la paura delle feste di torno.
5.12.05
"Chi sarà il prossimo?"
"Chi sarà il prossimo?"
Il destino ha voluto che con questo romanzo sottobraccio, oppure occhieggiante dalle tasche di un cappotto, il romanzo nel quale Berlusconi viene assassinato, il romanzo peraltro pubblicato da una delle case editrici di proprietà di Berlusconi, dovessi salire ogni giorno sull’ascensore foderato di specchi che porta dritti nella casa romana di Berlusconi (io mi fermavo tre piani avanti, ma questa è un’altra storia). Intravedendo nei miei brevi tragitti frammenti di una corte miracolata e di ceroni fuori onda: Apicella all’ora di pranzo con la chitarra sotto braccio, segretarie bionde che incespicano tra le mercedes grigie nel brecciolino, il cuoco Michele che prende servizio alle dieci di mattina, un Previti che ghigna battutine su “pure noi l’abbiamo avuto il nostro statista”. Ma la vita è piena di paradossi. A un certo punto del libro, il cattivo Sinisgalli, burattinaio, dice: «Il congegno deve essere orologeria e fato al tempo stesso. La sua morte deve avvenire al centro perfetto di una intersezione di linee. È una morte generatrice, ma che ha bisogno a sua volta di essere generata». Nessuno si accorge del "2005 dopo Cristo", nessuno mette le mani nelle mie tasche, nemmeno gli energumeni della scorta che mi fissano ogni mattina coi loro occhi da lucertola, nemmeno io so quanto sia frutto della mia vita e quanto sia frutto delle mie pippe letterario-politiche l’intreccio che vedo attorno a me, fatto di geometrie emotive, intrecci narrativi, showman affannati e fondali smaglianti. Un’Italia destinata a piegare qualunque tragedia in farsa, stordita rispetto al senso reale delle cose, gravata da “nuvole grasse come cachi”, che aspetta ogni giorno “apocalissi portatili” e ventate di emozione collettiva. Per sentirsi viva, e dunque in onda. In onda, e dunque viva. Mentre il libro che mi sono infilato nel tascone è pubblicato dalla collana trendy di massa, illustrato in copertina dall’immagine appannata di uno svincolo micidiale di Shangai, firmato da Babette Factory, ultima ditta narrativa per quattro coscienziosi trentenni di talento. L’editore scrive sulla quarta di copertina che si tratta della “commedia finale dell’Italia contemporanea”. Nella storia c’è il vecchio burattinaio che considera l’Italia «un serpentello che si allunga nutrendosi degli eventi del passato». Ci sono leader universitari neo-dadaisti, anarco-qualcosa e un po’ spostati, c’è una giovane pubblicista precaria e “dai polpastrelli socialdemocratici”, ci sono agenti immobiliari, conduttori tv, consulenti editoriali pronti alla scalata sociale, e pure un tale Simone Chiarelli che si infiltra in Forza Italia per seguire le tracce di un suo omonimo. Non è un brutto libro, anzi. È archeologia del presente, casomai. Berlusconi, alla fine, è il feticcio di questo tempo emotivo: “nell’oro e nell’incoscio, su mulattiere e su autostrade multipiano, amato e detestato, benedetto e vilipeso”, sempre lui, mentre tutti gli si accostano vicini coi loro pezzi di vite in cerca d’autore. Ma forse lui è solo “il riverbero delle ombre, l’intersezione momentanea di tutte le storie”. Quando lo vedi da vicino, poi, ne resti deluso. Come Simone a metà libro: «Senza i fish-eye della televisione e il rumore gonfio degli applausi, Berlusconi è un signore attempato che esprime le sue idee discutibili sulla società in mezzo a un autobus affollato. Un tizio che poteva risultate simpatico o antipatico a seconda dell’umore del momento». Viene da ripensare a quel capitolo del romanzo dove si officiano funerali commossi, senza salma, ma coi cellulari accesi che ricevono il messaggio e se lo passano l’uno all’altro: “Chi sarà il prossimo?”. Viene da ripensare a quella mezza frase di Filippo Facci negli interstizi di un blog molto popolare, «non vedo comunisti ovunque, ma lo ammetto: vedo coglioni». E magari in ascensore gli accennate un sorriso mediocre, con le mani in tasca, infilate tra il libro sgualcito e i fazzoletti umidi di pioggia. Mentre fuori piove, governo ladro.
Il destino ha voluto che con questo romanzo sottobraccio, oppure occhieggiante dalle tasche di un cappotto, il romanzo nel quale Berlusconi viene assassinato, il romanzo peraltro pubblicato da una delle case editrici di proprietà di Berlusconi, dovessi salire ogni giorno sull’ascensore foderato di specchi che porta dritti nella casa romana di Berlusconi (io mi fermavo tre piani avanti, ma questa è un’altra storia). Intravedendo nei miei brevi tragitti frammenti di una corte miracolata e di ceroni fuori onda: Apicella all’ora di pranzo con la chitarra sotto braccio, segretarie bionde che incespicano tra le mercedes grigie nel brecciolino, il cuoco Michele che prende servizio alle dieci di mattina, un Previti che ghigna battutine su “pure noi l’abbiamo avuto il nostro statista”. Ma la vita è piena di paradossi. A un certo punto del libro, il cattivo Sinisgalli, burattinaio, dice: «Il congegno deve essere orologeria e fato al tempo stesso. La sua morte deve avvenire al centro perfetto di una intersezione di linee. È una morte generatrice, ma che ha bisogno a sua volta di essere generata». Nessuno si accorge del "2005 dopo Cristo", nessuno mette le mani nelle mie tasche, nemmeno gli energumeni della scorta che mi fissano ogni mattina coi loro occhi da lucertola, nemmeno io so quanto sia frutto della mia vita e quanto sia frutto delle mie pippe letterario-politiche l’intreccio che vedo attorno a me, fatto di geometrie emotive, intrecci narrativi, showman affannati e fondali smaglianti. Un’Italia destinata a piegare qualunque tragedia in farsa, stordita rispetto al senso reale delle cose, gravata da “nuvole grasse come cachi”, che aspetta ogni giorno “apocalissi portatili” e ventate di emozione collettiva. Per sentirsi viva, e dunque in onda. In onda, e dunque viva. Mentre il libro che mi sono infilato nel tascone è pubblicato dalla collana trendy di massa, illustrato in copertina dall’immagine appannata di uno svincolo micidiale di Shangai, firmato da Babette Factory, ultima ditta narrativa per quattro coscienziosi trentenni di talento. L’editore scrive sulla quarta di copertina che si tratta della “commedia finale dell’Italia contemporanea”. Nella storia c’è il vecchio burattinaio che considera l’Italia «un serpentello che si allunga nutrendosi degli eventi del passato». Ci sono leader universitari neo-dadaisti, anarco-qualcosa e un po’ spostati, c’è una giovane pubblicista precaria e “dai polpastrelli socialdemocratici”, ci sono agenti immobiliari, conduttori tv, consulenti editoriali pronti alla scalata sociale, e pure un tale Simone Chiarelli che si infiltra in Forza Italia per seguire le tracce di un suo omonimo. Non è un brutto libro, anzi. È archeologia del presente, casomai. Berlusconi, alla fine, è il feticcio di questo tempo emotivo: “nell’oro e nell’incoscio, su mulattiere e su autostrade multipiano, amato e detestato, benedetto e vilipeso”, sempre lui, mentre tutti gli si accostano vicini coi loro pezzi di vite in cerca d’autore. Ma forse lui è solo “il riverbero delle ombre, l’intersezione momentanea di tutte le storie”. Quando lo vedi da vicino, poi, ne resti deluso. Come Simone a metà libro: «Senza i fish-eye della televisione e il rumore gonfio degli applausi, Berlusconi è un signore attempato che esprime le sue idee discutibili sulla società in mezzo a un autobus affollato. Un tizio che poteva risultate simpatico o antipatico a seconda dell’umore del momento». Viene da ripensare a quel capitolo del romanzo dove si officiano funerali commossi, senza salma, ma coi cellulari accesi che ricevono il messaggio e se lo passano l’uno all’altro: “Chi sarà il prossimo?”. Viene da ripensare a quella mezza frase di Filippo Facci negli interstizi di un blog molto popolare, «non vedo comunisti ovunque, ma lo ammetto: vedo coglioni». E magari in ascensore gli accennate un sorriso mediocre, con le mani in tasca, infilate tra il libro sgualcito e i fazzoletti umidi di pioggia. Mentre fuori piove, governo ladro.
4.12.05
La vita, le stelle e tutto il resto
La vita, le stelle e tutto il resto
Sentita ieri sera, a una festa.
A: Ma che panorama meraviglioso da qui, il lago, le stelle, gli alberi... ci morirei felice
B: Pensa che qui d'estate veniamo sempre ad abbronzarci sui lettini
A: Guarda, di là c'è l'Orsa Maggiore!
B: No, veramente laggiù ci sarebbe Trevignano Romano...
Sentita ieri sera, a una festa.
A: Ma che panorama meraviglioso da qui, il lago, le stelle, gli alberi... ci morirei felice
B: Pensa che qui d'estate veniamo sempre ad abbronzarci sui lettini
A: Guarda, di là c'è l'Orsa Maggiore!
B: No, veramente laggiù ci sarebbe Trevignano Romano...
2.12.05
Non è mai troppo tardi
Non è mai troppo tardi
Mi metto da parte la lista, che può sempre tornare utile, delle cinquanta cose stupide da fare durante un esame (trovata da leibniz). Oppure, semmai la mia vita passerà per le porte di un concorso, ricorderò l'hotel Ergife mirabilmente descritto da Miic, non-luogo dei piccoli destini incrociati. "Il cazzeggio di chi tanto mi bocciano, la depressione di chi è l'ultima volta e poi basta". Son storie, anche un po' nostre.
Mi metto da parte la lista, che può sempre tornare utile, delle cinquanta cose stupide da fare durante un esame (trovata da leibniz). Oppure, semmai la mia vita passerà per le porte di un concorso, ricorderò l'hotel Ergife mirabilmente descritto da Miic, non-luogo dei piccoli destini incrociati. "Il cazzeggio di chi tanto mi bocciano, la depressione di chi è l'ultima volta e poi basta". Son storie, anche un po' nostre.
1.12.05
Più preservativi per tutti
Più preservativi per tutti

Questa è la pubblicita dei preservativi Tulipan, tratta da una bellissima rassegna che stava sul sito coloribus.com. La stessa marca di condom realizzò anche un notevole spot, vincitore del Leone di Bronzo al Festival della Pubblicità di Cannes; potete vederlo qui. E oggi, tanto per ricordarcelo, è la giornata mondiale contro l'Aids. "Le ultime cifre delle vittime dell’infezione: spaventose in Africa, India, e altri Paesi a basso reddito (dove i pazienti non possono permettersi cure), ma in aumento anche in quelli più ricchi. Rispetto a dieci anni fa, il numero totale dei sieropositivi nel mondo è raddoppiato: oggi circa 40 milioni di persone hanno contratto il virus HIV". E al diavolo la castità.

Questa è la pubblicita dei preservativi Tulipan, tratta da una bellissima rassegna che stava sul sito coloribus.com. La stessa marca di condom realizzò anche un notevole spot, vincitore del Leone di Bronzo al Festival della Pubblicità di Cannes; potete vederlo qui. E oggi, tanto per ricordarcelo, è la giornata mondiale contro l'Aids. "Le ultime cifre delle vittime dell’infezione: spaventose in Africa, India, e altri Paesi a basso reddito (dove i pazienti non possono permettersi cure), ma in aumento anche in quelli più ricchi. Rispetto a dieci anni fa, il numero totale dei sieropositivi nel mondo è raddoppiato: oggi circa 40 milioni di persone hanno contratto il virus HIV". E al diavolo la castità.
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