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all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio


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1.10.05
 
Triste e solitaria

In questi giorni alla radio passa spesso una canzone sfigatissima e angosciante che si chiama "Studentessa universitaria". La canta quello stesso Cristicchi che questa estate avrei strangolato volentieri mentre sentivo che voleva cantare come Biagio Antonacci. Ma ora questo suo pezzo – credetemi – è quasi un capolavoro. "È un esempio di poesia neocrepuscolare" come diceva Tommaso Labranca in radio qualche mattina fa. Ci pensavo poco fa mentre tentavo di sciacquare un piatto unto di sugo con una di quelle spugnette giallognole e slabbratissime che nessuno, qui a casa, si ricorda di sostituire con una nuova (attendiamo di trovarle all’asta su ebay, come già avvenuto per il fornetto microonde e la macchinetta del caffè). Ecco, il ritmo un po’ strascicante della canzone, abbinato allo strofinio dell’esanime spugnetta, mi ha portato alle mente quanta verità c’è in quell’elenco di triti luoghi comuni sulla vita dei fuorisede di ogni dove, "e i soldi per pagare l’affitto te li manda papà", e quell’amaro di solitudine e nostalgia, quel retroterra di commedia popolare. Così luogo comune da essere vero, da assaporarne un sapore familiare, almeno per chi fuorisede lo è stato o lo è. Perché nessuno, in realtà, è mai riuscito a descrivere bene la vita del fuorisede. "Al cinema, è tutto un turbinio di copule, canne e situazioni estreme praticamente quotidiane, tutte le abitazioni sono centri sociali permanenti aperti 24/7; fresche bugie per adescare le annine di tutte le Ragusa e di tutte le Tione d'Italia. In televisione, viceversa, tutti i protagonisti sono fighissimi, firmatissimi, studiano per 3 minuti al giorno in attesa del sicuro lavoro postlaurea, ed hanno case immense, corredate del meglio in circolazione; le feste sono praticamente organizzate dal Moige, ed i partecipanti sono piatti davanti come le bambole", scrive uno di loro sul suo blog. E nella lucida poetica del Cristicchi manca lo spazio per tutto il carosello delle vite da fuorisede, su cui il blogger Akille ha suscitato (suo malgrado) un appassionante dibattito tra i suoi commentatori. Gli affittacamere sciacalli e le macchie umide sul soffitto, il totem del frigo vuoto e i cumuli di stoviglie sporche, i biglietti con i turni delle pulizie e quelli col conto delle telefonate e degli scatti, abitudine in verità caduta un po’ in disuso con le utenze Fastweb, ma il cui modello filosofico da "sputacrediti" è stato in un certo senso esportato nella nuova università morattiana dopo la riforma. E ancora, quanti struggenti istantanee: l’odore delle candele all’incenso "che te fanno ambient", le caldaie rotte, i sughi nel barattolo, le fesserie sentimentali, le bottiglie vuote, gli esami studiati sulla tazza del cesso, i vicini che minacciano di chiamare la polizia, i poster di Lupin, gente misteriosa che va via all’alba, le solite feste da imbucati e poi la strade della vita che man mano si separano. Una vita dove si sperimenta l’ozio creativo, ma a livelli che nemmeno il genitore che cominciasse a leggere i libri di De Masi, rubati dallo scaffale di quello "spostato" del figlio che studia sociologia, potrebbe mai sospettare. In fin dei conti, si tratta di un trasloco, dal frigo pieno al frigo vuoto, dall’adolescenza e dalla famiglia alla città nuova che introduce alla vita adulta, ma intanto l’affitto lo paga papà e il futuro appare in una nebbia di lavoretti precari. E i fogli coi nomi abbreviati?, aggiunge un altro. "Adoravo l’inutilità di quelle abbreviazioni. Ad una festa, presi il foglio degli scatti, e lessi che non solo Antonella era 'Anto' e Dora era 'Do', ma mi dovettero spiegare che 'I' stava per Iva!!". Poi la canzone della studentessa “triste e solitaria” finisce quasi alla Venditti, con lei che si accarezza la pancia, e in grembo porta il frutto della sua drastica liberazione di costumi appena gustata. "E la sera ti ritrovi a pensare al futuro". Pure la spugnetta gialla s’è finita di rompere.