LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio
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20.4.05
"Se spagliate, fi koricerò" Col cortile dell'università un po' sguarnito di gente, e noi distratti su una panchina a leggere Flatlandia, persi in pigre conversazioni, indecisi tra una lezione che finisce e un'altra che non comincerà, concentrando i nostri pensieri su quel centinaio di passi che ci separa dal bar e da un paio di birre, ecco è in quel momento lì che arriva la fumata. Potremmo incarnare un preciso ritratto della "dittatura del relativismo", se non fosse che solo il concetto ci sembra una solenne stupidaggine. Ma no, fumata bianca, fumata bianca, c'è un altro mio amico che si sbraccia. "E chi se l'aspettava così presto?". "E vuoi vedere che hanno scelto proprio lui?". Sono le sei, ci sono molte nuvole e un solo raggio di sole. Hanno fatto il Papa nuovo, e siccome siamo a Roma, e siccome si avverte un certo peso della storia, decidiamo di dirigersi verso San Pietro. In tre: un devoto, un agnostico e un curioso. E dobbiamo partire proprio da Porta Pia per arrivare fin dentro il Vaticano, mentre tutto attorno si espande un impazzimento generale, gli autobus che accellerano, i tassisti che rallentano, gli automobilisti che abbassano i finestrini, le persone per strada che comiciano a correre, i vigili che fischiano e sorridono. "Ma che c'è, c'è già er Papa". Ma il Papa non si sa ancora chi è, però si sospetta, e con una certa inquietudine. Mi arriva un messaggio di mio padre che mi dice "vai piano": e rimango col dubbio se avesse paura che inciampassi sulle mura vaticane o se già sospettasse il nome dell'eletto, deducendone che non era il caso di esaltarsi troppo. Vanno tutti verso il Cupolone intanto, come un alveare di api impazzite, come goffi soldati chiamati a chissà quali armi. Si perde l'orientamento dei minuti che passano, e per molti pure quello della strada. Siamo ad aspettare la metropolitana quando gli altoparlanti diffondono nel tunnel "annuntio vobis gaudium magnum", e l'habemus papam si infrange nelle viscere della capitale, e il nome fatale viene coperto dal rombo sordo del treno in arrivo. E' stupefacente la folla che corre da ogni parte, si materializza all'improvviso, deve essere stato un passaparola primitivo e portentoso, negli stessi momenti in cui l'atmosfera romana si intasava di segnali satellitari, onde cellulari, milioni di megabyte. "Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum...", e il Papa nel frattempo sta per apparire. Gli incroci delle auto sembrano tutti incidenti, le sottane della suore svolazzano, i telefoni trillano, i bambini fanno slalom, le mani impugnano macchine fotografiche o telecamerine, le campane si sentono lontane. "Dominum Josephum Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem..." Ci siamo, ma noi siamo lontani. Siamo da qualche parte che prendiamo fiato. Siamo lì a chiederci se solo quello che vediamo non basti a espiarci di tutti i nostri peccati, e se non sia davvero arrivata l'ora di cominciare invece la nostra Resistenza Razional-Laicista. "Perché in questo momento al Polo Nord gli Inuit stanno fornicando in un igloo e non pensano minimamente all'ombra cupa sotto al cupolone?" si chiede saggiamente Labranca. "Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Ratzinger". E chi era nella piazza racconterà di quell'attimo di silenzio. Quell'attimo di troppo. "Qui sibi nomen imposuit Benedictum XVI". E lì per lì nessuno capisce perché. Avremo il rigore senza più il carisma: sarà per la Chiesa un guaio mediatico o un'onestà intellettuale? Lui fa il discorso della vigna, ma sentirlo è difficile. E quella attorno a me sarà pure una folla di pellegrini, ma spintona in una maniera che nemmeno ai concerti rock (quei "raduni di passioni elementari", come li definì una volta l'attuale pontefice), e impugnano più videotelefonini che rosari, e "invece di pregare scattano, perciò le mani non possono stare giunte, devono inquadrare". Papa Ratzinger (esultano i suoi blog-fans) è algido, teutonico e gli occhi sempre puntanti verso un altrove misterioso e temibile. Be' certo, come "ha la stessa comunicativa di un frigorifero", commenta Giuda Maccablog. Magari è l'emozione. Sembra un Papa aristocratico per tempi cupi, ma vacci a pensare ormai, che la piazza si è svuotata, le nuvole soffiano veloci e noi dobbiamo scappar via. Oh, tanto alla fine vinciamo noi nichilisti.
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